Carissimi, buon anno! A
tutti voi, insieme a questa prima newsletter del 2008 arrivi anche un
affettuoso augurio di un anno da ricordare tra tanti con un sorriso speciale.
Tranquilli...Non sto dando i
numeri al lotto, come avrete già capito il titolo di questo editoriale si
riferisce a due ricorrenze che ci accompagneranno nell'anno che entra e che
anzi per la verità hanno cominciato a farlo già prima della fine dell'anno: 60
anni dal 1948, anno di nascita della Costituzione e 40 anni dal mitico '68,
anno simbolo della "rivoluzione". Anni strani quelli con l'8: tondi e pieni, ma
anche rischiosi come un "otto volante"!
Mi pare utile citare insieme
queste due date (‘48 e ‘68) perché, a mio parere (io ho vissuto come attore
solo la seconda), sono state caratterizzate da alcuni fattori comuni: la
speranza innanzi tutto, una speranza che in entrambi i casi nasceva da un
profondo senso di responsabilità basato sulla fiducia, un po' ingenua a volte,
che quella sarebbe stata la volta buona per cambiare il mondo.
Una responsabilità che
portava a enucleare valori e tra questi soprattutto il grande valore della
libertà, diverso certo per chi era uscito combattendo dal fascismo e per chi
vent'anni dopo (sì solo vent'anni, pensate un po' a quanto era densa la storia
allora...) sfilava per le strade contro la guerra del Vietnam o contro la "scuola
di classe"; diverso il valore, ma sorretto in entrambi i casi dalla certezza
che alcuni passi fossero compiuti per sempre, che su alcune conquiste non si
sarebbe mai più tornati indietro.
Insieme alla speranza e alla
libertà sia nel '48 che nel '68 grande è stato l'apporto dei giovani: una
generazione che usciva dalla guerra e dalla Resistenza, la generazione successiva
che si sentiva dentro il fuoco del cambiamento e trovava spazi nuovi di
partecipazione.
A prima vista il confronto
con l'anno che nasce è impietoso (basta guardare i dati del sondaggio
Demos Repubblica di ieri 3 gennaio): pochi
giovani al comando, poche speranze e tanta tristezza e arrabbiatura da parte
degli italiani. Ma è tutto qui? Questo è quello che ci rimane delle conquiste
del '48 e del '68? Io personalmente credo di no e credo valga la pena di
interrogarci meglio su quel punto interrogativo del titolo. Che parola vogliamo
vicino al 2008? In un sommario e informale sondaggio tra amici le proposte
oscillano dalla scorata "depressione", alla ambigua "restaurazione", dalla
buonista "collaborazione" , all'ambivalente "integrazione", che io preferisco.
Quando ero ragazzo l'integrazione nel sistema era lo spauracchio, ma ora
integrazione riporta a convivenze civili nella diversità, a culture che si
contaminano positivamente, alla fine di non rimpiante ideologie assolutiste.
Che ne pensate? Per voi meno
giovani cosa vi sembra valga la pena di salvare di quegli entusiasmi per farne
dono ai giovani di oggi? Quali valori sono sopravvissuti da trasmettere come
strumento per andare oltre?
E per voi che il '48 o il
'68 l'avete studiato solo sui libri cosa vi dicono queste date?
Insomma come giustamente
dice Luca de Biase in un post sul suo blog (a proposito ve lo consiglio): forse è solo un gioco quello del
paragone tra '68 e '08, ma perché non giocare?

Carlo Mochi Sismondi