TESI
FORUM PA NET n.96 di
martedì 8 luglio 2003
 
Opinioni a confronto sul sistema energetico
8.l

Liberalizzazione, sviluppo e competitività del sistema energetico

martedì 6 maggio ore 9.30

Roberto NAPOLETANO
Vicedirettore de Il Sole 24 Ore

Io ho sempre pensato che nel campo della liberalizzazione del mercato energetico, sia di quello elettrico che di quello del gas, l’Italia abbia liberalizzato poco ma che gli altri in Europa abbiano liberalizzato ancora di meno. Quindi forse siamo meno indietro di quello che pensiamo e questa è la chiave attraverso cui vorrei moderare questo convegno.

Visto che i relatori sono tanti inizierei subito dando la parola al Senatore Francesco Pontone, Presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato, a cui chiedo se condivide questa idea e soprattutto se come sistema produttivo l’Italia possa sfruttare i vantaggi di questa parte di liberalizzazione che è stata comunque costruita.

  • Intervento di Francesco PONTONE – Presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato della Repubblica

In effetti, come diceva il Dottor Napoletano, l’Italia ha liberalizzato quasi tutto mentre gli altri Paesi non hanno liberalizzato quasi niente. Non credo che in questa situazione abbiamo fatto un grande affare. Questo infatti è uno svantaggio enorme perché ci troviamo molto aperti a tutto quello che gli altri chiedono e nulla possiamo per quanto riguarda le nostre necessità. Basti pensare che gli altri hanno il nucleare mentre noi il nucleare non l’abbiamo. Questa è una situazione di grande disagio e anche per questo motivo la nostra energia è la più cara di quella di tutti gli altri Stati. Essa costa infatti il 30% in più di quella degli altri Paesi. Abbiamo poi dovuto subire degli scontri politici molto forti anche per quanto riguarda il carbone, ci troviamo quindi in uno stato di svantaggio enorme tenendo presente che siamo costretti ad utilizzare il petrolio. Esso ha un costo enorme anche a causa delle dinamiche mondiali che sono in corso, come la guerra e altre situazioni di crisi, e per i tanti interessi che gli ruotano intorno.

Sia il Parlamento che il Governo in questa Legislatura hanno fatto molto. Abbiamo fatto un lavoro enorme e credo che questo ci vada riconosciuto da tutti. Anche i più pessimisti infatti devono ammettere che il Governo è andato molto avanti e che il Parlamento l’ha seguito. Il Governo ha infatti anche assunto delle iniziative con il carattere dell’urgenza sulla questione fondamentale della sicurezza del fabbisogno energetico nazionale. Abbiamo corso il rischio del black out e siamo intervenuti con il Decreto Legge che la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica hanno portato avanti molto celermente. Noi siamo l’unico Paese che per il consumo di energia dipende completamente dall’estero; mentre tutti gli altri Paesi europei hanno ridotto la loro dipendenza da idrocarburi quella dell’Italia è arrivata invece addirittura quasi al 70%. Questo è avvenuto soltanto per quei motivi ideologici che hanno indotto ad abbandonare il nucleare e a disincentivare l’uso del carbone. Non si può sottovalutare questa anomalia che è tutta italiana.

Il Parlamento ha portato avanti rapidamente i provvedimenti di urgenza adottati dal Governo e quindi possiamo dire che siamo stati all’altezza della situazione. Il dibattito parlamentare è terreno in cui si evidenzia come i possibili interventi debbano essere valutati con attenzione in tutte le loro implicazioni senza indulgere ad imboccare scorciatoie che molte volte risultano inutili e anche dannose. L’indagine conoscitiva che sta portando avanti la Camera dei Deputati è diventata il contenitore del Disegno di Legge che è stato preparato dal Governo. È indispensabile che tale processo venga portato avanti in un clima di piena sintonia tra i diversi organi istituzionali.

Lo scorso 3 febbraio il Consiglio Europeo ha adottato una posizione comune in fatto di energia che prevede una serie di scadenze per la liberalizzazione ulteriore del mercato dell’energia e del mercato interno del gas naturale. Sarà compito della prossima Presidenza italiana rispettare tali scadenze e ottenere, se possibile, interventi più incisivi. È stato fissato nel luglio 2004 il termine per la liberalizzazione dell’energia per uso non domestico e nel luglio 2007 quello per l’uso domestico. Il lavoro che è stato portato avanti è molto importante. In generale si deve vigilare con grande attenzione affinché non permangano situazioni di squilibrio che svantaggino il nostro Paese.

Per quanto dicevo prima occorre seguire in particolare gli sviluppi della vicenda concernente il ruolo di Edf al fine di ottenere un definitivo chiarimento della situazione secondo un quadro di effettiva reciprocità perché, come giustamente diceva prima il Dottor Napoletano, gli altri Paesi non hanno dato niente mentre noi stiamo dando tutto.

Io ritengo che il Governo abbia cercato con molto equilibrio di sintetizzare la modifica costituzionale dell’articolo n.117 e che ancora più importante sarà il momento in cui, dopo l’approvazione del Disegno di Legge, si interverrà sull’articolo quinto della Costituzione.

Non voglio sottrarre altro tempo quindi chiudo dicendo che penso che tutti collaboreranno nell’affrontare la situazione particolare dell’energia e che ritengo che il Senato della Repubblica farà il suo dovere, lo farà rapidamente e lo farà sicuramente nel modo migliore.

Ringrazio il Senatore Pontone anche per il suo sforzo di sintesi e semplificazione. Ho visto che più che leggere ha infatti sfogliato velocemente le pagine del suo intervento. Le scelte sul carbone e sul nucleare in realtà c’entrano poco con la liberalizzazione ma sono scelte sbagliate che il Paese ha compiuto per motivi ideologici. Penso che a questo punto sia giusto che intervenga il Dottor Paolo Scaroni. Abbiamo detto che in Italia il discorso sull’energia ruota intorno alle tariffe perché effettivamente esiste un differenziale di prezzo molto alto e abbiamo anche detto che la liberalizzazione può influire su di esso ma che ci sono dei vincoli più forti ovvero quelli riguardanti le materie prime e il fisco. La domanda quindi è come superare questi vincoli. È anche vero che comunque la liberalizzazione avanza, recentemente il mercato si è aperto ai clienti “qualificati”, penso ad esempio agli ospedali, non so se arriveremo ai condomini e sarà un bel giorno quello in cui arriveremo al grado di apertura totale anche per il singolo utente. Questo fatto che influenza ha sui conti dell’Enel e in termini di quota di mercato?

Siccome il Dottor Preziosi ha fatto dei riferimenti al problema del gestore, alla separazione tra proprietà e gestione della rete, io colgo l’occasione per dire cha a mio parere in Italia, soprattutto dal punto di vista elettrico, in questo campo si è fatta una gran confusione. Adesso si sta cercando di mettere ordine ma il problema fondamentale rimane quello di cui si parlava prima: ci vuole qualcuno che faccia gli investimenti. Chiedo allora al Dottor Scaroni se nell’attuale situazione del mercato elettrico, con il nuovo ruolo che si sta delineando per l’Enel, ci siano le condizioni perché si continuino a fare investimenti sulla rete oppure no.

 

  • Intervento di Paolo SCARONI – Amministratore Delegato ENEL

Il Dottor Roberto Napoletano mi ha fatto molte domande, cercherò di dare delle brevi risposte.

Sul primo tema, ovvero perché l’energia elettrica in Italia è cara e quando mai scenderà, vorrei dire tre cose. Per primo dirvi brevemente qual’è l’anomalia italiana, poi dirvi che effetti ha avuto la liberalizzazione dal 1996 fino ad oggi sulle tariffe e poi che cosa possiamo aspettarci per il futuro.

Per parlarvi dell’anomalia italiana vorrei darvi un dato: in Europa mediamente l’energia elettrica viene prodotta al 70% da nucleare e carbone mentre in Italia al 70% da prodotti di derivazione petrolifera. Quindi noi abbiamo un mix di combustibili totalmente diverso da quello degli altri Paesi europei. Il risultato di questa differenza si traduce in un costo variabile del kilowatt/ora drammaticamente diverso: se il costo variabile, ovvero il costo del combustibile di un kilowatt/ora, in Italia è 100 allora in Germania è 55, in Spagna è 53 e 38 è in Francia. Da questi numeri si può capire per quale motivo l’energia elettrica prodotta in Italia costi mediamente di più che nel resto d’Europa.

Che fare dunque? L’Enel cerca di modificare il mix dei propri combustibili in due direzioni. La prima è attraverso massicci investimenti dei cicli combinati, che usano un combustibile costoso ma molto efficiente come il gas e che quindi dovrebbero mediamente far scendere in maniera importante il costo del kilowatt/ora. L’Enel ha poi due grandi programmi di conversione in combustibili efficienti competitivi, il carbone e l’oil emulsion, che cambieranno in modo importante il mix dei nostri combustibili.

Io ho un’idea molto semplice in mente: l’Enel del futuro sarà un’azienda profittevole nella misura in cui produrrà dei kilowatt/ora in modo competitivo. Più il mercato si aprirà e più l’Europa dell’energia si aprirà più questo diventerà un tassello fondamentale per un produttore di energia elettrica, che è una commodity nella quale il prezzo è l’elemento fondamentale per vincere sul mercato. Voglio darvi un altro dato. Il costo del carbone o dell’oil emulsion, che è l’altro combustibile che segue come prezzo il carbone, è meno della metà, per equivalente della tonnellata di greggio quindi per potere calorifico latu sensu, del petrolio e del gas. Quindi stiamo parlando di un combustibile che costa meno della metà per kilowatt/ora prodotto di quanto costa l’olio combustibile o il gas. Questo programma di investimenti però richiede tempo, io credo addirittura che gli investimenti nel carbone e nell’oil emulsion non si tradurranno in benefici per i consumatori prima di tre o quattro anni mentre gli investimenti dei cicli combinati ci daranno competitività aggiuntiva già dalla fine del 2003.

Detto tutto ciò bisogna anche dire che la liberalizzazione ha portato dei risultati fenomenali fino ad oggi. Citando qualche dato vi dico che il costo dell’energia elettrica in Italia dal 1996 ad oggi, quindi sto parlando della tariffa, è rimasto pressoché identico mentre nel frattempo il prezzo dei combustibili è salito dell’88%. Questo vuol dire che le altre componenti di costo, che sono sostanzialmente i nostri ricavi, sono state ridotte mediamente del 26%. Quindi sostanzialmente dal 1996 ad oggi i costi dell’energia, al di là del combustibile, si sono ridotti del 26%. Questo ha avuto un impatto sui conti dell’Enel quantificabile in 3 miliardi di euro: noi oggi ogni anno incassiamo 3 miliardi di euro in meno di quello che incassavamo nel 1996 per effetto di questa riduzione delle tariffe. La liberalizzazione quindi ha portato i sui frutti, se così non fosse stato la tariffa dell’energia sarebbe ben più alta. Malgrado tutto ciò, e vengo al punto iniziale, rimaniamo sempre con delle tariffe molto più alte degli altri Paesi europei. Potrei fare un’ampia analisi secondo il consumo di kilowatt/ora o la potenza istallata ma mediamente, fatta salva la cosiddetta fascia sociale ovvero quella di chi ha meno di tre kilowatt installati, l’energia elettrica costa in Italia dal trenta al cinquanta per cento in più degli altri Paesi a seconda delle fasce di consumo. Da qui emerge la necessità di una seconda fase per vedere se una maggiore dose di liberalizzazione possa contribuire ad avvicinarci ai prezzi degli altri Paesi europei. Poi naturalmente necessitano gli investimenti nei combustibili più efficienti di cui vi ho parlato prima.

Sul processo di liberalizzazione molto è stato fatto, l’Italia, come diceva prima il nostro moderatore, ha liberalizzato più degli altri Paesi europei, ma molto resta ancora da fare. Dobbiamo lanciare la Borsa, e questo avverrà nei prossimi mesi, dobbiamo risolvere alcune asimmetrie regolamentari e attendiamo naturalmente il varo del Disegno di Legge Marzano che metterà in chiaro una serie di temi che le riforme precedenti del settore elettrico avevano lasciato aperti. Esiste poi sullo sfondo un’incertezza relativa al Titolo V della Costituzione che peraltro mi sembra in fase di soluzione. Il tassello più importante che abbiamo di fronte a noi resta comunque quello del varo della Borsa Elettrica, che è l’unico terreno sul quale siamo in ritardo rispetto agli altri Paesi europei.Se non vado errato infatti in Europa soltanto l’Irlanda, il Portogallo, l’Olanda e la Grecia non hanno qualche forma di Borsa Elettrica. Io peraltro ho l’impressione che si sia raggiunto un punto di incontro su un modello di Borsa Elettrica efficiente e ritengo che esso verrà varato nei prossimi mesi.

Credo di aver affrontato la prima questione che il Dottor Napoletano mi proponeva. Ora affronterei per brevità solo la terza mentre quella che veniva adombrata in merito alla distribuzione può essere forse affrontata in qualche intervento successivo se ci sarà tempo.

Sulla separazione di GRTN e Terna e su quanto questa separazione pesi sugli investimenti voglio dire che mi pare che questo sistema funzioni da almeno due anni e che funzioni bene. Il GRTN decide gli investimenti di Terna e questi entrano poi nel RAB, che è oggetto della remunerazione. Il problema degli investimenti di Terna non è quindi certo la separazione di Terna e GRTN quanto invece il fatto che purtroppo costruire delle linee ad alta tensione in Italia è un’impresa altrettanto titanica di quella di convertire le centrali elettriche da olio combustibile a carbone. Non pensiamo che con un tratto di penna, soltanto perché GRTN e Terna si ricongiungano, si possano terminare delle linee ad alta tensione che sono in costruzione da vent’anni per l’opposizione di tutti i Comuni che attraversano. Credo quindi che il problema non sia tanto di ordine normativo, legislativo o finanziario ma sia più il fatto che costruire infrastrutture in Italia è un’impresa titanica per chiunque. Non mi farei perciò delle grandi illusioni. Detto tutto questo è anche logico che GRTN e Terna vengano ricongiunte ma non tanto ai fini di ottimizzare gli investimenti quanto per ottimizzarne le strutture. Non c’è dubbio infatti che esistano delle duplicazioni, che ci siano delle sinergie da realizzare e che si debbano avvicinare i centri direzionali di questi due organismi. Enel quindi a priori è sicuramente disponibile a portare avanti il disegno che vede Terna diventare un’azienda sul mercato con all’interno il proprio centro nevralgico che è GRTN.

Ringrazio il Dottor Scaroni ma devo dire che la cosa che a me preoccupa è il flusso degli investimenti. Questo perché per tutte le grandi reti italiane c' è stata prima una fase in cui si è investito e poi invece ci si è resi conto che non si sapeva chi doveva intestarsi questi investimenti. Questa cosa a me preoccupa un tantino.

Risposta di Paolo SCARONI:

Se mi permette vorrei fare una precisazione. Oggi come funziona il meccanismo? Il gestore in base alle esigenze che la rete italiana di alta tensione presenta (come i nodi, le nuove importazioni o i nuovi flussi di energia) decide gli investimenti; li decide e dà ordine a Terna di realizzarli. Terna li realizza ed è suo interesse farlo perché l’investimento realizzato viene remunerato attraverso un meccanismo, cosiddetto del RAB, che è fonte dei profitti di Terna. Quindi direi che a priori il sistema può funzionare bene, non c’è ragione perché non funzioni. Il problema è invece un altro ovvero che quando l’investimento è stato deciso non si riesce poi a realizzarlo, ma questo prescinde dalla separazione del gestore. È la stessa ragione per cui le importazioni, che giustamente Confindustria considera come l’unica fonte energetica veramente a buon mercato in Italia, non aumentano e non aumenteranno per molti anni. Questo avviene semplicemente perché non si riesce a creare interconnessione sulle Alpi perché nessun Comune alpino vuole una linea ad alta tensione che attraversi il suo territorio. Temo però che questo sia un problema nazionale che non riguardi solo le linee ad alta tensione ma anche la termovalorizzazione dei rifiuti, le linee ferroviarie, le autostrade, le centrali elettriche e così via. L’Italia sembra infatti un Paese in cui tutti vogliono tutto ma dove nessuno è disposto a pagare il prezzo per ottenerlo e quindi dobbiamo fare uno sforzo molto maggiore di quello di altri Paesi per realizzare le infrastrutture.

Ringrazio il Dottor Scaroni e vorrei chiedere al Presidente Bruno Tabacci se lui continua ad opporsi o meno a questa Borsa Elettrica che mi pare che tutti in modo più o meno forte reclamino e chiedergli anche come e perché vi si opponga. Vorrei poi chiedergli, siccome ho iniziato parlando di reciprocità ed esiste un discorso aperto su Edf e Italenergia sul quale il Parlamento si è espresso, se, visto che aumentano a vista d’occhio tutti quelli cha hanno qualche put su Italenergia e che sembra abbiano desiderio di incassare, il Parlamento rimarrà fedele alla sua scelta di sterilizzare la quota francese in Italenergia.

  • Intervento di Bruno TABACCI – Presidente Commissione Permanente Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera dei Deputati

Vorrei cogliere l’occasione per puntualizzare alcune delle questioni che sono già emerse. Intanto c’è bisogno di un grande supporto per battaglie parlamentari strutturali: invece che lobby sulle nicchie del mercato dell’energia ci sarebbe bisogno di liberare i corridoi per un sostegno formidabile alle battaglie parlamentari che riguardano le nuove centrali, le reti, le interconnessioni, le fonti, le regole. Su questi temi si misura la qualità di un Paese, e non sulle nicchie nelle quali ognuno è bravo a collocarsi. Parlando delle regole, il superamento delle asimmetrie non è stata e non è una battaglia facile perché anche quando fu introdotto il vincolo del 2% io ricordo il clima che si respirava in quella famosa vicenda dell’OPA su Montedison che poi ha portato alla sostanziale perdita di Edison a vantaggio dei francesi. Io credo che noi dobbiamo mettere il Governo in condizione di stabilire condizioni e vincoli nel caso di operazioni di concentrazione relative al settore energetico effettuate da imprese di Stati dell’Unione Europea nei quali il grado di attuazione delle direttive di liberalizzazione sia inferiore a quello assicurato dalla legislazione nazionale. Questo è il punto. Per evitare che ci siano pratiche di infrazione. È come guardare la pagliuzza e la trave: vogliono avviare una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia quando la Francia se ne è fregata di Barcellona e continua a pensare di tenere un mercato sostanzialmente monopolistico, che sostiene il produttore nazionale Edf il quale, come è noto, produce da energia nucleare in maniera vantaggiosa, vende ai prezzi fissati dalla Francia all’Italia, con questo fa cassa e poi viene sul mercato in Italia a comprasi le cose che meglio gli aggradano. Bisogna quindi mettere il Governo italiano in condizione di reagire e qui c’è stata una battaglia parlamentare importante. Quell’atteggiamento assunto nei confronti di Edf o di chiunque si trovi in quelle condizioni non è transitorio, non è un fatto tattico ma un fatto strategico: è la risposta che l’Italia dà in presenza di un’apertura che ha fatto prima di altri su sollecitazione dell’Europa ma che non vuole per questo trovarsi in difficoltà.

Secondo punto: sulle competenze è arrivato finalmente il Governo con il disegno di legge La Loggia e al di là della scenografia dei prati di Pontida qui c’è un problema reale. Dopo l’entrata in vigore dell’articolo 117 in Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera abbiamo iniziato a sollevare il problema praticamente tutti i giorni fino a farlo diventare un fatto nazionale. Oggi nel testo La Loggia si dà per scontato che c’è il ritorno dell’energia a competenza nazionale ma debbo dire che siamo partiti in grande solitudine su questo argomento. Prendo atto che, ad esempio, oggi esiste una convergenza ampia che è stata positiva sul tema regolazione. Non si può far diventare l’Autorità Indipendente un’Agenzia: il mercato liberalizzato presuppone infatti la presenza di un’Autorità terza che sia in grado di assecondare il mercato stesso. Questi sono punti che fanno riferimento ad altrettante battaglie parlamentari.

Per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento quello che ha detto Scaroni è ineccepibile, solo che Scaroni registra la realtà mentre il Parlamento avrebbe il dovere di fare qualcosa in più. Non c’è dubbio che se le fonti di approvvigionamento restano quelle che sono le tariffe non si riducono, e allora bisogna fare qualcosa che riguardi intanto la fiscalità del carbone e quindi bisogna abolire la carbon tax. Qui abbiamo dovuto espungere un emendamento al riguardo perché verrà riproposto all’interno di una riforma più complessiva della fiscalità in Italia, ma non c’è dubbio che bisogna creare le condizioni perché l’utilizzo del carbone sia vantaggioso dal punto di vista economico. E così il nucleare all’estero: qualcuno qui si è già dimenticato le polemiche che sorsero immediatamente dopo l’approvazione del documento dell’indagine conoscitiva ma noi abbiamo aperto la questione del nucleare all’estero, apertasi a seguito dell’interpretazione data di quell’esito referendario che impediva di fatto al campione nazionale di andare ad investire all’estero. Questa è una cosa odiosa e stupida. Mettere in condizione Scaroni di scegliere se è vantaggioso per la sua azienda investire in Croazia piuttosto che in Slovenia mi sembra una cosa assurda. E così sulle energie rinnovabili. Noi siamo favorevoli all’applicazione del protocollo di Kyoto, siamo favorevoli all’allargamento delle possibilità delle energie rinnovabili, ma abbiamo posto il problema del chiarimento delle assimilabili. Si deve bruciare quello che deve essere bruciato, e quello che è rinnovabile e che non fa riferimento ai sottoprodotti degli idrocarburi non può essere premiato dal Cip 6. Punto. Non mi sembra una cosa così difficile da capire. Gli impegni presi vanno mantenuti, ma per quello che riguarda il dopo non ci sono né automatismi né altro. Questo non mi sembra così difficile da capire eppure anche su questo qualche polemica è venuta fuori.

Passo ora alla dimensione delle imprese, i campioni nazionali, e al tema delle municipalizzate. Quando nell’ottobre 2001 ero Presidente della Commissione da due mesi e sollevai il problema dei campioni nazionali ci fu un giornale importante, che non è il caso di citare, che fece un commento ironico dicendo che erano tornati i democristiani. Oggi vedo che i campioni nazionali sono tornati ad essere un tema di grande importanza: tutti ne parlano e dicono che visto che siamo in un’Europa che non ha aperto a tutti nella stessa maniera sarà bene che salvaguardiamo i campioni nazionali. Ecco, vorrei riportarvi allora a quelle mie dichiarazioni che sembravano di un nostalgico per dire che i campioni nazionali sono una risorsa importante e non possiamo pensare che lo sviluppo del Paese si fondi soltanto sui distretti industriali. Senza la grande impresa non andiamo molto lontano. Ora siccome con Eni e con Enel esiste una presenza importante nel Paese, credo che sia interesse di tutti salvaguardarla. Io devo dare atto a Scaroni che nel rilancio della concentrazione sul suo core business oggi punta ad azioni sul piano internazionale che secondo me colgono a pieno la funzione del ruolo moderno dell’Enel all’interno della realtà italiana e internazionale.

E così sul tema delle municipalizzate. Bisogna trovare un meccanismo che se non sarà fiscale, perché rischiamo di andare in contrasto con le posizioni della Comunità, potrebbe però essere di finanza locale in modo da favorire misure di finanza locale che inducono i Comuni a concentrare, a mettere insieme le piccole strutture di controllo che hanno. Noi possiamo mettere insieme le quotate che sono in Borsa e pensare di costruire un campione nazionale nascente con le municipalizzate più importanti, e allora sì che rispetto ai put a cui faceva riferimento Napoletano potremo anche essere in grado di organizzare qualcosa. Perché oggi c’è il disarmo: chi è che entra in campo a fare quello che si deve fare ovvero ad impedire che la Edison vada ai francesi? Dobbiamo creare le condizioni perché si possa costruire un soggetto, nel rispetto della Legge Bersani che ovviamente ha visto l’Enel collocare sul mercato in fila le tre Genco e che quindi non può essere il soggetto di questa operazione, ma un altro soggetto nazionale che nasca magari dalla fusione delle municipalizzate ed in grado di porsi a livello europeo, questo credo sia un aspetto importante che rientra nella logica della difesa del ruolo del nostro Paese dentro il sistema dell’energia.

Per quanto riguarda la Borsa Elettrica, premetto che io non sono avversario di niente per principio, però sono stati fatti tanti di quegli annunci sulla Borsa Elettrica come se essa fosse la risposta ai problemi delle tariffe. La Borsa Elettrica di per sé non è la soluzione al problema del costo dell’energia, rischia di essere un parlare di altro. Quindi, va bene fare la Borsa Elettrica però poi dovremo studiare bene come mettere in relazione la richiesta, che viene avanzata, di procedere a ulteriori espansioni dei contratti bilaterali con l’avvio della Borsa Elettrica, e allora è chiaro che essa diventa una ‘borsetta’. Quindi bisogna che ci mettiamo d’accordo e che non ci impantaniamo. Detto questo io non ho nulla in contrario: la Borsa può partire a prescindere dalle mie opinioni e comunque non è scritto nel nostro disegno di legge qual è la data di partenza. Se si creano le condizioni per farla partire che la Borsa parta, non c’è nessuna difficoltà. La questione dei contratti bilaterali è invece un po’ più delicata e non la metterei in relazione all’apertura della borsa: posto così mi sembra un fuor d’opera anche perché io non so quali sono i tempi di approvazione del decreto Marzano, e voglio qui ricordare che il Ministro Marzano invece ha annunciato da tempo l’avvio della Borsa Elettrica per cui se dobbiamo aspettare l’approvazione complessiva del disegno di legge credo che rischiamo di andare verso tempi troppo lunghi. Se invece il meccanismo che è stato studiato e approfondito è sufficientemente in grado di procedere, la Borsa può essere già messa in condizioni di operare. Dal nostro punto di vista nel disegno di legge non ci sono controindicazioni né io sono iscritto nella squadra di quelli che dovrebbero essere contro. Non ne vedo le ragioni: io sono a favore però ci sono delle condizioni che devono essere rispettate e questo tema dei contratti bilaterali va affrontato con grande equilibrio e con grande misura per evitare che la montagna invece di partorire qualcosa di importante partorisca un topolino invisibile, che sarebbe la borsetta.

Ringrazio il Presidente Tabacci per il suo intervento. In questa serie di contributi abbiamo messo a fuoco alcuni punti strategici abbastanza interessanti ed è giusto dire che sia sul tabù nucleare che sulla carbontax vi siano stati in passato una serie di equivoci e che ora sia questo nuovo Governo sia il Parlamento abbiano dato una scossa notevole in termini di ragionamento. Del nucleare infatti sembrava ad esempio che non se ne potesse più parlare ed invece il discorso si è riaperto. Passo ora la parola al Dottor Pippo Ranci, Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas.

  • Intervento di Pippo RANCI – Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas

Ringrazio innanzitutto il Ministro Marzano per avermi invitato a questo convegno ed entro subito nel vivo della questione.

Nel settore del gas oggi abbiamo la totale liberalizzazione al consumo, cioè la possibilità per qualsiasi cliente finale di scegliere il fornitore. Tuttavia, questa è una possibilità ancora largamente sulla carta: la possibilità concreta, infatti, in molti casi ancora non esiste perché non ci sono le offerte in alternativa. Non c’è da scandalizzarsi perché il processo di liberalizzazione è un processo graduale, e però non ci si dovrebbe scandalizzare neanche del fatto che in questo contesto l’Autorità si sia preoccupata di evitare che il fornitore, di fatto unico in questa o in quella zona del Paese, approfitti della libertà di prezzo ora introdotta per effettuare aumenti di prezzo rispetto ai quali non vi è ancora possibilità di argine da parte della concorrenza. Abbiamo quindi introdotto la possibilità che, accanto alle diverse offerte tariffarie che il fornitore può fare liberamente, vi sia per un certo periodo ancora un’offerta uguale a quella della vecchia tariffa o a quella che comunque in futuro sarà determinata dall’Autorità. Questo perché naturalmente non si può congelare il livello tariffario, ma ci pare anche che finché non ci sarà un’effettiva concorrenza la protezione del consumatore richieda questo tipo di intervento.

Io ho preparato una presentazione che risponde all’esigenza di fare il punto a sette anni dall’avvio della prima Direttiva europea e dall’istituzione dell’Autorità per far vedere come il processo avviato, e ben avviato, sia in corso e come il delicato equilibrio tra lo sviluppo del mercato liberalizzato da una parte e l’immediata esigenza di tutela del consumatore dall’altra debba essere tenuto con strumenti che gradualmente si adattano ed evolvono.

Della mia presentazione, che per ragioni di tempo vado a sintetizzare, quello che vorrei salvare e farvi vedere sono quelle poche figure che mostrano la struttura tariffaria. Qui vedete la tariffa elettrica, scomposta in una parte gialla che corrisponde ai costi fissi, in una parte azzurra che corrisponde agli oneri generali di sistema (prevalentemente il sostegno alle fonti rinnovabili e assimilate) e in una parte verde che è il costo del combustibile. Come vedete si è venuta verificando dal 1997 ad oggi una lenta e graduale discesa e compressione della parte dei costi fissi, che è l’effetto di compressione dei costi e quindi di aumento dell’efficienza delle imprese realizzato attraverso lo strumento tariffario in attesa che sia lo strumento della concorrenza di mercato a verificarlo. Vi è poi l’andamento della parte azzurra che dipende esclusivamente dall’evoluzione della normativa, e poi c’è la parte verde che dipende dal mercato mondiale del petrolio e dal tasso di cambio, e questa naturalmente ha fasi alterne. Complessivamente, quindi, quello che il cliente finale vede può essere tratto a tratto un aumento o una diminuzione della tariffa. Però la parte che è valore aggiunto nazionale sotto controllo è in lenta e graduale discesa per effetto di una pressione tariffaria delle imprese a cui le imprese hanno risposto con miglioramenti di efficienza, tanto è vero che i loro bilanci mostrano dei risultati a volte brillanti.

La slide successiva fa vedere la composizione tariffaria e agli elementi a cui ho fatto riferimento prima vi è in aggiunto soltanto l’elemento rosso che sono le imposte. Qui si vedono le proporzioni: sul complesso nazionale il combustibile di generazione termoelettrica conta per un po’ meno di metà della tariffa finale. Passiamo rapidamente il confronto internazionale delle tariffe domestiche: l’Italia è quella che ha le tariffe più basse per i consumi piccoli e le più alte per i consumi grandi. Andando avanti vediamo che le interruzioni del servizio elettrico vanno calando: la liberalizzazione si accompagna non ad un peggioramento ma ad un miglioramento del servizio, e questo è un punto sul quale noi abbiamo molto insistito nella regolazione, abbiamo lavorato per introdurre metodi di rilevazione delle interruzioni uniformi, trasparenza di queste regolamentazioni, livelli obbligatori di riduzione delle interruzioni in numero e durata accompagnati da incentivi e penalità. Il risultato sembra averci premiato.

La tariffa del gas è esaminata allo stesso modo. Anche qui c’è l’oscillamento della materia prima e una modesta compressione dell’elemento di valore aggiunto nazionale medio, che però si accompagna a una grande diversità nei costi della distribuzione locale per cui le tariffe sono poi molto diverse da un luogo all’altro. Qui la riduzione del costo ha incontrato ostacoli di natura anche giudiziaria: le aziende hanno fatto molta resistenza ottenendo anche qualche successo presso la magistratura amministrativa contro il passaggio da un riconoscimento di costi effettivi al riconoscimento, come riteniamo che debba essere, di costo standard. Quindi di un costo che non remunera quanto un’azienda effettivamente spende ma quanto un’azienda mediamente efficiente spende, introducendo quindi un incentivo all’efficienza. Questo è stato introdotto ma molto più lentamente e gradualmente perché la resistenza delle aziende è stata molto forte. Nella slide successiva c’è la composizione della tariffa gas dove si vede che naturalmente l’elemento imposte è dominante, e questa è una scelta storica della politica industriale italiana.

La mia intenzione era di dare qualche elemento sintetico di valutazione del dove stiamo, e mi sembra di poter dire che la liberalizzazione è avviata ed ormai al di là di qualsiasi punto di non ritorno. Essa però procede lentamente, c’è meno concorrenza di quella che pensavamo ci sarebbe stata, e su questo stiamo indagando insieme all’Autorità per l’Antitrust per vedere se possiamo avere una buona fotografia della situazione. Peraltro molte cose sono state fatte: le separazioni societarie, amministrative e contabili ci sono; gli accessi alle reti sono regolati e grosso modo sono effettivamente disponibili per gli operatori; la normativa sulla qualità, la sicurezza del servizio e la tutela del consumatore è quasi completa; ci sono nuovi soggetti che operano sui mercati e ci sono quindi molti elementi che consentono di vedere con ottimismo l’andamento. Ma vi sono anche grossi problemi. In primo luogo vi è un problema europeo. La liberalizzazione per come è stata scelta non può essere nazionale: se le liberalizzazioni fossero state programmate come nazionali avrebbero comportato una frammentazione delle aziende molto più spinta di quanto non incidano le limitazioni che sono state imposte e qui prima ricordate. Quindi è l’apertura al mercato europeo che può risolvere il problema.

Siamo poi molto indietro specialmente nel settore del gas. Il settore up-stream del gas a livello europeo è cambiato poco. Tutto quello che ha detto il Dottor Dispensa è vero ma egli concorderà con me quando dico che - di fatto - l’operatore italiano che stia a valle non ha accesso a gas diverso da quello fornito dal gruppo a cui il Dottor Dispensa appartiene se non in piccolissima misura. Questa è una realtà che dipende da alcuni blocchi a livello continentale: resistono imprese verticalmente integrate negli altri Paesi europei, resiste un controllo sui gasdotti di adduzione del gas all’area di consumo dell’Unione Europea e resistono clausole di destinazione da parte dei produttori primari che congelano i mercati nazionali. Esiste quindi un problema europeo. C’è anche un problema europeo nell’elettricità ma esso è minore. Ci sono asimmetrie nell’attuazione delle direttive a livello europeo e si è fatto anche lì del buon lavoro: si sono introdotte delle norme migliori sul commercio transfrontaliero, sull’abolizione delle tariffe di transito, sulle best practices .

Si è fatto molto lavoro che verrà migliorato con le nuove direttive e con il regolamento europeo che avremo certamente entro l’anno in corso e che costringeranno anche Paesi che, come la Germania, hanno optato per l’accesso negoziato a darsi l’accesso regolato, a costituire un’Autorità di regolazione. Si faranno altri passi però il processo europeo ha i suoi ostacoli e condiziona il processo nazionale.

Cosa bisogna fare quindi a livello nazionale? In primo luogo, credo, appoggiare l’evoluzione europea non soltanto sul piano del regolamento e delle direttive ma anche sul piano dell’azione antitrust, perché voglio ricordare che ciò che ha fatto il Commissario Monti nella sua Direzione Generale della concorrenza è stato molto importante nel condizionare i processi di concentrazione, che in Europa sono avviati e in larga misura inarrestabili, a contropartite di liberalizzazione interna. Questo deve essere sostenuto. Anzi credo che avrebbe dovuto essere anche più rigoroso: la contropartita fondamentale di qualsiasi concentrazione europea deve essere la separazione delle reti. Non si può ammettere che si allarghino ulteriormente dei grandi gruppi integrati verticalmente, ovvero: che si allarghino pure, ma che si disintegrino verticalmente. Vanno anche ricordata la fine degli aiuti di Stato, la fine delle clausole di destinazione del gas che congelano i mercati nazionali e, anche se può sembrare marginale, è importante la creazione del mercato balcanico al quale il Ministero delle Attività Produttive ha dato un impulso e noi anche stiamo lavorando con i regolatori dell’area.

Il grosso obiettivo è quello di scongelare il mercato europeo del gas e ridurre la dipendenza nazionale da alcune fonti di gas e quindi la costruzione di infrastrutture, ed in particolare quelle che danno maggiore flessibilità di approvvigionamenti terminali. Altro obiettivo tra i più importanti è il riequilibrio del mix dei combustibili nella generazione elettrica. Vi è poi da realizzare il mercato all’ingrosso dell’elettricità, la Borsa Elettrica è un simbolo di questo mercato ed è preoccupante e grave che ancora stiamo dicendo che prossimamente ci sarà e ancora non possiamo dire che c’è. Sulla Borsa Elettrica bisogna riconoscere che ci sono state delle resistenze, resistenze di interessi di soggetti che preferiscono conservare l’attuale assetto dei contratti bilaterali. E ci sono stati ritardi, ritardi non tanto nella predisposizione del modello di mercato e nella sperimentazione e simulazione delle contrattazioni ma, piuttosto, nell’adeguamento della rete ad eseguire i contratti di elettricità che la Borsa farà, dando il dispacciamento dell’energia in tempo reale. Qui è necessario intervenire, ma bisogna anche sinceramente dire che la situazione di giustificata difficoltà dei settori energivori ha costituito, tra le altre, una delle resistenze allo sviluppo di un mercato borsistico trasparente e accessibile a tutti. Queste giustificate preoccupazioni concorrenziali - alle quali si è risposto con canali privilegiati all’importazione, canali privilegiati nella locazione dell’energia Cip 6 – tuttavia dovrebbero essere viste con un limite programmato, con una trasparenza che consenta di sapere prima, e quindi deliberare consapevolmente, qual è il costo che si viene ad addossare al resto della collettività dei consumatori. Ivi compreso il problema del costo delle strozzature della rete perché nel vecchio sistema i contratti bilaterali passavano senza aggravio e tuttora questo accade, ma così non sarà possibile per tutti e non vorrei che il costo delle strozzature gravasse solo sui piccoli e sui vincolati. Queste sono le cose da fare, oltre naturalmente al potenziamento della rete e alla riunificazione di proprietà e gestione che dovrebbe consentire una politica più aggressiva nel superare le strozzature della rete, nel potenziare non solo il servizio ma anche le infrastrutture. Io credo che queste siano le sfide dei prossimi anni per le quali, mi pare, ci sia tutta la volontà di affrontarle e la massima collaborazione delle Istituzioni che è necessaria perché esse siano affrontate e risolte e quindi la lentezza del progresso della concorrenza possa dar luogo ad un procedere più spedito in cui l’Italia possa essere trascinatrice della liberalizzazione europea.

Ringrazio il Presidente Ranci per quello che è stato l’ultimo intervento prima delle conclusioni del Ministro Marzano. Devo dire, raccogliendo gli ultimi due spunti dell’intervento del Presidente Ranci, che se qualcuno sostiene che le liberalizzazioni facciano aumentare i prezzi egli ha dimostrato in che modo siano stati compressi i costi fissi ed è riuscito a dire anche una cosa molto importante ovvero che sono state ridotte le interruzioni dei servizi elettrici. Poi, siccome nessuno è perfetto, dice anche che bisogna proseguire ancora nell’adeguamento della rete. Esiste quindi un problema, come io all’inizio adombravo, di investimenti sulla rete per mettersi in condizione di eseguire contatti di elettricità. Da questo dibattito sono emersi anche degli spunti politici molto forti ovvero la discussione sull’Europa e sulla reciprocità. Dal Ministro Marzano attendiamo segnali su tutti i temi caldi di questa liberalizzazione, dalla Borsa Elettrica al problema aperto di Edf. Non mi resta quindi altro da fare che dargli la parola per ascoltarlo.

  • Intervento di Antonio MARZANO – Ministro per le Attività produttive

Buongiorno e benvenuti a tutti. Mi sia consentita una breve premessa sulla prima parte del titolo del nostro incontro: la liberalizzazione del mercato energetico. Credo che sia giusto riconoscere che il grado di liberalizzazione del nostro mercato sia molto avanzato. Certo, il processo non è ancora completo perché c’è ancora molto da fare, ma se confrontiamo il nostro sistema energetico con l’Europa possiamo vedere come questo sia avanzato. Naturalmente il Regno Unito è più avanti di noi, ha avviato con maggiore sollecitudine questo processo e ne ha ricavato anche maggiori vantaggi anche in termini di riduzione delle tariffe. Tuttavia romane una distinzione fondamentale tra noi e loro che riguarda il diverso grado di indipendenza energetica dell’Italia rispetto al Regno Unito: lì con un elevato grado di indipendenza energetica la liberalizzazione ha portato alla riduzione delle tariffe mentre qui da noi ha portato ad un mancato aumento delle tariffe a dispetto dell’aumento del costo dei combustibili. Questa è la constatazione sintetica che si può fare.

Personalmente mi sono occupato di energia ancora prima di essere Ministro perché, proprio al limite della legislatura precedente, mi chiamò Enrico Letta per discutere del caso Edf. Esaminammo insieme - e trovo molto corretto che un Ministro uscente chiami quello che è considerato l’economista di un partito subentrante al Governo - e studiammo le varie alternative pervenendo alla decisione di congelare il voto. Devo dire che qui bisogna tenere distinti due piani della questione: Un piano è quello delle decisioni aziendali, quello che l’azienda decide di fare sul mercato francese; altra cosa è una decisione del Parlamento italiano, che è completamente su un altro piano. Fino a quando il mercato francese non risponderà a determinati requisiti di liberalizzazione e di reciprocità noi non abbiamo motivo per modificare quella decisione. Noi pensiamo che sia stato necessario a suo tempo, e continuiamo a pensarlo anche adesso, attuare una politica che ci eviti un Ministero delle Partecipazioni Statali estere. Abbiamo abolito il Ministero delle Partecipazioni Statali italiane e non vediamo per quale motivo dobbiamo farne un altro dedicato alle partecipazioni statali estere, ovvero alle imprese che hanno due scudi: uno di monopolio, che è già uno scudo significativo, e uno di monopolio pubblico. Questo sarebbe in contraddizione con la linea italiana di liberalizzazione del mercato.

Siamo andati molto avanti e lo abbiamo fatto lungo un processo di liberalizzazione che non è cominciato con il nostro Governo - io non sono tra quelli a cui manca della percezione della storia - ma che è cominciato da anni. Oggi come oggi, tuttavia, io credo che si debba tenere conto di alcuni fatti nuovi rispetto ad allora che sono sotto gli occhi di tutti, come: la riduzione della soglia di idoneità dei clienti, le concessioni per la distribuzioni per l’energia elettrica, i progetti per la costruzione di nuove centrali. Tutto questo è liberalizzazione, è creazione di più concorrenza. La Borsa Elettrica la introdurremo quando saremo pronti a farlo perché questi sono meccanismi delicati. Bisogna però fare attenzione perché non è il termometro che fa male ma è la medicina sbagliata del medico che provoca i danni. La Borsa non fa male in quanto termometro, bisogna però che ci siano le condizioni medicali opportune perché funzioni e dia beneficio. Quando? Io sono stato letteralmente perseguitato da questa domanda e continuo ad esserlo anche se capisco l’esigenza dei giornalisti di porre molti “quando” con il punto interrogativo. Io credo che forse a metà di quest’anno possiamo attivare una Borsa sperimentale dopodiché più avanti, forse alla fine dell’anno, potremo tentare di introdurre una borsa sistematica. Questo è quello che suppongo ora, ma le cose sono abituato a farle soltanto quando credo che sia arrivato il momento, quando cioè ci sono tutte le opportunità per farle bene.

Nel settore del gas in realtà tutti i clienti sono già idonei da gennaio. Ci sono state 700 domande di autorizzazione per la vendita di gas naturale a clienti finali: circa 200 di queste sono state attualizzate in via definitiva e altre 330 in via transitoria. In Europa ci siamo battuti con le unghie e con i denti per la direttiva, che non è proprio quella che avremmo voluto perché in Europa non si ottiene mai esattamente quello che si vuole, ma si contratta e si discute, non si battono i pugni sul tavolo ma si rappresentano le ragioni e gli interessi del Paese - perché l’interesse nazionale non è venuto meno con l’Europa - e si ottiene quello che si riesce ottenere tramite alleanze e convergenze nei limiti delle divergenze esistenti.

Personalmente vedo legato già il mio nome ad una serie di interventi normativi e alle volte mi chiedo se non sto anche io cadendo nell’errore che fanno molti parlamentari i quali credono di passare alla storia grazie al numero di leggi che portano il loro nome. Io sono per la delegificazione ma quando si parla di energia si ricordano vari interventi normativi: il primo è stato lo ‘sblocca centrali’ ; il secondo intervento che si è dovuto fare è stata la modifica del sistema della tariffa, col quale abbiamo voluto smussare le punte eccessive dovute - fondamentalmente - alle variazioni del prezzo del petrolio; il terzo è stato l’intervento sugli stranded cost e non solo sugli stranded cost perché in quell’intervento abbiamo anche stabilito alcune priorità per semplificare il processo di attualizzazione nella costruzione delle nuove centrali. Infine c’è questo Disegno di Legge che marcia e che deve molto ad una serie di audizioni che sono state fatte dalla V Commissione.

Parlando delle infrastrutture, sulle reti di trasmissione abbiamo ottenuto una maggiore capacità di scambio transfrontaliero. Sulle reti gas è previsto un progetto con la Libia, il potenziamento della Trasmed, il grosso progetto Algeria–Sardegna e oltre. Su quest’ultimo si sono compiuti molti passi avanti e credo che presto ci sarà un progetto di fattibilità per passare poi rapidamente alla realizzazione. Per i terminali di riclassificazione c’è già Rovigo e ne abbiamo varato uno a Brindisi poco tempo fa.

Con il Disegno di Legge abbiamo cercato innanzitutto di delimitare le competenze tra il Governo centrale e i Governi locali e abbiamo previsto la riunificazione della proprietà e della gestione della rete elettrica. C’è infatti una parte di questo disegno di legge che potei chiamare ‘sblocca linee’. Abbiamo poi previsto condizioni che dovrebbero favorire l’accesso alle nuove infrastrutture ad investitori anche privati. Vogliamo promuovere un migliore mix dei combustibili e abbiamo sentito ripetutamente questa mattina come questo sia essenziale, ma vorremmo anche promuover più investimenti in centrali per il carbone pulito. In questa direzione credo che dovremmo procedere senza grilli per la testa, anzi senza neanche un grillo per la testa. Con questo Disegno di Legge vogliano sostenere le fonti rinnovabili in modo realistico senza cadere nell’equivoco di pensare che queste non costino: noi abbiamo l’obbiettivo di ridurre i costi e quello del risparmio energetico, entrambi presenti ed entrambi in maniera realistica.

Queste cose sono state fatte. Non è stato fatto forse tutto quello che è necessario ma, ripeto, negli anni si è fatto parecchio.

Se in questo momento mi chiedete che cosa penso della nostra situazione e delle prospettive ammetto di essere combattuto fra un insieme di difficoltà e un insieme di fatti che possono diventare rivoluzionari. Le difficoltà sono già state evocate, ma qui vorrei evidenziarne quattro.

In primo luogo il fatto che il mercato europeo non sia un mercato liberalizzato, l’Italia è quella che ha fatto di più dopo il Regno Unito.

La seconda difficoltà è che i Governi locali ci creano dei problemi, ci sono già dei ricorsi a livello di Corte Costituzionale. Io credo che una delle più grandi sciocchezze che siano state compiute è proprio quella di aver immaginato una legislazione concorrente su una materia come questa, ma del resto questo è riconosciuto ora anche dagli autori di quella sciocchezza perché molte cose si capiscono solo dopo averle fatte. Non riesco a capire come sia possibile che la rete nazionale possa essere frazionata ma, probabilmente, un po’ con il nostro disegno di legge e un po’ con il disegno di legge La Loggia queste cose si andranno chiarendo.

La terza difficoltà è quella che chiamerei “il rischio inimmaginato”. Noi siamo abituati a fare dei gesti semplici di cui ci sfugge ormai anche l’importanza per quanto vi siamo abituati. Basta pigiare un interruttore per avere la luce. Ed è così normale, è la prima cosa che facciamo la mattina e poi in continuazione continuiamo a farlo per tutta la giornata. Cos’è allora il rischio inimmaginato? È il black out, un rischio inimmaginato perché la gente, noi, non lo concepiamo nemmeno. Noi dobbiamo fare le reti, le centrali, le infrastrutture perché altrimenti il rischio di un black out è una eventualità possibile. Non dico che succederà domani mattina ma forse tra alcuni anni.

La quarta difficoltà è la conoscenza impressionistica dei problemi dell’energia. Non si sa come stanno le cose. La conoscenza del rischio nucleare per esempio è molto approssimativa., così come lo è la conoscenza della capacità di inquinamento del carbone pulito e così via.

Queste sono le quattro difficoltà tra cui il Governo, e personalmente questo Ministro, si aggira. Ed è soprattutto la miscela di queste cose che è molto problematica perché, se ci pensate bene, la miscela significa che è molto facile avere il consenso grazie al rischio inimmaginato o alla conoscenza impressionistica e quindi questo viene usato.

Quali sono invece le cose rivoluzionarie che io credo ci aspettino?

La prima è che il gas avrà sempre più peso. La seconda è che la tecnologia è pronta per l’energia pulita. Abbiamo progetti importanti per quanto riguarda l’energia solare e probabilmente avremo un prototipo non tanto in là nel tempo. Un po’ più in là nel tempo c’è l’idrogeno: gli Stati Uniti e il Canada sono molto avanti nella ricerca. Non credo che sia per domani mattina ma è lì. Poi abbiamo una Russia che grazie agli investimenti occidentali sarà in grado di immettere un quantitativo sempre maggiore delle sue enormi risorse nel mercato, e poi l’Iraq che torna in una misura certamente molto superiore rispetto a quella che era consentita dal programma ‘oil for food’. Questi sono nuovi elementi in positivo, che avremo ma che non serviranno a niente se non costruiremo le centrali, le infrastrutture e le linee che dobbiamo costruire. Se così sarà altri Paesi e non noi si avvantaggeranno di queste cose rivoluzionarie che io mi aspetto.


Dite la vostra