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Il
real social tagging: quando il virtuale si innesta nel territorio
Carlo Infante - libero docente di Performing Media
del
24/01/2008
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Alla base del geoblog del museo diffuso di Torino c'è il
concetto di "real social tagging". Di che cosa si tratta?
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Quella
esperienza del geoblog ideato e realizzato dal Performing
Media Lab del Piemonte e poi sviluppato come Mappa Emozionale
del luoghi della memoria antifascista
a Torino è un esempio emblematico. Ma è opportuno una riflessione
di contesto.
Il social tagging è uno dei fenomeni più interessanti del
web 2.0, per intendere una dimensione informativa che va oltre la dinamica
partecipativa.
Si parte da una prima istanza qualificante che è proprio la partecipazione,
una condizione attiva che favorisce il feedback, ma bisogna anche capire
come dare forma a questa partecipazione. E' importante, cioè, riuscire
a referenziare le informazioni per condividerle attraverso la migliore
pertinenza possibile. Allora l'innesto è proprio su questo punto:
con il social tagging la partecipazione nel web 2.0 compie un salto di
qualità perché si tende a condividere la pertinenza delle
parole chiave: le tag.
Per tornare al neologismo del "real social tagging" bisogna
però fare un salto di qualità ulteriore, quello che riguarda
ciò che connette la rete al territorio.
Il cosiddetto real social tagging nasce per definire la dimensione territoriale
senza contrapporla a quella virtuale. Sia chiaro: il virtuale è
qualcosa in più e non qualcosa in meno della realtà. Questo
aspetto è legato alla simulazione e a come questa condizione possa
elavare il grado di consapevolezza di uno scenario in cui agire. Se si
agisce nella simulazione si può acquisire una maggiore esperienza
per agire poi nella realtà. In questo senso ritengo che le prove
teatrali siano la metafora più appropriata per definire il concetto
di simulazione, è il far finta per davvero, ciò che permette
di essere meglio preparati alla "realtà".
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E'
in questo senso che si definisce la possibilità di un uso
cognitivo della rete?
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Real
social tagging significa proprio connettere le dinamiche strettamente
cognitive della rete al territorio, utilizzando le tag (uso il femmile,
come per le tag del graffitismo, fenomeno da cui deriva il social tagging)
come parola chiave.
Su thinktag.org è
possibile trovare anche un "manifesto" sul social tagging i-pertinente,
firmato insieme a Derrick De Kerchkove. Lì si parla di "ipertinenza",
ovvero di quella pertinenza ipertestuale propria di chi ragiona "ludicamente"
ed è agile nel pensiero attraverso la rete. Ciò permette
di rendersi conto dell' effetto moltiplicatore che si attiva attraverso
l'utilizzo delle informazioni in rete tra loro.
C'è chi rischia di subire l'overload informativo, chi non è
abituato ad essere associativo, a linkare, a saper cavalcare la dinamica
sinaptica delle rete.
Il social tagging permette di associare l'automatismo delle reti alla
possibilità di selezionare automaticamente la pertinenza delle
parole, permette di condividere con il colpo d'occhio.Pensiamo alla tag
cloud, la "nuvola" delle parole chiave. Lì si esplicita
l'aspetto sensoriale e percettivo insieme a quello cognitivo. Si coniuga
la dimensione veloce e automatica della rete con una rapidità e
un automatismo proprio di una intelligenza sinaptica e ricombinante..
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Come
nasce l'idea di un geoblog? E in cosa consiste esattamente?
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La
mappa emozionale del museo diffuso nasce da un progetto precedente, glocalmap.to,
nato prima ancora di google.map Quell'esperienza si è evoluta con
le associazioni teatron.org, Acmos e Libera, con cui si è organizzato
a Torino una manifestazione contro le mafie (digitate nomafie su glocalmap)
che ha portato poi alla
realizzazione del Performing Media.lab/pie, un laboratorio sull'uso sociale
e creativo dei nuovi media. Nel lavoro con i ragazzi del Performing Media
Lab, ho cercato di trovare un modo per cui la città potesse essere
"scritta" da chi la vive. Il post, inserito sia attraverso internet
che con gli sms, marca la mappa e dà subito l'idea di come la città
si muova, reagisca ai problemi, trovi soluzioni, "semplicemente"
si autorganizzi. Questo riguarda da un lato la sovranità nazionale
(non si usava il satellite americano ma le foto
aeree di proprietà degli enti locali) ma anche la possibilità
di capitalizzare ciò che molte amministrazioni tengono nel cassetto.
Quasi tutte la grandi città d'Italia hanno il panorama aereo della
propria comunità territoriale ma non lo utilizzano. Noi ci guardiamo
con gli occhi di google map ma è inquietante dipendere da una sola
tecnologia, per lo più proprietaria e riconducibile ad uno Stato
straniero..
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Quali
sono le potenzialità di questo utilizzo attivo e partecipativo
della rete connessa al territorio?
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Sicuramente
vastissime. L'elemento territoriale è determinante perché
riguarda l'idea di associare al virtuale un'azione reale fatta nel territorio,
da corpi che si muovono e rilasciano un segno. Incontri persone, condividi
delle esperienze, emozioni e lasci un segno nella rete, come la scia delle
lumachine...
Come se la rete fosse realmente una nostra estensione, una nostra eco
informativa a tutti gli effetti.
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Quale
pensa sarà la strada evolutiva che seguirà la rete?
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Penso
che la rete debba essere sempre più un luogo per l'autorganizzazione
creativa. Concepire la rete come circolo dell'empatia, tutta l'umanità
d'altronde si basa su questo, da sempre. Il principio dell'empatia significa
mettersi nei panni dell'altro: se non capisci cos'è l'empatia non
sai cos'è la comunicazione.
In questi ultimi sessant'anni ci hanno fatto intendere che la comunicazione
è ascoltare la radio, leggere i giornali, guardare la televisione.
Quella non è comunicazione, quello è "comunicare a",
non "comunicare con". Nella società delle metropoli,
dei mass media e dei grandi consumi, questa dimensione si è persa,
mentre nella campagna il principio dell'empatia è molto più
radicato. Le componenti interessanti del mondo, il web 2.0, il
concetto di wikinomics fanno riscoprire la valenza della partecipazione
e della collaborazione.
Ci sono ragazzi che, in tutto il mondo, stanno scoprendo la pratica co-operativa
attraverso la rete utilizzando i wiki, il social networking, i vari myspace
o facebook. Anche se la cosa che non mi piace di myspace e facebook è
che operano solo sulla dinamica desiderante di ragazzi che si cercano
senza una vera politica sociale.. mentre noi, nel nostro piccolo, dovremmo
fare questo: inventare real social networking, per fare della rete un
reale spazio pubblico.
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Perché
secondo lei la pubblica amministrazione non riesce a fare proprie
almeno parte di queste opportunità?
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E'
un problema di persone. Alcune non ne vogliono sentire parlare e si mettono
di traverso o alimentano l'inerzia.
Ma ci sono altri in grado di rilanciare questi temi. Bisognerebbe intercettare
quelle persone intelligenti e responsabili e poi trovare i canali giusti
di promozione culturale (si, la questione è culturale) che attualmente
mancano. L'ambito della ricerca e della formazione avanzata dovrebbero
creare delle piattaforme, dei momenti di scambio vero e non addomesticato
come in certi ambienti prefabbricati di e-learning.
Avremmo bisogno di corsi di formazione molto precisi, caratterizzati sull'istanza
ludico-partecipativa, ad esempio. Momenti di raccordo tra la gestione
ottimizzata della cosa pubblica e la governance stategica di internet.
Dovrebbe essere proprio il mondo dei master la cinghia di trasmissione
tra le università (pubbliche e private), la pubblica amministrazione
e le potenzialità evolutive della rete. Io credo ci sia molto bisogno
di creatività sociale e la pubblica amministrazione farebbe bene
a spendere e investire risorse in questa direzione, risparmiando in sicurezza
e firewall.
E poi si dovrebbe imparare ad essere coerenti: si parla tanto di web 2.0,
di reti partecipative e cooperanti ma non si vuole collaborare nè
tantomeno mettersi in gioco.
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Qual
è allora, nella speranza che ci sia, una possibile chiave
di volta?
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L'approccio
ludico-partecipativo è fondamentale per capire cos'è la
rete e in che modo funziona. Se si adotta un approccio ludico si possono
trovare le risposte al perché molte cose non funzionano. Trovo
che il principio della tag sia intimamente ludico.
Ci permette di isolare, come la panna affiorante dal latte; le parole
più calde. È come se dopo una riunione si fosse in grado
di fissare le sette parole chiave che ci portano ad una decisione. Ragionare
sulle parole chiave della nostra conversazione è un altro modo
di sbrogliare la matassa, è una semplificazione che non significa
riduzione.
È un altro modo di far procedere l'intelligenza, in maniera più
sinaptica e meno lineare perché nell'andamento lineare c'è
qualcosa che poi diventa goffo. Nel mio libro "Imparare giocando"
ho affrontato questo aspetto, analizzando il rapporto tra sensorialità
e modalità percettive.
Uno dei nodi è li: la vecchia generazione si è fermata su
uno sviluppo lineare, mentre i "nativi digitali" crescono da
soli. Abbiamo bisogno di un approccio ludico alla conoscenza e alla partecipazione
sociale. E' questa l'anima del concetto di Performing Media. Si tratta
di giocare le nostre opportunità evolutive per non essere giocati
dalle tecnocrazie.
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