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Diritto di connessione

del 27/09/2007

Di accesso alla banda larga e di digital divide territoriale ne abbiamo parlato spesso, e probabilmente ne parleremo sempre più frequentemente perché se una cosa è stata chiara in questi anni è che l'e-Government non può essere considerato un successo finché tutti i cittadini, nessuno escluso, siano messi nelle condizioni di poter modificare il proprio rapporto con le amministrazioni utilizzando le nuove tecnologie. Nel momento in cui Governi e istituzioni si riuniscono per dicutere di una Bill of rights di internet forse occorre cercare di guardare il problema da un punto di vista differente: e se considerassimo internet un diritto universale?

Connessi o non connessi? Questo è il problema

Se c'è una cosa che ormai può dirsi assodata è che la tecnologia non manca. Anche quando le particolari condizioni orografiche o i vincoli di tutela ambientale rappresentano un ostacolo alla posa dei tradizionali cavi, sempre più numerosi, infatti, sono gli esempi di comunità o interi territori che hanno scelto di connettersi alla rete utilizzando al tecnologia senza fili del wi-fi. Piuttosto che ricercare ed aspettare nuove evoluzioni tecnologiche che promettono miracoli rispetto a quelle attualmente già diffuse ed utilizzate, la chiave di volta per riuscire a colmare il divario digitale, dunque, è sforzarsi di diffondere in maniera sistemica le tecnologie che già abbiamo e conosciamo, prime fra tutte quelle per il collegamento alla rete boardband, cioè la cosiddetta Banda larga.

Quando la rete non basta

Avere un collegamento a disposizione, però, non basta. Il passaggio da utente potenziale ad utente effettivo dei servizi a banda larga, infatti, non è assolutamente così automatico come spesso si vuole far credere e la prova è nei numeri: appena il 15% delle famiglie italiane possiede un collegamento "veloce" ad internet contro un pubblico potenziale di oltre l'80%. Ciò vuol dire che vi sono una serie di resistenze che vanno dal costo dell'abbonamento e/o del traffico fino alla mancanza di alfabetizzazione informatica, o semplicemente di interesse, che lasciano lontani dalla connessione a banda larga anche quanti ne avrebbero la possibilità.
Sugli ultimi due elementi si può lavorare in maniera abbastanza intuitiva e tradizionale e ad onor del vero lo si sta già facendo. Nello scorso numero, ad esempio, vi abbiamo presentato il caso dei corsi di alfabetizzazione per la terza età del comune di Roma, e tutto il tema dei servizi on line, che purtroppo stenta a decollare, dovrebbe essere proprio la risposta alla domanda "che ci vado a fare in rete?"
Al problema dei costi, qualcuno invece ha provato a rispondere proponendo l'idea di una connessione gratuita sponsorizzata sfruttando le potenzialità del wireless. Diversi sono gli esempi negli Stati Uniti e in tutto il mondo (Italia compresa) di coprire intere metropoli con un segnale wi-fi totalmente gratuito e diversi anche i meccanismi i finanziamento e gestione, che vanno dal sostegno totale dell'ente pubblico ad accordi con operatori locali che si impegnano a finanziare l'infrsatruttura, puntando sui ricavi derivanti dagli abbonamenti ad una serie di servizi aggiuntivi a pagamento.
In realtà questo secondo modello è presente per lo più in America, mentre in Italia diverse città, tra cui Luco dei Marsi, Trento, Pordenone ed, in parte, la stessa Capitale, hanno dato vita ad esperienze di copertura municipale a connessione gratuita per i cittadinia finanziandole direttamente. Ma siamo sicuri che sia davvero questa la strada?

L'esempio svizzero: un diritto universale

Tralasciando i problemi di ex monopolio che vive il nostro Paese per quanto riguarda le telecomunicazioni, l'intervento diretto dell'amministrazione in un mercato che dovrebbe essere di libera concorrenza, potrebbe essere già discutibile in linea di principio, tuttavia il segnale preoccupante, che viene da oltre oceano è che le compagnie telefoniche che avevano avviato esperimenti di questo tipo sembrano stare facendo marcia indietro. Il problema incontrato è tutt'altro che di poco conto: l'investimento non viene coperto dai guadagni sugli abbonamenti sottoscritti (appena 600 ad esempio a Tempe, in Arizona, contro i 32.000 attesi).
Inutile illudersi, quindi, a meno che di non voler discutere sulle opportunità di un intervento diretto dello Stato, la soluzione al digital divide non può venire nemmeno dal collegamento gratuito "sponsorizzato".
Dalla Svizzera ad esempio ci giunge un suggerimento importante: considerare la connessione a banda larga un servizio universale. La commissione federale delle comunicazioni (ComCom), infatti, prima al mondo, ha stabilito che a partire dal 2008, il concessionario Swisscom sia obbligato ad offrire una connessione internet a banda larga a tutta la popolazione e in tutte le regioni del Paese, così come già avviene per il collegamento analogico del telefono.
Considerare internet un servizio universale, insomma, vuol dire cominciare a considerare davvero l'accesso alla rete come un diritto fondamentale a tutela e garanzia della cittadinanza, indipendentemente dalle capacità economiche degli utenti e dalla loro collocazione geografica. Già questo da solo, oltre a garantire la copertura a quei 6 milioni di Italiani tagliati fuori dalla rete, potrebbe essere un messaggio importante per l'utenza. Un messaggio tanto più importante in questo momento, immediatamente a ridosso della conferenza di Roma su i diritti della rete, durante la quale si è discusso proprio della necessità di una "Bill of rights" per internet.

Approfondimenti

"Il Wimax in Campania per vincere il digital divide", dossier Altra pa del 21/06/2007

"Il wireless contro il digital divide", dossier Altra pa del 5/05/2007

"Un Comitato interministeriale per superare il digital divide", Dossier Altra pa del 22/03/2007

 
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