Home  
home » atti 2004 »          
  chi siamo » contatti » guest book » newsletter » mappa » cerca »
 

FORUM PA CENSIS
Le prospettive per le Amministrazioni
   

l'architettura istituzionale e i modelli di governance

Nei prossimi anni l'architettura complessiva, quasi certamente e salvo shock esogeni, vedrà una crescita "a strappi" verso un mix di federalismo competitivo e collaborazione interistituzionale e ciò, pur non comportando il progressivo concentrarsi delle pubbliche amministrazioni in senso stretto sui processi di formulazione delle politiche, farà crescere una "testa" in stretto rapporto con gli eletti e con think tanks esterni, alla quale si contrapporranno delle "braccia" - agenzie operative in prevalenza pubbliche o a maggioranza pubblica - incaricate di svolgere i servizi pubblici. [
Cooperare o competere: il federalismo italiano sceglie il mix
]
Nella prima domineranno competenze "di policy" con una prevalenza, nel breve periodo, di esperti di settore ed economisti e, in prospettiva, di pianificatori e di esperti "di processo". L'attenzione agli strumenti del management pubblico e il ricorso maggiore alle risorse tecnologiche si concentrerà, invece, nelle agenzie operative che si troveranno ad affrontare la concorrenza, almeno sul piano culturale, del settore privato.
I prossimi sei anni rappresenteranno, di fatto, una fase di transizione in cui dalla convivenza di diversi modelli di governance si innescherà un processo di imitazione che investirà anche le interpretazioni locali della riforma federalista.
A fronte di un vigoroso investimento di risorse e del forte intervento di sostegno interististuzionale il braccio di ferro tra competizione e collaborazione sarà vinto, nel 2010, da un tipo di federalismo cooperativo lontano dal modello tedesco. Così come disegnato nella riforma del titolo V il modello dominante tra sei anni sarà, cioè, caratterizzato dall'interazione "attiva" tra i diversi livelli di governo locale, ma questo sarà il risultato di un processo affrettato e contraddittorio che si porterà dietro molte delle disfunzioni che impediscono oggi collaborazioni effettive tra i diversi livelli di governo.
Ancora tra sei anni saranno molti i punti deboli della riforma federalista ma, ciononostante, il da molti paventato federalismo competitivo, inteso nella sua accezione negativa, non avrà la meglio sulla collaborazione perché si rivelerà un modello del tutto inadatto alla storia delle istituzioni e al contesto politico-culturale italiano.
In altre parole, sei anni saranno sufficienti per far cessare il polverone di "tutti contro tutti" in cui attualmente si fronteggiano le ipotesi di riforma istituzionale, ma non per raggiungere un equilibrio tra spinte particolaristiche ed esigenze di unità e solidarietà nazionale.
Con certezza, però, la riforma federale non sarà l'alibi dietro cui nascondere il tradizionale assistenzialismo degli interessi forti e neppure la strada che porterà, da qui a sei anni, ad un neocentralismo disordinato.

 

L'architettura istituzionale attraverserà in questi anni una fase di forte ripensamento, con dinamiche e spinte di "devolution" verso l'alto e verso il basso da cui deriverà un modello di governance sempre più basato sulla collaborazione inter-istituzionale, su "working group" interni alle amministrazioni e sulla condivisione di obiettivi con soggetti esterni alla P.A. Il criterio di cooperazione andrà ad incidere in maniera incisiva proprio sulle procedure e sui modelli organizzativi stimolando l'aumento di azioni sussidiarie frutto di un approccio condiviso, piuttosto che di impulsi episodici. [ Organizzazione reticolare: il nuovo paradigma ]
Dal punto di vista organizzativo gli Enti pubblici adotteranno con intensità maggiore, rispetto al presente, i paradigmi organizzativi a rete che spingeranno sempre di più verso l'autonomia i singoli nodi dei reticoli funzionali (unità organizzative, sedi territoriali, ecc.).
L'evolvere del processo di riforma verso forme di collaborazione sempre più efficienti implicherà, inoltre, un adeguamento dei modelli organizzativi delle Pubbliche Amministrazioni alle logiche della flessibilità e un adattamento costante agli specifici bisogni del territorio di appartenenza.
L'affermazione del modello federalista e la riduzione dei trasferimenti dello Stato agli enti locali concorreranno ad una progressiva adozione di modelli di cooperazione inter-istituzionale già sperimentati in alcune aree, come le Associazioni Intercomunali dell'Emilia-Romagna. Tale fenomeno riguarderà in particolare i Comuni più piccoli che tenderanno ad associarsi sempre più in uffici unici o in modelli a rete rispondendo così al bisogno di mantenere economie di scala e quindi costi accettabili per i servizi senza però perdere la specificità locale.
Dalla cooperazione deriveranno benefici in termini di capacità di dialogo e di raggiungimento degli obiettivi, ma anche di crescita della capacità di ascolto della cittadinanza all'interno dell'amministrazione.

 

Per dare risposta alle nuove esigenze di modernizzazione e di cultura pratica politico-amministrativa il processo di riforma federale dello Stato implicherà, necessariamente, lo spostamento di competenze e l'aumento dei gradi di autonomia e di responsabilità dei soggetti territoriali. [ Gli enti locali: vinti, vincitori e feriti ]
Le amministrazioni locali avranno, però, difficoltà a collaborare con responsabilità non dimostrando maturità, autonomia e capacità di muoversi entro le cornici del nuovo scenario istituzionale dello Stato. Saranno ancora poche, nel 2010, le collaborazioni effettive e professionali tra le strutture amministrative. A frenarle principalmente il fattore umano: formazione inadeguata del personale delle amministrazioni locali e lenta riconversione del personale statale.
L'attuale propensione all'antagonismo tra le istituzioni rappresentative (Regioni, Province e Comuni) e tra Pubblica Amministrazione centrale e locale andrà via via diminuendo nel corso dei prossimi sei anni.
Da una parte il decentramento favorirà le best practice e la valorizzazione delle componenti più dinamiche e innovatrici facendo acquisire alla competitività una valenza positiva e attenuando i divide tra amministrazioni e le contrapposizioni tra le diverse aree del paese.
Dall'altra, per attenuare la competizione tra singole aree territoriali che deriverà dall'avvio della riforma federale, si punterà con forza sulle politiche di perequazione delle risorse. Queste, definite e gestite a livello centrale, garantiranno i livelli essenziali delle prestazioni civili e sociali su tutto il territorio nazionale e la coesione economica e sociale del paese.
In questo contesto si affermerà sempre più una pubblica amministrazione la cui azione amministrativa si sposterà da una prevalente attenzione verso la formalità dei procedimenti a una cultura dei risultati rivolta al soddisfacimento del cittadino-utente e delle imprese.
L'anello "debole" del modello federativo che emergerà sarà la Provincia: dal punto di vista "politico" godrà di rappresentatività estremamente inferiore rispetto al Comune, primo riferimento istituzionale per il cittadino; dal punto di vista della "rilevanza" avrà insufficiente capacità istituzionale, dimensioni e risorse; sul piano "gestionale amministrativo", invece, gli mancherà la forza della diretta gestione dei servizi del Comune e la capacità programmatica e legislativa della Regione.

 

Nel 2010 lo Stato non sarà più esclusivamente legislatore e amministratore, ma piuttosto sarà il "facilitatore" di processi e politiche, si occuperà di elaborare e "suggerire" programmi e piani d'azione e si farà promotore di forme di co-regolamentazione (ad esempio, intese volontarie tra le parti, come imprese, lavoratori e consumatori) in un mercato che sarà sempre più aperto e ampio. In sostanza un ruolo di orientamento, indirizzo, coordinamento, monitoraggio e non di amministrazione diretta. [ Il ruolo del governo: facilitare coordinare suggerire ]
Sarà proprio la capacità di coordinamento a garantire la non sovrapposizione di iniziative e funzioni che altrimenti renderebbero vano il miglioramento dei singoli e porterebbero ad una situazione per cui ciascuna regione o area territoriale adotta un diverso modello di governance legato alle condizioni politiche e istituzionali che in quel momento prevalgono e perciò tanto più instabile, quanto più è assente la concertazione tra le parti.
In mancanza di una Camera delle Regioni, lo Stato e i ministeri svolgeranno le loro funzioni nei confronti delle Regioni sulla base dei principi di sussidiarietà, proporzionalità e cooperazione. E saranno questi i principi che, negli anni prossimi, guideranno la creazione di strumenti e metodi di concertazione e cooperazione interistituzionale.
A prescindere dai nuovi assetti amministrativi il parlamento, rimarrà l'interlocutore principale per le Ppaa e in questo non sarà superato di importanza da "nuovi" interlocutori istituzionali quali l'Unione Europea e le Regioni.
Il governo centrale trasferirà responsabilità amministrative e decisionali a livelli e dimensioni inferiori per dare spazio alle varietà e alle dinamiche regionali in termini economici e politici ed in questo modo le Regioni acquisiranno autonomia organizzativa, di gestione e di governo. Tuttavia, ancora tra sei anni, i governi regionali non riusciranno ad aumentare la cooperazione orizzontale andando oltre i confini nazionali e non saranno ancora state create le condizioni per realizzare, a livello locale, quel che viene definito empowerment, cioè un accrescimento di possibilità dei singoli e delle Comunità di controllare e gestire attivamente la propria vita sociale, lavorativa, familiare e politica.
I ministeri interessati dai cambiamenti profondi delle proprie funzioni svilupperanno un modello burocratico che alle esigenze di sistema tenderà a non rispondere più con l'uniformità delle regole. Le Regioni avranno una responsabilità e un ruolo centrale rispetto alla capacità delle Ppaa di presentarsi come un soggetto unico nei riguardi del sistema delle imprese e nelle risposte da dare al cittadino. A ciò si frapporranno problemi a fronteggiare le spinte autonomiste e rivendicative dei Comuni e la sfida sarà "vinta" da quelle Regioni che sapranno interpretare il federalismo amministrativo come l'occasione per creare le condizioni per la valorizzazione delle potenzialità presenti sul territorio anziché porsi come le nuovi eredi del centralismo statale.
A fronte di una crescente europeizzazione dell'economia, della politica ed anche della cultura, si investirà sulla crescita delle dimensioni regionale e locali. In ambito politico, si verificherà una crescente tendenza al potenziamento dell'autonomia regionale, i movimenti regionalisti, spingeranno avanti il processo di devolution che già oggi non si può ignorare e le Regioni saranno le protagoniste in una scena europea di competizione economica. In questo ambito si attiveranno politiche di promozione delle peculiarità economiche e culturali delle Regioni attraverso strategie di marketing territoriale.

 

il lavoro pubblico

La Pubblica Amministrazione smetterà di essere utilizzata come contenitore del lavoro in esubero e si andrà riducendo progressivamente il numero degli addetti. Fenomeno questo rispetto al quale la tecnologia avrà un peso rilevante.
Il passaggio ad una amministrazione innovativa sarà legato all'innesto di risorse nelle varie amministrazioni, al ringiovanimento della dirigenza e alla massiccia introduzione della tecnologia come elemento di integrazione.
[ Ieri contenitore, domani fucina degli innovatori ]
Lo Stato arricchirà il proprio know how attraverso l'acquisizione di risorse umane qualificate prese dal mercato o formate in modo innovativo.
Il settore pubblico diventerà anche più selettivo per quanto riguarda i profili professionali: ruoli e funzioni verranno riclassificati e rinnovati con piante organiche che tenderanno sempre di più ad eliminare profili professionali bassi e a incrementare quelli tecnici e specialistici. Ci sarà bisogno quasi esclusivamente di profili professionali molto alti (dirigenti e categorie D) e ciò avverrà in relazione alle innovazioni tecnologiche e a quelle legate alle dinamiche di architettura istituzionale.
La tensione verso il cambiamento si diffonderà in maniera crescente a ogni livello amministrativo e territoriale, saranno sempre di più i funzionari e gli amministratori della pa che svolgeranno il ruolo di innovatori - qualcuno ha scritto che l'innovazione è una "disobbedienza riuscita" - e avranno più credibilità e autorevolezza, più spazi e opportunità ma anche più scambi, grazie alla creazione di Comunità virtuali e reali.

 

I nuovi profili professionali di cui la PA si doterà nell'arco dei sei anni avranno nuove competenze professionali assai diverse da quelle tradizionali di interpretazione ed applicazione di norme giuridiche. Saranno due le aree principali su cui ci sarà necessità di ampliare le competenze del personale pubblico: la prima è la capacità di gestire in maniera efficiente e trasparente i rapporti con i cittadini attivi; la seconda riguarda invece la gestione dei rapporti con gli altri livelli amministrativi Si tratterà in particolare di far acquisire ai dipendenti capacità manageriali, competenze relazionali e di farne crescere la capacità di comunicazione, di ascolto e di interazione con i diversi soggetti pubblici e privati della rete su cui si fonda l'amministrazione condivisa, ma anche la crescita del senso istituzionale e, non di minore importanza, la capacità di governo della complessità, la capacità dirigenziale (a rilevanza esterna) e l'attitudine a gestire i margini di autonomia e scambiare le professionalità.
[ Nuove figure professionali e competenze rinnovate ]
Per ciascuna categoria verrà, inoltre, immaginato un percorso formativo specifico, il personale di front office, ad esempio, verrà formato rispetto a:
- la centralità della persona;
- il servizio da erogare;
- mettere in condizione gli utenti di contribuire a migliorare l'erogazione dei servizi e definire attività più efficaci;
- comunicazione interpersonale nell'erogazione dei servizi soprattutto per il contatto con utenze "deboli".
Nel complesso si prevede che da qui al 2010 le pubbliche amministrazioni investiranno una cifra pari all'1% dei bilanci in formazione per i propri dipendenti. Si assisterà, inoltre, a un'introduzione crescente di efficienti processi di formazione continua trasversali, che riguarderanno in particolare le applicazioni informatiche e la lingua inglese, e verticali, che riguarderanno più le discipline economiche e organizzative e meno le discipline giuridiche, amministrative e tecniche.
La crescita professionale sarà promossa attraverso un piano straordinario di formazione valutato in base alle caratteristiche e necessità dell'ente e progettato sulla base di uno studio del grado di efficienza e sviluppo dell'organizzazione.
Le figure professionali di cui il sistema pubblico avrà bisogno nel corso dei prossimi anni riguardano in particolare:
- il management dei servizi;
- gli addetti al settore economico-finanziario;
- gli addetti alla scienza dell'amministrazione;
- gli addetti al marketing territoriale e dei servizi;
- i gestori dei rapporti con la società civile nei processi di pianificazione partecipata;
- i responsabili del "governo" dei servizi dati in outsourcing;
- i negoziatori dei contratti di servizio;
- i promotori di network per lo sviluppo locale e gli addetti alla Comunicazione.

 

Il processo di riforma sarà basato su una nuova organizzazione del lavoro, attraverso la creazione di un clima organizzativo favorevole al cambiamento.
Il lavoro pubblico nei prossimi sei anni sarà caratterizzato da un processo di consolidamento dei cambiamenti avvenuti. Si verificherà una crescita dell'orientamento alla performance e questo inciderà sul modo stesso di organizzare il lavoro a tal punto che, nel 2010, all'interno delle amministrazioni pubbliche si lavorerà rispetto al raggiungimento di obiettivi attraverso la realizzazione di progetti affidati a team e gruppi di lavoro formati da personale dotato di forte creatività e costantemente aggiornato.
[ Si lavora per obiettivi ]
L'azione per obiettivi e il collegamento con il bilancio saranno determinanti, non solo per la dirigenza in sé, ma per il passaggio ad un'amministrazione che opera "per obiettivi" invece che "per adempimenti".
Allo stesso tempo, crescerà la competitività delle risorse umane interne rispetto al mercato del lavoro e si diffonderanno forme di lavoro flessibili che, pur non producendo una diminuzione complessiva dei costi, avranno il potere di migliorare la qualità del lavoro.
I cambiamenti maggiori riguarderanno i dirigenti: questi avranno più autonomia e più responsabilità e la possibilità di agire in base a norme del diritto civile, con un contratto individuale forte. Le scelte di gestione saranno loro affidate secondo canoni privatistici il che comporterà l'obbligo di rispondere dei risultati raggiunti senza altri vincoli normativi se non quelli strettamente necessari ad una pubblica amministrazione - come per esempio possono essere le garanzie di imparzialità e libera concorrenza nell'attività negoziale o i vincoli per il rispetto dei tetti di spesa, o ancora, nell'organizzazione del lavoro, i vincoli per la tutela dei lavoratori dipendenti.

 

La politica del personale subirà cambiamenti radicali nei prossimi sei anni che riguarderanno in modo particolare le politiche retributive.
I meccanismi premiali e meritocratici sul piano retributivo saranno nel complesso rafforzati, sarà definitivamente superata la pratica del premio "a pioggia" e si farà ricorso agli strumenti di incentivazione economica e agli avanzamenti in modo da incrementarne la funzione reale di motivare e soddisfare il personale nell'ambito della propria attività. Questo porterà ad "agganciare" la retribuzione al risultato, anche se, ancora tra sei anni, non sarà stato introdotto un indicatore capace di valutare i "risultati" tenendo conto della qualità percepita dagli utenti.
[ Si guadagna sui risultati ]
Negli anni tra il 2004 e il 2010 la retribuzione sarà regolata da contratti integrativi aziendali orientati a responsabilizzare il management e il "controllo sindacale" rispetto alla distribuzione del sistema premiante.

 

L'attuazione del federalismo
sarà coniugata ad una radicale innovazione delle tecnologie di processo, di servizio, di gestione e questo aprirà grandi opportunità di riforma in termini di efficienza e qualità della Pubblica Amministrazione.
[ The power of technology ]
La tecnologia rappresenterà per la PA:
- il motore per l'innovazione;
- la leva di competitività;
- il modo e il mezzo per raggiungere ogni categoria di cittadini;
- il canale di comunicazione per l'interazione tra soggetti;
- uno strumento di apertura e comunicazione.

L'effetto dell'impiego dell'ICT sarà massiccio e positivo: sarà stata superata la fase pionieristica, che in Italia è stata più lunga che in altri Paesi, e ci si avvicinerà alla diffusione su larga scala degli strumenti e delle forme di lavoro più moderne.
Se, in un primo momento, la tecnologia si scontrerà con organizzazioni impreparate ad accogliere il cambiamento che le nuove tecnologie impongono, nel corso dei prossimi anni l'impatto dei progetti tecnologici sulla PA sarà più vasto ed incisivo permettendo alle amministrazioni di ridurre i tempi di espletamento delle pratiche, di recuperare efficienza e di aumentare l'efficacia dell'attività di controllo.
Nei prossimi sei anni l'informatica di base sarà molto più semplice di oggi e verrà quindi utilizzata nello stesso modo e con la stessa confidenza con cui si utilizza oggi un elettrodomestico. La tecnologia si affermerà se, e nella misura in cui, i concetti di trasparenza e velocità ne guideranno le applicazioni.
A prescindere dalle soluzioni che verranno adottate dalla Pubblica Amministrazione la sicurezza, l'accessibilità, l'affidabilità dei software di base saranno le caratteristiche di base nella progettazione di ogni soluzione informatica.
In questo contesto, la tecnologia sarà lo strumento attraverso cui il lavoro pubblico recupererà/consoliderà la dignità professionale anche per un "effetto osmosi" rispetto al lavoro privato.
La semplificazione degli strumenti informatici di base faciliterà, inoltre, l'utilizzo di strumenti intelligenti di elaborazione dati (PC portatili, telefonini di nuova generazione, palmari, etc.) da parte di classi di operatori pubblici che oggi, per le loro esigenze di mobilità, non utilizzano strumenti di tal genere. Questi avranno a disposizione strumenti per accedere ai dati da remoto senza fili (grazie alle tecnologie wireless) e strumenti adatti alle loro esigenze di mobilità.
Nonostante l'approccio entusiasta e alcuni casi di gestione efficace, non sarà il telelavoro l'innovazione che, in termini tecnologici, avrà nei prossimi anni il potere di cambiare le sorti del pubblico impiego: al contrario di maggior beneficio saranno i cambiamenti portati, all'amministrazione, dal protocollo informatico. Questa tecnologia, consentendo di seguire l'iter delle pratiche sia all'interno che dall'esterno dell'amministrazione, porterà a notevoli risparmi grazie a una riduzione/eliminazione di uffici di protocollo, archivi, gestione degli scarti d'archivio, ecc..
Nel breve periodo avranno un impatto maggiore i progetti orientati al front office quali: accesso telematico ai servizi, portali integrati e servizi per la consultazione attiva dei cittadini nelle scelte politiche.
Il vero valore aggiunto delle tecnologie sarà, però, nelle tecnologie utilizzate per l'integrazione dei back offices. Queste renderanno possibile, in un orizzonte temporale breve, l'integrazione delle basi dati consentendo, così, il risparmio di costi e portando al miglioramento dell'intelligence dei fenomeni e delle tendenze in atto ai fini di migliorare il decision making.
Ancora tra sei anni non sarà completata la realizzazione di un'efficace rete Intranet di tutta la PA, fatto per cui nei processi di comunicazione interna la posta elettronica rappresenterà ancora l'indiscussa killer application.
Tra sei anni sarà possibile per le amministrazioni accedere alle informazioni ovunque risiedano indipendentemente dal dipartimento e ente di competenza attraverso soluzioni di cooperazione applicativa piuttosto che strumenti di integrazione tra software e centralini telefonici.

 

Il cambiamento del linguaggio e della comunicazione saranno la cartina di tornasole dei processi di innovazione della PA: parlare chiaro, far sapere, dialogare con il proprio pubblico saranno funzioni trasversali ad ogni funzione organizzativa ed obbligheranno il "back office" a operare su obiettivi non più generici ma dichiarati e pianificati.
[ L'innovazione della PA si misurerà con la comunicazione ]
Il crescente investimento in comunicazione da parte delle amministrazioni, centrali e locali, porterà ad una serie di vantaggi di differente natura: attraverso la comunicazione si ridurranno le distanze tra cittadini e istituzioni, si favorirà la diffusione di buone pratiche e si stimolerà l'attivismo civico.
La strategia di comunicazione sarà pianificata in modo tale da rendere le informazioni facilmente reperibili da tutte le amministrazioni pubbliche organizzate e archiviate da poche e identificabili fonti.

 

il mercato dei servizi pubblici

Il mercato dei servizi pubblici sarà spinto, nel corso dei prossimi anni, ad una crescente apertura dovuta principalmente alla sempre maggiore necessità di dare evidenza dei risultati al cittadino e al bisogno di gestioni più economiche come conseguenza dell'erosione delle risorse degli enti pubblici
[ La liberalizzazione dei servizi: dal troppo poco al troppo ]
Tuttavia si assisterà nel prossimo futuro ad una gestione non lineare delle liberalizzazioni e delle esternalizzazioni dei servizi che passeranno dall'attuale "troppo poco" al "troppo". Un passaggio di tal genere non sarà, comunque, sufficiente a recuperare completamente il ritardo derivante dallo stop che ha caratterizzato il processo di riforma della pubblica amministrazione sino ad oggi.
Se il processo di liberalizzazione non subirà intoppi sensibili nei prossimi anni ed anzi in alcuni casi un'accelerazione, le privatizzazioni rimarranno praticamente stabili seppure guidate da un approccio meno ideologico e più prudente. Si sarà infatti diffusa la consapevolezza che occorrono nuove regole nella corporate governance ed una tutela delle risorse e del patrimonio pubblico nel merito delle politiche aziendali, in particolare, delle public utilities.
In questo contesto le cosiddette "essential facilities" rimarranno sotto una stretta sorveglianza degli enti pubblici per assicurare l'applicazione del principio dell'e-democracy.
Il ruolo delle utilities sarà strategico proprio perché l'ente locale, dotandosi di reali capacità di governo e controllo delle aziende partecipate, cambierà radicalmente la propria funzione nei confronti delle sue stesse aziende.
Si assisterà alla crescita dei casi in cui i Comuni diventeranno regolatori più che gestori di servizi - mantenendo le funzioni di controllo - mentre le imprese diventeranno gli erogatori del servizio. In tal modo le infrastrutture necessarie verranno realizzate mediante capitali pubblici e privati.
Nei prossimi anni anche il sistema di controlli sulle funzioni esternalizzate sarà più efficiente e non più esclusivamente basato sul rispetto delle norme ma sui risultati di gestione.
Nel periodo considerato non avverrà il passaggio da posizioni di monopolio locale a forme di rendita monopolistica su basi territoriali più ampie perché queste sarebbero troppo onerose per il sistema-paese. Si verificherà, piuttosto, la situazione per cui le amministrazioni pubbliche venderanno alcuni servizi pregiati, in particolare i servizi tecnici, ad altre amministrazioni.
Sul piano organizzativo, come detto, il nuovo modello di governance, caratterizzato da privatizzazione e da federalismo, avrà un effetto benefico sia in termini di lavoro pubblico, rispetto al quale saranno proprio le privatizzazioni a spingere verso una gestione manageriale, una cultura del risultato e verso una più spinta meritocrazia; sia in termini di alleanze di soggetti istituzionali e privati tesi all'ottimizzazione dei costi.
Se nel complesso il sistema di servizi pubblici locali sarà sempre più ispirato ai principi della concorrenza e della liberalizzazione, nel campo dei servizi alle imprese si assisterà ad un fenomeno opposto alla privatizzazione per cui società pubbliche (con partecipazione privata) offriranno soluzioni e servizi ad altre PA o enti privati.
Cambierà il rapporto dell'ente locale con il mercato e con il terzo settore, che non saranno più visti come erogatori di servizi esternalizzati ma come propositori autonomi di risposte integrate alle necessità delle comunità locali.

 

La sempre più aperta concorrenza nell'offerta di servizi renderà indispensabili i miglioramenti qualitativi delle diverse Ppaa, si farà , cioè, strada una nuova sensibilità verso la necessità di "aziendalizzare" il funzionamento della PA erogatrice di servizi, senza però un'eccessiva contaminazione tra PA e mondo dell'impresa italiana, né in termini di professionalità né di best practices, e senza snaturarne la missione pubblica e le finalità di interesse generale.
[ Outsourcing: la PA recupera la mission ]
Sarà proprio grazie alle politiche di outsourcing che la PA riuscirà, nei prossimi sei anni, a concentrarsi sulla propria mission istituzionale.
Vale a dire che il processo di esternalizzazione consentirà una maggiore focalizzazione sui nuclei essenziali dell'attività propria della PA dando vita ad un'amministrazione sempre più preparata a gestire i rapporti contrattuali, alleggerita del sovraccarico di strumenti e di competenze troppo specifiche.
Le aree su cui sarà maggiore il ricorso all'esternalizzazione saranno alcuni servizi di linea, i servizi afferenti ai bisogni "immateriali" (es. sicurezza) e tutte quelle attività a carattere prestazionale che non comportano una discrezionalità nella valutazione degli interessi pubblici coinvolti e che risultano strumentali al perseguimento delle finalità pubbliche. Al contrario, si assisterà al fallimento dell'esternalizzazione dei servizi di staff.
Se, nel complesso, il giudizio sugli effetti delle politiche di outsourcing è positivo non manca la consapevolezza che, rispetto ai reali problemi organizzativi della PA, queste non potranno rappresentare altro che un palliativo.
Il problema centrale in tema di outsourcing sarà legato a questioni di politica di rigore etico legati alla poca trasparenza sulle procedure di assegnazione delle forniture, alla mancata valutazione dei risultati e ai legami tra committente e fornitori del servizio scelti, spesso, sulla base di interessi politici piuttosto di competenze reali.
Ancora nel 2010 imprese e amministrazioni saranno legate da un doppio opportunismo tale per cui le imprese "sfrutteranno" le incompetenze delle amministrazioni fornendo loro soluzioni subottimali, mentre le amministrazioni continueranno a "sfruttare" le imprese con pagamenti lentissimi e con il ricatto del "cambio di fornitore".
Tuttavia, proprio in merito alla questione della modalità di controllo e gestione da parte dell'amministrazione stessa che esternalizza si procederà a una forte attenzione, nella PA, a garantire al proprio interno competenze di livello superiore.
La necessità di esternalizzare non verrà meno grazie al principio di sussidiarietà orizzontale e alla riorganizzazione dell'attività pubblica ne deriverà nei termini di un'inversione del criterio di ripartizione di competenze tra autonomia privata e funzione pubblica.
In altre parole, se anche il principio di sussidiarietà fosse adottato come macrocriterio di riorganizzazione, le risorse umane, finanziarie e strumentali attualmente impegnate in processi e in attività inutili non verrebbero comunque ricollocate all'interno di processi operativi "esternalizzabili".
Le liberalizzazioni e le reali aperture a logiche di mercato, estranee alla nostra cultura diffusa, prevarranno sulle privatizzazioni "finte".
Per il 2010 si sarà già compiuta la riflessione sul reale valore dell'outsourcing e sulla corretta relazione tra privato e pubblico; ciononostante le imprese, profit e no profit, non saranno ancora coinvolte nella definizione delle politiche ma solo nella semplice realizzazione/erogazione dei servizi.
Il processo di esternalizzazione seguirà una logica di aggregazione che si concretizzerà in diversi tipi di collaborazioni e alleanze:
- alleanza ed aggregazioni territoriali finalizzate all'ottimizzazione dei costi e al bisogno di far fronte alla innovazione tecnologica;
- alleanza tra società di servizi pubblici per accrescere e migliorare il loro livello di competitività;
- forti collaborazioni con il privato sociale cui tenterà di ispirarsi il privato-privato;
- strutture consortili miste pubblico privato capaci di esprimere al meglio la forza dei territori anche all'interno e vs. le Regioni e di produrre un miglioramento di molte fasi di produzione ed erogazione di servizi pubblici;
- associazionismo tra piccoli Comuni relativamente all'ottenimento di risorse da coogestire per lo sviluppo di servizi intra-territoriali e per lo sviluppo di servizi sul territorio.

Nello specifico campo dell'Ict le politiche di outsourcing saranno incapaci di raggiungere i risultati sperati. Si punterà, allora, a un giusto mix di competenze interne ed esterne tale per cui verranno mantenute all'interno le strutture informatiche di qualità capaci di condurre progetti che hanno impatti strategici sul funzionamento dei servizi e si metteranno a punto strategie tese a ottimizzare le risorse mettendo in comune strumenti, competenze e tecnologie.
Nasceranno nuove forme di collaborazione con le aziende che producono le tecnologie e questo porterà al fiorire di progetti co-finanziati le cui spese non gravino interamente su budget pubblici già ridotti ai minimi termini. Da questo deriverà lo snellimento di alcuni processi interni di trasmissione e gestione dei dati e delle informazioni.

 

 

eGovernment

Nei prossimi sei anni l'e-government sarà pervasivo, ogni progetto-iniziativa terrà conto del "canale internet" e delle potenzialità offerte dalla rete per rapportare l'amministrazione ai cittadini e ciò produrrà i seguenti effetti:


- creazione di nuovi processi amministrativi che siano in grado di fornire servizi innovativi non disponibili in precedenza;
- miglioramento della qualità ed efficacia dei servizi esistenti;
- eliminazione di attività inutili o a scarso valore aggiunto;
- integrazioni orizzontali e verticali all'interno di una amministrazione e tra diverse enti e strutture;
- introduzione di sostanziali economie e ottimizzazioni nell'uso delle risorse;
- riqualificazione del personale e il suo riorientamento verso attività a maggiore valore aggiunto.

Sviluppo dei servizi infrastrutturali locali, diffusione territoriale dei servizi per cittadini e imprese, inclusione dei piccoli Comuni nell'attuazione dell'e-government, avviamento di progetti per lo sviluppo della cittadinanza digitale, e-democracy, promozione dell'utilizzo dei nuovi servizi presso cittadini e imprese: sono le cinque linee d'azione della seconda fase del piano e-government che saranno state tutte raggiunte nel 2010.
Gli ostacoli dovuti alla scarsa conoscenza e diffusione di nuove tecnologie per l'informazione e la comunicazione, nonché alla bassa cultura sui temi dell'innovazione che oggi limitano l'estensione e il successo degli strumenti del governo elettronico difficilmente reggeranno alla distanza e, nel 2010, saranno superati. Questo farà sì che almeno gli aspetti più banali legati all'e-government, come ad esempio la meccanizzazione e la riduzione di tempi, adempimenti e distanze, si sviluppino bene nell'arco di tempo preso in considerazione.
Al contrario, per i cambiamenti più complessi legati alle soluzioni tecnologiche avanzate gli ostacoli al governo elettronico sono ben più profondi e sei anni non saranno sufficienti per agire su questioni di tipo socioeconomico e non tecnico, vincoli esogeni e non endogeni e neppure per minare le logiche di gestione lobbistica del potere e di patteggiamento non trasparente delle soluzioni.
I maggiori ostacoli alla realizzazione del piano e-government saranno di carattere organizzativo e socio-culturale piuttosto che politico.
Saranno proprio le amministrazioni minori ad incontrare maggiori difficoltà: non avranno i fondi per investimenti importanti a fronte di un'utenza limitata e avranno difficoltà anche a mutuare sistemi sperimentati altrove a causa di costi finanziari, logistici, amministrativi e di aggiornamento.
Qualcuno ha detto che nel 2010 il mito dell'e-government sarà tramontato e che tra sei anni ne resterà il fallimento e lo spreco di risorse. Alla base di questa affermazione la diatriba di lunga data sul potere delle nuove tecnologie per l'informazione e la comunicazione che oppone l'idea di tecnologie salvifiche all'illusione e alle false speranze a queste attribuite.
Ma questo non accadrà: l'obiettivo di produrre una vera innovazione all'interno della PA sarà stato raggiunto nel 2010 e la verifica politica su quanto fatto e sulle risorse investite per aumentare la qualità di servizi non porterà le amministrazioni a fare un passo indietro.
Nel campo dei servizi e-government l'approccio basato sulla mediazione aprirà possibilità interessanti sia in termini di accesso ai servizi da parte delle categorie svantaggiate, sia di stimolo alla nascita di realtà imprenditoriali e di supporto a gruppi e associazioni liberamente costituiti.
Commercialisti, consulenti fiscali, uffici del lavoro, professionisti, enti di supporto saranno riconosciuti dai progetti e-government come figure capaci di fornire macro-servizi orientati alle esigenze specifiche dell'utente.
Nei prossimi anni saranno strutturate politiche e progettati strumenti per accedere alle facilitazioni che l'e-government renderà possibili; questi saranno adatti alle diverse tipologie di target e andranno dalla cablatura del territorio alla riduzione degli oneri di accesso ad internet; dalla dotazione a fasce "deboli" di strumenti appositamente pensati per le loro necessità specifiche all'implementazione di punti assistiti di accesso ai servizi e alle tecnologie.
Inoltre, in maniera crescente rispetto al presente, le esperienze di buona amministrazione, realizzate attraverso l'e-government, verranno esportate da amministrazioni locali ad altre attraverso la creazione di joint venture pubblico-privato.
Tuttavia, ancora nel 2010 e non per questioni temporali, non si sarà giunti alla terza fase del piano e-government intesa come passaggio dall'e-government all'e-governance, ma si punterà a offrire agli amministratori e ai funzionari pubblici strumenti per governare, pianificare, monitorare e soddisfare i nuovi bisogni di cittadini ed imprese utilizzando le nuove tecnologie.

   
 
Intranet Accedi all'area intranet
accedi all'area Intranet di Scenari P.A.

Login Area Intranet

   
   

 

home » atti 2004 »          
  chi siamo » contatti » guest book » newsletter » mappa » cerca »