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FORUM PA NET n. 149 di martedì 22 febbraio 2005 (58923 iscritti)
   
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Tesi
Rapporto annuale 2004 del DPS sugli interventi nelle aree sottoutilizzate
Il Mezzogiorno esiste ancora, combattuto tra i suoi alti e bassi, ma ancora fondamentalmente stritolato in una carenza sistemica di servizi e competitività che blocca la crescita della produttività e del benessere. Carenza che la politica ha cercato di superare non con il ritorno al trasferimento di fondi e all'assistenzialismo, ma facendo leva su driver fondamentali quali la realizzazione di infrastrutture ed il miglioramento delle modalità di gestione dei servizi, utilizzando strumenti di programmazione vincolanti come gli APQ, che "nel 2004 hanno visto un vera e propria svolta positiva nell'aggiudicazione degli interventi". In questo modo si sta intaccando l'arretratezza del Sud, ma la condizione delle aree del Mezzogiorno resta comunque quella che il Rapporto stesso definisce di "sviluppo frenato".
Riportiamo l'introduzione del rapporto

"Il Rapporto - Relazione di sintesi sugli interventi realizzati e sui risultati conseguiti nelle aree sottoutilizzate - è lo strumento formale con cui il Dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione del Ministero dell'Economia e delle Finanze, a complemento della Relazione Previsionale e Programmatica, informa annualmente il Parlamento sulle tendenze economiche e sociali e sulle politiche in atto nei diversi territori del Paese2. Particolare è l'attenzione al Mezzogiorno e alle aree sottoutilizzate del Centro-Nord, che sono oggetto di due politiche regionali coordinate: quella comunitaria, in attuazione del Trattato europeo, e quella nazionale (del Fondo per le aree sottoutilizzate), in attuazione della Carta costituzionale (articolo 119, comma 5). Sia nei successi - forte rinnovamento imprenditoriale e amministrativo; minore dipendenza economica dall'esterno (meno aiuti, meno importazioni nette); apprendimento e continui progressi nella realizzazione di infrastrutture e servizi; diffusione dei punti di eccellenza, anche nei servizi urbani; primi segnali di ripresa del credito - sia nelle criticità - crescita superiore al Centro-Nord, ma frenata; qualità ancora gravemente inadeguata di molti servizi essenziali; peso ancora eccessivo delle spese per aiuti rispetto a quelle per infrastrutture materiali e immateriali; scarsità di concorrenza o presenza di condizionamenti criminali; basso contributo del credito allo sviluppo - il Mezzogiorno che esce dal Rapporto si sottrae a classificazioni comode e stereotipate. Il Mezzogiorno esiste ancora, poiché in questa area la contemporanea carenza di concorrenza e di servizi collettivi che pesa sull'intera economia e società italiane mantiene caratteri sistemici e blocca la crescita della produttività e del benessere. Ma non si tratta più dello stesso Mezzogiorno. Né di quello dei primi anni Novanta, quando dominavano ancora trasferimenti e aiuti, ed erano evanescenti le responsabilità e le risorse finanziarie locali. Né di quello di metà anni Novanta, con segnali di nuova vitalità, ma privo di indirizzi di politica economica. E neppure quello di fine anni Novanta, quando il nuovo progetto di sviluppo dell'area aveva mosso solo i primi passi. Si tratta, viceversa, di un'area in fermento, con forti processi di cambiamento e forti resistenze; dove le Regioni sono a volte irriconoscibili rispetto allo stato di pochi anni fa, anche se deve essere rafforzato il processo decisionale di selezione delle priorità; dove infrastrutture e servizi stanno migliorando, anche se l'impatto sulla produttività tarda a farsi sentire; dove l'occupazione non agricola cresce, anche se il lavoro resta scoraggiato, per quanto vi siano segnali di miglioramento. La politica economica condotta in questi anni è tutt'altro che estranea a questi risultati. Certo, la fase nuova si è aperta a metà dello scorso decennio grazie alla reazione salutare della società e dei mercati, delle imprese e dei lavoratori, proprio al venir meno, traumatico, dello Stato assistenziale. Ma quando lo Stato è tornato a occuparsi di Sud - e non doveva essere diversamente, in presenza del divario esistente nelle infrastrutture materiali e immateriali delle due parti del Paese - lo ha fatto secondo un metodo nuovo, che ha evitato per quanto possibile il ritorno ai trasferimenti e ha scelto invece una politica di offerta volta alla produzione di servizi, alla concorrenza e al rinnovamento istituzionale.
È stata, è ancora oggi, una strada difficile, priva spesso di effetti immediati, che richiede tempi lunghi e gruppi dirigenti determinati e perseveranti, pronti a rompere rendite costituite: l'arretratezza è un processo che si autoalimenta e resiste a lungo prima di cedere allo sviluppo. Ma è la sola strada che può cambiare il Sud. E che lo sta cambiando. Le informazioni raccolte, fornite al Parlamento e ai cittadini in modo continuativo e analizzate e offerte all'analisi esterna, sono il mezzo con cui valutare il percorso in atto e adattarlo senza strappi. È questo il principale obiettivo di questo Rapporto".

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