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Pubblico e privato nei servizi per l'impiego
Germana Di Domenico
- Ricercatrice ISFOL, Area Ricerche sui Sistemi del Lavoro
del
19/04/2007
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Potrebbe tracciarci brevemente il quadro contenutale all'interno del quale è nata la rilevazione ISFOL poi confluita nel monitoraggio del Ministero del Lavoro?
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Il processo di liberalizzazione del mercato dell'intermediazione della manodopera avviato in Italia al volgere degli anni Novanta ha conosciuto una progressiva accelerazione nel tempo, fino alla definizione di un nuovo assetto organizzativo-funzionale del sistema dei servizi per il lavoro come ridisegnato nel 2003 dalla cosiddetta "Riforma Biagi". Il network di operatori privati attualmente legittimati ad operare contempla sia le Agenzie per il lavoro (Apl), autorizzate a svolgere attività di somministrazione di lavoro, di intermediazione, di ricerca e selezione del personale e di supporto alla ricollocazione professionale, sia quei soggetti che possiamo definire come Intermediari speciali (Università, Scuole, Comuni, Camere di Commercio, Consulenti del lavoro, Parti sociali e loro Enti bilaterali).
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Quale metodologia di indagine è stata seguita?
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L'indagine ISFOL ha inteso studiare il quadro d'insieme dei nuovi operatori, così come delineatosi a partire dal 2005: le Agenzie private per il lavoro sono state raggiunte nella prima annualità d'indagine attraverso un sistema informatizzato di rilevazione che ha previsto interviste tramite web con un ritorno di circa il 40% sull'universo delle autorizzate; nel 2006 si è optato, invece, per interviste telefoniche, con l'obiettivo di indagare da un lato la natura (in termini di forma giuridica, struttura organizzativa e articolazione territoriale) e dall'altro le funzioni espletate (in termini di servizi erogati e volumi di attività), nel tentativo di avanzare prime ipotesi sulle modalità di interazione che tendono a delinearsi tra questa categoria di operatori privati e i Servizi pubblici per l'impiego (Spi).
Parallelamente, si è realizzata un'indagine telefonica ad hoc sulle Università, allo scopo di rilevare lo stato di attivazione dei servizi finalizzati all'espletamento dell'attività di intermediazione e di job placement. Nello specifico, la popolazione oggetto di osservazione è stata definita a partire dalla banca dati delle Università del MIUR, tale da coinvolgere un numero totale di 85 unità (84 Università e una Fondazione). È necessario specificare che, se da un lato i soggetti che sono stati presi in considerazione sono istituzioni universitarie, dall'altro i soggetti cui è stato chiesto di compilare il questionario sono stati individuati all'interno delle strutture e/o dei settori che si occupano di orientamento e tutorato. Tra l'altro è in corso la pubblicazione del rapporto relativo ai risulati d'indagine 2007.
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Pubblico e privato nella visione originaria avevano un ruolo complementare, ma a guardare il Monitoraggio sembrerebbe quasi che il privato prevarichi sul pubblico. Come si è arrivati a questa degenerazione?
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In realtà la ratio della normativa di Riforma è essenzialmente quella di rendere il più possibile fluido e trasparente il mercato dell'intermediazione (riducendo le asimmetrie informative, agevolando la mobilità geografica, supportando i processi di inserimento), in modo da valorizzare le possibili sinergie tra servizi pubblici ed operatori privati e così potenziare le opportunità (in termini di efficienza, efficacia e qualità dei servizi) offerte da un sistema "misto", senza però necessariamente delineare i modelli di coesistenza tra i due versanti (pubblico e privato, appunto).
Non parlerei dunque di "degenerazione": nei fatti, in un sistema policentrico ed eterogeneo quale quello del mercato del lavoro italiano, stanno delineandosi soluzioni di interazione tra pubblico e privato differenziate a livello nazionale, non solo in funzione delle sottese normative regionali, ma anche e soprattutto in relazione alle esigenze ed istanze del territorio (secondo un approccio "demand-led").
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Ci sono esperienze positive di dialogo e cooperazione in questo senso?
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In via generale, si ravvisa la tendenza che vede da un lato il pubblico svolgere un ruolo istituzionalmente e socialmente orientato a servire l'offerta di lavoro (per lo più con riferimento ai target d'utenza svantaggiati) e a favorire l'"occupabilità" degli individui; dall'altro, il privato tende per lo più a specializzarsi sulla funzione di intermediazione intesa in senso stretto e sul versante della domanda (servizi alle imprese), soddisfacendone le esigenze di lavoro "flessibile" e le richieste di qualifiche professionali più elevate e/o ad alto contenuto specialistico.
Nei fatti, si palesa il consolidamento di partnership pubblico-private in presenza di un "mutual benefit", ad esempio tra i Centri per l'impiego e le Agenzie di outplacement che trovano una fonte preziosa di informazioni nelle liste di mobilità dei soggetti da ricollocare ad esempio i lavoratori espulsi dai processi produttivi) che sono appunto gestite dai CPI. Non a caso, tra tutti gli operatori privati, le agenzie di outplacement sono quelle con riferimento alle quali si registra la più elevata percentuale di relazioni formalizzate e sistematiche con gli operatori pubblici.
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Ma a volte lo "scollamento" tra il servizio pubblico e quello privato lo si percepisce in maniera evidente. Quali potrebbero essere le cause?
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L'accezione di "complementarietà" tra il sistema pubblico e quello privato dei servizi al lavoro, cui si è già accennato, potrebbe in effetti intendersi negativamente ove sfociasse nella segmentazione dei mercati e della relativa utenza di riferimento, poiché si configurerebbero non auspicabili forme di "coesistenza passiva". Potrebbe, al contrario, essere sfumata nei toni viziosi appena ricordati se fosse associata ad opportune modalità di integrazione in termini di gestione congiunta di progetti, protocolli di intesa, partnership istituzionalizzate in funzione di specifiche finalità.
Da questo punto di vista, sembra emergere l'esigenza di definire con maggiore chiarezza e trasparenza normativa le "funzioni" (ruolo, competenze e responsabilità) ascrivibili al sistema pubblico e a quello privato singolarmente considerati, non per limitarne le reciproche sfere d'azione bensì per agevolarne l'interazione verso forme di "coesistenza attiva" e punti di equilibrio dinamico, ove si associno virtuosamente logiche competitive e cooperative.
Si tratta di una riflessione che scaturisce osservando altri sistemi europei, in particolare quelli nei quali vige da tempo un'ampia "liberalizzazione" del mercato del lavoro e, nello specifico, di quel segmento di esso che riguarda l'intermediazione e/o l'inserimento lavorativo (es. Olanda), ove comunque il "pubblico" preserva l'essenziale funzione di "controllo" nella fase di "accesso", per evitare fenomeni di creaming della clientela da parte dei provider privati, e nella fase di "uscita", in tal modo verificando l'effettiva ed efficiente erogazione dei servizi all'utenza sotto il profilo sia qualitativo che quantitativo.
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In questo senso quale è il cambiamento da inserire nelle politiche del lavoro del nostro Paese per consentire un salto di qualità?
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A mio modesto parere, il vero "salto di qualità" per usare la sua espressione, sarebbe quello di rendere complementare, anche sotto il profilo organizzativo-funzionale, l'erogazine delle misure di politica del lavoro attive (assistenza alla ricerca di lavoro, orientamento, formazione, etc) e passive (sostegno al reddito ed altre misure di sicurezza sociale, concependo come "sportello unico" le strutture che erogano politiche di sostegno all'occupazione per facilitare l'inserimento lavorativo dei disoccupati (Servizi per l'impiego) e quelle che gestiscono le misure di sostegno al reddito e gli "ammortizzatori sociali" (INPS). L'ipotesi è che se ne tragga vantaggio in termini di economie di scala ed organizzative, in quanto tale soluzione consente di monitorare i flussi finanziari e di seguire l'iter percorso dai beneficiari in funzione della ricerca attiva del lavoro. Ciò nella prospettiva di dotare anche l'Italia, sulla scorta di altre esperienze europee, di un cosiddetto one stop shop in grado di garantire ai cittadini, in un'unica sede locale, l'accesso a politiche attive e servizi di welfare locale.
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