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Come si trova lavoro in Italia?

del 19/04/2007

Nello scorso numero, nella sezione studi , vi avevamo presentato l'indagine di progetto ASSI, condotta dal Formez in collaborazione con il Censis, che traccia lo stato dell'arte per quanto riguarda la e-Governance applicata ai servizi per l'impiego. L'immagine che ne risultava era quella di un sistema piuttosto "aperto" dal punto di vista relazionale ed in evoluzione verso modelli sempre più articolati. Eppure se questo è il quadro generale del settore pubblico dei servizi all'impiego non si può, però, fare a meno di considerare che la riforma del settore iniziata oltre un decennio fa ha aperto il mercato ai privati e che solo un confronto con il mondo privato può, quindi, offrire uno spaccato oggettivo sulla qualità delle azioni intraprese dalle Pubbliche Amministrazioni. Il Monitoraggio delle Politiche Occupazionali e del Lavoro del Ministro del Lavoro e ISFOL del febbraio scorso, adotta proprio questo punto di vista e le conclusioni sono piuttosto interessanti.

Pubblico e privato

Il dato più preoccupante che emerge dal Monitoraggio è quello relativo alla qualità del servizio offerto, che mostra come solo il 4% dell'utenza che si rivolge ai servizi pubblici per trovare un'occupazione, vede soddisfatta la propria richiesta, contro il 30% di coloro che si rivolgono ai privati.
Nonostante si tratti di volumi otto volte superiori parlare di un fallimento dei servizi pubblici non è, però, del tutto corretto per due ordini di ragioni. Il primo è che pubblico e privato si muovono entrambi seguendo la ratio della riforma che ha delineato un sistema misto in cui pubblico e privato coesistono in maniera complementare, seguendo mission e obbiettivi autonomi, ma convergenti. Se, dunque, il pubblico svolge un ruolo orientato a servire l'offerta di lavoro, per lo più con riferimento ai target d'utenza svantaggiati, il privato tende a specializzarsi sulla funzione di servizio alla domanda (servizi alle imprese). "Anche la percezione sul futuro dei rapporti tra pubblico e privato - spiega Germana di Domenico ricercatrice ISFOL e curatrice della parte del monitoraggio dedicato al confronto tra pubblico e privato - mostra segnali di convergenza nel senso della complementarietà tra i due sistemi. Due terzi circa dei Centri per l'impiego e delle Agenzie per il lavoro immagina, infatti, un'evoluzione dei rapporti con gli altri operatori nel senso della complementarietà delle rispettive azioni". Il secondo motivo per cui non si può presentare l'operato dei servizi pubblici per l'impiego in modo completamente fallimentare è la distribuzione territoriale. Per mandato istituzionale, infatti, i Centri per l'impiego sono presenti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, mentre le agenzie private sorgono, logicamente, soprattutto nelle aree metropolitane e in prossimità dei distretti produttivi, dove la richiesta di servizi è maggiore. Una disomogeneità che non rende del tutto paragonabili i risultati di pubblico e privato in termini di occupazione raggiunta.

La degenerazione è dietro la porta

Sembrerebbe uno spaccato piuttosto positivo, dunque, eppure il pericolo di una degenerazione di questo sistema basato sulla complementarietà è piuttosto evidente e consiste nella segmentazione del mercato. Il privato ha, infatti, la tendenza a rivolgersi alla fascia di utenza più facilmente collocabile o, in genere, ai profili medio-alti, mentre al pubblico restano, come "onere" sociale, i soggetti più svantaggiati e maggiormente soggetti alla disoccupazione di lunga durata. Inoltre, ciò che veramente preoccupa è la diffusa incapacità del sistema di collocamento pubblico di discernere i soggetti veramente bisognosi di un posto di lavoro da quelli che si registrano al centro per l'impiego per fini diversi. Manca in sostanza il criterio "sanzionatorio" volto a scoraggiare chi si rivolge al Servizio per l'impiego non per cercare lavoro, ma per ottenere privilegi. "Il problema - suggerisce Germana i Domenico - è che in Italia, le politiche attive gestite dai centri per l'impiego sono disgiunte e scollegate da passive gestite dall'INPS ed il fatto che non ci sia correlazione non consente ai centri per l'impiego di controllare quei soggetti che si iscrivono solo per beneficiare dei servizi sociali o di benefit. Se i centri per l'impiego fossero dotati di misure di controllo o "coercizione" che vincolassero il cittadino iscritto ad alcuni obblighi - come la ricerca attiva o l'obbligo di accettare la proposta individuata - i servizi funzionerebbero in maniera sicuramente più efficace, ma anche più efficiente, nel senso che si utilizzerebbero meglio i fondi a disposizione". Si tratta di accorgimenti messi in atto già da anni in altri Paesi come l'Olanda, la Gran Bretagna o la Germania in cui, appunto, le politiche attive di welfare e quelle passive sono coordinate da un'unica testa aumentando sia l'efficienza del servizio che la percezione di effettiva utilità da parte dei cittadini e delle imprese.

Come si trova lavoro in Italia

La riflessione più interessante che esce dal monitoraggio è, però, un'altra. Non si tratta di stabilire se vinca il pubblico o il privato, bensì di capire di che tipo di servizio ha bisogno l'utenza. "In Italia - conclude Germana Di Domenico - è proprio il sistema dell'intermediazione a non essere decollato, perché quello che funziona è il metodo fai da te. E questo sia a causa delle caratteristiche del tessuto imprenditoriale, sia per questioni di cultura". Le azioni più diffuse sono, infatti, quelle "private": colloqui di lavoro o selezioni spontanee, annunci o inserzioni su giornali o internet, invio domande di lavoro o curriculum, contatti tramite parenti, amici, conoscenti o sindacati. Questa tipologia coinvolge la quasi totalità di chi si muove per cercare lavoro (96%) e di questi ben il 76% utilizza canali informali. Al secondo posto, con un distacco abissale troviamo i contatti con i Centri provinciali per l'impiego (24,2%) ed infine le agenzie di collocamento private o interinali (15,4%). Una situazione che dovrebbe far riflettere su cosa le numerose agenzie di intermediazione offrono ai loro clienti, su quale sia la reale estensione della rete di contatti del sistema dei servizi per l'impiego e sull'efficacia degli strumenti utilizzati.

Che fine ha fatto l'informatica?

Qualche tempo fa, quando in Italia si celebravano i fasti dell'e-Gov, abbiamo salutato con entusiasmo il lancio di numerosi progetti dedicati all'introduzione degli strumenti ICT nel campo dei servizi per l'impiego. Tra tutti ricordiamo il Sistema Informativo Nazionale del Lavoro e la Borsa Nazionale. Progetti che evidentemente sono rimasti ad uno stadio evolutivo piuttosto basso se uno dei maggiori ritardi del sistema evidenziati dal Monitoraggio è proprio quello dell'informatizzazione e della mancanza di una rete telematica di relazione ed interscambio. Certamente gli insuccessi di questi grandi progetti sono dovuti ad una serie di concause come ad esempio l'estrema complessità dell'architettura della Borsa nazionale del Lavoro e l'inattività dei nodi regionali che avrebbero dovuto contribuire attivamente all'implementazione del sistema, ma la necessità di un ripensamento complessivo dell'innovazione in questo campo è indubbia. L'ultima Finanziaria ha stanziato 15 milioni di Euro per i progetti delle autonomie locali, con particolare riferimento ai Centri per l'Impiego, ma l'impegno deve andare ben al di là di una rivisitazione di quello che è già stato fatto e deve spingersi verso una riorganizzazione dell'intero settore, a cominciare di processi organizzativi.

Approfondimenti

"Pubblico e privato nei servizi per l'impiego", un'intervista con Germana Di Domenico - Ricercatrice ISFOL, Area Ricerche sui Sistemi del Lavoro

Monitoraggio delle Politiche Occupazionali e del Lavoro del Ministro del Lavoro e ISFOL

e-Governance nei servizi per l'impiego - Indagine Formez - Censis

 
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