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Dialogue Forum on Internet Rights
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delegazioni intervenute in rappresentanza di 73 Stati. Questi i
numeri che testimoniano il successo della conferenza
internazionale sui diritti di internet che si è tenuta a Roma il 27 settembre scorso. Un incontro che
si pone come il terzo atto di un percorso partito con un piccolo
seminario sulla necessità di una Carta dei diritti della rete,
proposto e gestito interamente dalla delegazione Italiana (in
particolare da Fiorello Cortina e Stefano Rodotà) al Summit
mondiale sulla Società dell'Informazione a Tunisi nel
2005, proseguito ad Atene nel corso dell'Internet
Governance Forum dell'ottobre 2006, durante il quale il tema della Bill of Right
di Internet è divenuto argomento portante di uno dei 30
workshop ufficiali e che dovrebbe proseguire, dopo Roma, con
l'Internet Governance Forum di Rio de Janeiro dal 12 al 15
novembre. Un incontro importante, dunque, non solo per il tema, ma
soprattutto in quanto testimonianza concreta della capacità
del nostro Paese di spostare l'attenzione del dibattito sulla
governance di internet da una questione di tecnologie ad una
questione di Diritti.
Sul sito della Conferenza, che ha trasmesso
in streaming tutti gli interventi, sono disponibili le relazioni
della mattina, tutte di altissimo valore. In particolare, oltre agli
interventi introduttivi del ministro Nicolais e del Sottosegretario
Beatrice Magnolfi, segnaliamo quello di Stefano Rodotà che
sottolinea l'unicità assoluta di questa iniziativa e la
necessità di portarla avanti sfruttando tutte le peculiarità
proprie della rete, prima fra tutte quella di essere uno strumento
diffuso e multistakeholder.
Ecco uno stralcio tratto
dalle conclusioni di Stefano Rodotà:
«L'Internet
Bill of Rights, non è un nuovo catalogo di diritti, ma
l'individuazione di un modello sociale e politico. Su questo si
fonda la libertà di espressione come diritto di "cercare,
ricevere e diffondere informazioni e idee": questa è la
formula adottata dall'art. 19 della Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo che, proiettata nella dimensione della
Rete, sprigiona una potenza finora sconosciuta. E assume più
netta fisionomia il diritto alla identità che, considerato nel
quadro della libera costruzione della personalità, comprende
anche il diritto all'anonimato ed alle identità
digitali. In questa prospettiva, la stessa tutela dei dati personali
non è affidata alla logica proprietaria ("il dato è
mio e me lo gestisco io"), ma ad una rinnovata visione della
persona e dei suoi diritti. Nella Magna Charta del 1215 l'habeas
corpus consisteva nella promessa del re ai suoi cavalieri che non
sarebbero stati imprigionati illegalmente o torturati, "nor
will go upon him nor send upon him". Questa promessa deve
essere rinnovata dall'Internet Bill of Rights e trasferita dal
corpo fisico al corpo elettronico, alla persona che vive nel mondo
globale e le cui informazioni costituiscono una parte essenziale
della società della conoscenza.
Partendo
da questa reinterpretazione dei riferimenti fondamentali - accesso
alla conoscenza, immunità dalle interferenze, garanzia della
libera costruzione della personalità, rispetto della
diversità, libertà di comunicazione, liberazione da
vincoli proprietari, costruzione di beni comuni - è
possibile procedere ad inventari più analitici di situazioni
meritevoli di tutela. Tenendo presente, però, che questa nuova
dimensione della cittadinanza non guarda ad individui dispersi, in
attesa passiva che qualcuno attribuisca loro qualche diritto. Siamo
di fronte ad un "popolo mondo", protagonista di una
vicenda inedita, che produce esso stesso l'individuazione e le
forme di tutela dei diritti che lo riguardano, in una nuova alleanza
con una molteplicità di soggetti, in primo luogo con
istituzioni pubbliche, nazionali e sopranazionali, di cui
contribuisce a mutare le logiche e le modalità d'azione.»
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