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Se chi ci governa ascolta la coda lunga della rete


Antonio Sofi - Docente di sociologia delle professioni e dei nuovi media Università di Firenze

del 23/11/2007

Essendo parte attiva della Blogosfera lei ha perso parte in prima persona al dibattito sul famigerato ROC. Potrebbe descrivercene in breve il contenuto e la storia?

La storia è davvero esemplare del come si muove una notizia sulla rete. Tutto nasce qualche mese fa, con l'approvazione del ddl Editoria del 3 agosto 2007. Nessuno ne sa nulla finché non se ne occupa un sito di nicchia iper-specializzato. È infatti da civile.it, un sito di esperti avvocati di diritto civile, molto famoso in rete, che parte il tutto con un articolo di Valentino Spataro che sottolinea un passaggio ambiguo, e perciò interessante, del Disegno. In particolare in questo passaggio si definiscono le attività editoriali vincolandole ad un registro obbligatorio degli Operatori della Comunicazione (il ROC appunto) ed inserendo fra di esse anche qualunque tipo di attività su internet. A seguito di questa semplice segnalazione, una segnalazione tecnica senza quasi commento, si è passati ad un primo "hub" di una certa rilevanza: Punto Informatico, una tra le più longeve riviste on line che si occupa di cultura digitale, e che offre una prima trasposizione "giornalistica" del fatto. In particolare il nodo è nel titolo che Punto Informatico da all'articolo definendo il provvedimento una Tassa su Internet. Un titolo certamente non tecnico e un po' inesatto dato l'iscrizione al ROC avrebbe dovuto addirittura essere gratuita. Il secondo nodo centrale della vicenda è stata la pubblicazione sul blog di Beppe Grillo che ha fatto da cassa di risonanza trasformando la notizia da appunto tecnico per addetti ai lavoratori a battaglia sociale per il diritto della rete, colorandola con i toni che gli sono propri.

Attualmente a che punto siamo?
A seguito della "denuncia da parte del sito beppegrillo.it ci sono state rassicurazioni ufficiali che il tutto sarebbe stato messo a posto. Nello specifico il Sottosegretario Ricardo Franco Levi, autore del ddl, ha spiegato che non s'intendeva in alcun modo né "tappare la bocca a Internet" né provocare "la fine della Rete". Quindi è stata aggiunto un comma con la quale si esentavano dall'iscrizione le pubblicazioni web "personali" o ad "uso collettivo" il che ha suscitato un po' di ilarità fra gli utenti più smaliziati data la vicinanza dei termini a quelli utilizzati nelle leggi in materia di detenzione e spaccio di stupefacenti.
Ora pur non conoscendo la situazione nel dettaglio mi sento comunque tranquillo perché tutto il percorso ha dimostrato in maniera evidente che la "coda lunga" della rete funziona in maniera molto più efficiente di qualunque comitato di vigilanza. Esistono cioè tutta una serie di sentinelle specializzate parte di questa "coda lunga" che farebbero nuovamente ripartire l'allerta non appena le dichiarazioni ufficiali del Governo dovessero essere smentite dai fatti.
Questo meccanismo funziona. È funzionato adesso e, con i dovuti aggiustamenti di tempo e di spazio, potrebbe funzionare sempre.
È, dunque, il segno di una crescente importanza del mezzo di comunicazione "web"?

Il concetto di "coda lunga" a cui facevo riferimento prima è stato coniato da Chris Anderson, in un libro di grande successo in cui si racconta quello che giornalmente si vede stando in rete: non esiste più un mercato di massa, ma una massa di mercati. Se la vogliamo vedere dal punto di vista politico: non esiste più un elettorato di massa, ma una massa di elettorati. Cioè la rete consente una specializzazione tale per cui le "nicchie" vengono rivalutate tantissimo fino ad assumere il ruolo di punto di scambio e di produzione di opinione pubblica affiancandosi, o sostituendosi, agli opinion leader di una volta. Alla fine l'elemento da sottolineare è che in pochissimi giorni, dal basso, si è creata un'attività di lobbyng "non organizzata", ma molto forte che ha consentito di far accogliere al Governo, in merito ad una legge, un'opinione discorde da quella precedentemente presa.
Se, però, dobbiamo dare un giudizio sulla penetrazione di questo "sentito" in Italia direi che siamo abbastanza lontani, soprattutto se lo vediamo da un punto di vista politico. In America le barriere tra vecchi e nuovi media si sono molto ridotte. In Italia Beppe Grillo svetta, anche per una serie di motivi esterni alla rete, ma il resto della Blogosfera non è molto ascoltato. Senza dubbio, però, è iniziato un percorso che prenderà sempre più piede.

Partito nelle intenzioni degli autori come "strumento di salvaguardia per l'editoria on line", il ddl Levi è diventato, agli occhi della rete, un editto liberticida. Come è stato possibile?

Innanzitutto occorre dire che questa è una situazione piuttosto frequente quando si tenta di normare la rete o le nuove tecnologie. Personalmente di natura non sono un complottista e penso che il problema di chi legifera sulla rete sia un problema di conoscenza di certe dinamiche allo stesso tempo nuovissime ed estremamente complesse.
Il punto è che il primo impulso che si ha quando ci si muove in un territorio che non si conosce è quello di ricondurlo a qualcosa di cui si ha maggiore esperienza. Non è la prima volta che si tenta di riproporre per le tecnologie digitali gli schemi che valgono per i prodotti ed i servizi tradizionali. Questo è esattamente quello che è successo anche stavolta ed è qui che è nato il caos. Se per una testata giornalistica cartacea l'iscrizione ad un registro è una cosa che funziona perché quel mercato è limitato, applicare questo sistema al mondo di internet non è proprio pensabile. In rete centinaia di migliaia di persone pubblicano milioni di pagine ogni giorno e nel momento in cui ignori questo, nel momento in cui non ti accorgi delle specificità del medium che stai trattando, è facile commettere leggerezze tipo quelle contenute nel ddl Levi.

Il Times ha attribuito questo "spiacevole" inconveniente all'età anagrafica del nostro Parlamento. A suo giudizio è davvero solo una questione di età?
Credo che questo sia il modo meno corretto di affrontare il problema. Però qui travalichiamo il problema ed arriviamo su un altro piano che è poi quello sul modo in cui le notizie che riguardano il nostro Paese arrivano all'estero. I ponti di informazione tra quello che succede in Italia e l'estero sono piuttosto scarsi e se la fonte del Times è Beppe Grillo è logico che il commento del giornale inglese seguirà la linea del comico genovese. In realtà in questo caso il problema dell'età è davvero marginale. Il problema come dicevamo è quello molto più trasversale di non riuscire a comprendere i problemi della rete.
Anche se questo scoglio è stato aggirato rimane il problema evidente che l'editoria on line vive in un "vuoto legislativo" e se chi tiene un blog vuole essere riconosciuto come "fonte di informazione" allora, forse, dovrebbe riconoscere anche i doveri di una fonte
Esistono in rete diversi blogger che la pensano proprio in questo modo, e sicuramente vanno rispettati, ma a mio avviso il discorso travalica l'iscrizione al ROC. Semmai il ROC diviene lo spunto per una riflessione su una questione che però in rete è sempre esistita: ovvero la responsabilità della propria attività, l'anonimato e l'equazione tra mondo reale e mondo di internet. A mio giudizio questa equazione è totale e se uno commette un reato sul web deve essere soggetto alle stesse leggi di chi lo commette nel mondo "reale". Nessuno discute su questo ed è corretto che la calunnia e la diffamazione siano perseguibili anche riguardo le cose pubblicate in rete a prescindere dal registro ROC.
Quello che secondo me va detto, però, è che solo in Italia esiste questo tipo di differenza tra attività cartacea e attività web. In America, ad esempio, è in discussione una proposta di legge, per altro appoggiata da tutte le associazioni di categoria e da tutti i sindacati, che estende l'attività giornalistica a chiunque la faccia in qualunque formato ed in qualsiasi modo.
La rete sta dando vita ad una mescolanza di competenze e ad una serie di scambi di professionalità che allarga gli orizzonti, se non riusciamo a capire questo e se chi ci governa non comprende queste dinamiche, i rischi sono davvero grossi.
 
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