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Il
museo diffuso di Torino: tra memoria e futuro
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del
24/01/2008
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Il
"museo diffuso" di Torino nasce nel 2003 e si propone come "un
progetto di valorizzazione dei luoghi della memoria della Resistenza,
della deportazione e della guerra di Torino e della sua provincia, collegati
fra loro in un ideale percorso museale". Vediamo come e attraverso
quali sistemi e linguaggi, è possibile comunicare fatti storici
e memorie dal passato attraverso linguaggi e forme nuove.
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Il
museo diffuso: ma cos'é?
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Gli
oggetti hanno una memoria? Cosa possono raccontare i luoghi, dei fatti
e delle persone che li hanno vissuti e attraversati?
A giudicare dai commenti dei visitatori del museo diffuso di Torino, molto,
moltissimo. Ma facciamo un passo indietro e vediamo cos'è esattamente
un museo diffuso.
La definizione viene coniata da Fredi Drugman, architetto e professore
di Composizione architettonica e Museografia, il quale sosteneva la necessità
di recuperare, valorizzare e "far parlare" gli oggetti, i luoghi
che sono stati teatro di vicende storiche e fatti intimamente legati al
territorio. Talvolta il passare del tempo, il sovrapporsi di avvenimenti
successivi, l'aver trasformato o convertito un luogo ad altre funzioni
ne "ricopre" la memoria e la storia. Oppure, semplicemente,
i luoghi vengono talvolta vissuti senza la consapevolezza o la conoscenza
di ciò che è accaduto prima del nostro passaggio. Riscoprire
questi luoghi significa anche ritrovare il senso profondo della storia
di cui sono portatori.
È con questa filosofia che nasce il Museo Diffuso della Resistenza,
della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà della
città di Torino.
Come ci spiega il suo direttore Guido Vaglio, "fin dall'inizio ci
siamo posti il problema di come questi temi potessero essere affrontati
oggi con linguaggi che fossero in grado di parlare e comunicare con le
giovani generazioni".
La forma del museo diffuso si sostanzia in modo "non tradizionale",
con un allestimento permanente composto di pochissimi oggetti e tutto
basato su testimonianze, filmati, documenti riprodotti in uno spazio interattivo,
ed una serie punti di interesse, sparsi nella città, che i visitatori
possono riscoprire costruendosi percorsi personalizzati per rivivere quei
fatti e quella storia. "Non le nascondo che la nostra scelta ha creato
un po' di sconcerto. Il progetto del museo è nato sul finire degli
anni Novanta su impulso delle associazioni della resistenza e della deportazione
che, nel fare questa proposta, avevano in mente un modello di museo molto
più tradizionale. La scelta di questo tipo di allestimento interattivo
praticamente senza oggetti ha creato un po' di sconcerto. Per contro nei
confronti delle giovani generazioni questo tipo di linguaggio è
stato molto gradito e immediatamente recepito".
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Il
geoblog e i matrix code
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Se
l'allestimento esula dai tradizionali paradigmi del museo, un'altra novità,
introdotta a livello sperimentale, è quella del geoblog
nato dalla collaborazione tra l'Associazione Acmos e il Performing MediaLab.
Come ci spiega Carlo Infante, fondatore del Performing Media LAB, nella
nostra intervista,
si tratta di una mappa emozionale "scritta" da chi rivivendo
quei luoghi prova delle emozioni, elabora delle considerazioni e ha il
desiderio di condividerle, di farne patrimonio collettivo legato a doppio
filo con il territorio. In questo modo la memoria si alimenta di suggestioni
e stimoli nuovi. Il geoblog utilizza i matrix code (qr-code, mob-code,
data-matrix a seconda dell'accezione preferita), un'evoluzione dei tradizionali
codici a barre in grado di contenere molte più informazioni. Queste
etichette bidimensionali, disposte sugli oggetti/luoghi della memoria,
possono essere letti dalle fotocamere dei cellulari, grazie ad un programma
scaricabile gratuitamente
e consentono di ottenete maggiori informazioni sul luogo a cui si riferiscono,
attraverso una scheda di informazione o un link che rimanda ad un sito
di approfondimento visualizzabile direttamente sul display del cellulare.
Accedendo alla pagina internet del geoblog è possibile inserire
un commento, lasciare una traccia emozionale che sarà condivisa
dai successivi visitatori di quel luogo.
Si tratta di un nuovo format d'intervento culturale, il "real social
tagging", che rileva le tag disseminate con l'intenzione di mettere
in relazione, attraverso i nuovi media, l'immaterialità delle reti
con il territorio vissuto da cittadini, attraverso un'esperienza emozionale.
In questo senso il rapporto tra virtuale e reale è potenzialmente
un'enorme possibilità di condivisione di saperi: da questa relazione
nascono nuove possibilità di interazione con il passato, per coniugare
storia, memoria e impegno.
"Il geoblog e l'utilizzo dei matrix code - aggiunge Vaglio - sono
una scelta che ha trovato riscontri molto positivi nelle giovani generazioni,
abituate a dialogare con questi tipi di linguaggi. Per noi si trattava
di capire come fare arrivare a coloro che non hanno legami diretti con
quel periodo storico, il senso e la memoria di quello che è stata
la Resistenza, l'Olocausto, la guerra... Ci sembra importante che questi
messaggi arrivino a loro, perché agli occhi di chi non li ha vissuti
sono anni che possono sembrare lontani come il Rinascimento, e invece
quello di cui abbiamo tutti bisogno è di un dialogo attivo e partecipato
con le nuove generazioni che, a loro volta, avranno il compito e la responsabilità
sociale di farsi vettori depositari di quella memoria".
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| Approfondimenti
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"Il
real social tagging: quando il virtuale si innesta nel territorio",
intervista a Carlo Infante docente di Performing Media
Il museo
diffuso di Torino Online
Il geblog
del museo diffuso di Torino
I matrix
code
su wiki
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