Innovazione
e innovatori, una comunità alla ricerca di identità
In questi giorni in cui facciamo più volte appello alla "comunità
degli innovatori" che lavorano nella Pubblica Amministrazione, mi chiedo
spesso se al di là dello schermo di questo computer ci sia in effetti qualcosa
simile ad una vera e propria comunità di pratica.
Certamente qualcosa c'è, altrimenti non si spiegherebbero le tante decine
di migliaia (non siamo lontani da 80.000) di impiegati e dirigenti pubblici che
ci leggono e che in un modo o in un altro intervengono nelle nostre attività
fisiche o virtuali.
Mercoledì 11 maggio c'è, al FORUM PA, quella che è un po'
la loro festa annuale : "La
giornata degli innovatori" giunta ormai alla quinta edizione e realizzata
con Cantieri, il programma di innovazione delle amministrazioni del Dipartimento
della Funzione Pubblica. Li vedremo quindi fisicamente questi "innovatori",
ma
sono una comunità?Per capirlo, complice un ponte un po' più
lungo, sono andato a chiederlo al pensiero di un guru in questo campo: Etienne
Wenger che per primo e più a fondo degli altri ha studiato le comunità
di pratica.
Allora Wenger (vi consiglio il suo ottimo sito www.ewenger.com
) definisce così una comunità di pratica (la traduzione è
mia, il testo inglese completo è disponibile sul sito sopra citato): Le
comunità di pratica sono formate da persone che si impegnano in un processo
di apprendimento collettivo in un dominio condiviso del comportamento umano: una
tribù che impara come sopravvivere, un gruppo di artisti che cerca nuove
forme di espressione, un gruppo strutturato di ingegneri che lavora ad un problema
simile, una banda di studenti in cerca della propria identità in una scuola,
una rete di chirurghi che esplorano nuove tecniche, una classe di manager appena
assunti che si aiutano l'un l'altro a cavarsela. In estrema sintesi:
Le comunità di pratica sono gruppi di persone che condividono una passione
o un impegno per qualcosa che fanno e imparano, interagendo regolarmente tra loro,
come farlo meglio
Notate che la definizione permette, ma non prescrive l'intenzionalità:
imparare può essere la ragione stessa della comunità o anche un
esito incidentale dell'interazione tra i membri. Non tutto quello che chiamiamo
comunità è anche una comunità di pratica: ad esempio spesso
chiamiamo comunità il vicinato, ma certo non è una comunità
di pratica. Tre caratteristiche sono cruciali:
1. il dominio: una comunità di pratica non è solo un club di amici
ha invece una identità definita da un comune e condiviso dominio di interess;
2. la comunità: nel perseguire il loro interessi i membri si impegnano
in attività comuni e in discussioni, si aiutano l'un l'altro e dividono
le informazioni in loro possesso;
3. la pratica: una comunità di pratica non è solo una comunità
di gente interessata ad un determinato argomento, ad esempio un tipo di film.
I membri della comunità di pratica, appunto praticano il loro campo e sviluppano
un repertorio condiviso di esperienze, storie, strumenti, modi di risolvere o
aggredire problemi ricorrenti, in una parola condividono una pratica.
Allora,
direi che per il punto 1 ci siamo, l'interesse comune c'è; anche per il
punto 3 mi pare non ci siamo problemi: chi lavora ad una PA migliore di pratica
ne fa!
Sul punto 2 sono più perplesso: manca infatti spesso una delle caratteristiche
fondamentali della comunità: la consapevolezza e il senso di appartenenza.
Io credo sia un tema chiave per riuscire veramente a innovare. Se anche voi siete
d'accordo parliamone a FORUM PA 2005.
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