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Gestione del patrimonio culturale: ben oltre il turismo


Antonia Pasqua Recchia - Direttore Generale per l'Innovazione Tecnologica e la Promozione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

del 05/04/2007

Partiamo dall'inizio. Il suo intervento del 14 marzo scorso cominciava con la considerazione che i soldi investiti nel bene culturale non hanno una ricaduta che si esaurisce nella funzione "estetica" del bene, ma molto più ampia. Potrebbe spiegarci meglio questo passaggio che è poi quello alla base di tutto il discorso?
Quell'apertura si riferiva alla valutazione economica del patrimonio culturale e dell'intervento su di esso. Tutte le ricerche e le metodologie sviluppatesi dal dibattito economico, iniziato negli anni '60-'70 nel mondo anglosassone, sono state convergenti su alcuni punti fondamentali. Il patrimonio culturale genera di per sé una domanda di conservazione "a prescindere dall'uso", il che non esclude una fruizione futura, ma non la presuppone come necessaria. È quella che si definisce come "option demand" o "option value" e si basa sulla coscienza che il patrimonio culturale è fondamento costitutivo delle civiltà umane, delle identità individuali e collettive, nazionali e globali.
Il patrimonio culturale però, immesso in un circuito di offerta, genera anche il bisogno di "fruirne", ossia di conoscerlo e trarne stimoli intellettuali, emozioni, accrescimento culturale. Questo secondo aspetto impatta fortemente sulla funzione turistica, di cui costituisce una parte rilevante.
Per la valenza educativa e di crescita culturale i beni culturali sono poi considerati "beni meritori" ossia beni per la cui produzione - nel caso specifico la conservazione - lo Stato si impegna finanziariamente perché la loro stessa esistenza e la loro fruizione entrano nella funzione di benessere sociale.
E per quanto riguarda la conservazione come leva per lo sviluppo economico?
I vantaggi economici derivanti dall'investimento sul patrimonio culturale in Italia sono stati oggetto di analisi a partire dai primi anni '80, allorquando venne riconosciuto all'investimento in questo settore la capacità di generare ricchezza e sviluppo, alla pari con investimenti effettuati in altri settori (trasporti, industria etc.). Fu la stagione degli interventi sul patrimonio culturale del F.I.O. (Fondo Investimenti Occupazione) e dei progetti straordinari per il Mezzogiorno, che dimostrarono che i benefici, sia finanziari che economici che ne derivavano, potevano essere quantificati non solo in rapporto all'accrescimento della domanda turistica, non solo in rapporto alla valore della mancata perdita del bene (che sarebbe avvenuta se l'intervento non fosse stato realizzato), ma anche in rapporto alla capacità di generare esternalità positive, ossia ricadute finanziarie ed economiche positive su soggetti e contesti che non avevano speso direttamente per finanziare l'intervento. È il caso ad esempio dell'aumento di fatturato di un esercizio commerciale posto nei pressi di una struttura museale che viene valorizzata e quindi vede crescere il numero dei visitatori che, almeno in parte, faranno acquisti in quell'esercizio commerciale. Ma è il caso anche dell'incremento dei valori immobiliari di un'area in cui è presente un bene culturale che viene valorizzato.
Andando poi ad analizzare le tipologie di interventi sul patrimonio culturale, è stato dimostrato che la composizione dei fattori di produzione e la presenza di componenti tecnologiche e innovative rendeva quegli interventi più capaci, rispetto ad altri, di stabilizzare un tessuto imprenditoriale.
Il convegno ha raccolto attorno ad uno stesso tavolo ben quattro Ministeri a sottolineare l'importanza e la strategicità del sistema dei beni culturali del nostro Paese. Da quanto tempo si è cominciato a parlare della possibilità della nascita di questa nuova filiera economica?
Agli addetti ai lavori è stato sempre ben chiaro che il processo di gestione del patrimonio culturale è segmentato nella sequenza conoscenza-tutela-conservazione-valorizzazione. Che a questa sequenza corrispondesse un insieme di attività, prodotti, lavori, servizi diversi era pure abbastanza chiaro. Quello che non è mai emerso con l'evidenza ora manifestatasi è che questo insieme si potesse strutturare in una vera e propria filiera produttiva, il cui ciclo si apre e si chiude nel territorio. Ora questa consapevolezza è stata acquisita, dimostrata e riconosciuta per cui io credo che abbiamo molte buone possibilità di concretizzare scelte vere, non solo di ribadire intenti. In sostanza dobbiamo passare - e in verità lo stiamo facendo - dal valutare "quanto rende il patrimonio culturale" a "quanto rende il processo di gestione del patrimonio culturale".
Un discorso di questo genere richiede però una governance ben delineata e consapevole. Quali passi si stanno facendo o si dovrebbero fare in questa direzione?
Ci si sta muovendo in almeno tre direzioni, a diversi livelli.
Anzitutto con la costituzione di tavoli interistituzionali per l'approfondimento delle progettualità necessarie a mettere in moto meccanismi di finanziamento. Si tratta di tavoli strategici, che vedono il MiBAC con il Ministero dell'Università e Ricerca, con il Ministero delle Riforme e Innovazione nella PA, con il Ministero per lo Sviluppo Economico. Un tavolo non tanto progettuale quanto di concertazione, invece, è quello con il Ministero per gli Affari Regionali e, coerentemente, con i livelli di governo territoriale. Quin non si tratta tanto di individuare strategie, ma di piani d'azione e metodi. Vorrei ricordare che la concertazione con le Regioni sul patrimonio culturale è molto ampia e si sviluppa già attraverso strumenti normativi adatti ed efficaci come gli Accordi di Programma.
La seconda direzione è quella della riorganizzazione interna del MiBAC. Si prevede un rafforzamento della capacità di interazione in questo specifico ambito, con l'accorpamento delle funzioni di raccordo nel settore della ricerca, dell'innovazione e della promozione.
La terza direzione, infine, è quella della comunicazione e della sensibilizzazione. L'avvio è stato dato dalla conferenza del 14 marzo; la strada prosegue con la pubblicazione di documenti, analisi, nuovi incontri anche a livello seminariale, studi di settore per perimetrare correttamente la suddetta filiera.
A che punto è il Piano nazionale della Ricerca relativo ai Beni culturali?
Ritengo che sia già un risultato l'aver definito la necessità di formulare un Piano Nazionale di Ricerca per il patrimonio culturale. Abbiamo mostrato quali e quante siano le aree di ricerca attivate, quali settori, anche quali pesi. Il Piano non sarà un documento autonomo, bensì contestualizzato, per quanto ci riguarda, nell'operatività degli Istituti e dei laboratori, mentre le grandi strategie e i diversi ambiti verranno definite d'intesa con il MiUR. Il MiBAC, infatti, non ha la titolarità di un Piano Nazionale di ricerca, ma è stato individuato come l'interlocutore più adatto proprio da chi ne ha la titolarità.
Esistono altre esperienze a livello mondiale a cui potersi ispirare in questo campo o è un percorso assolutamente innovativo?
L'esperienza e la conoscenza dei contesti internazionali, europei ma non solo, ci fanno ritenere il nostro sistema del tutto originale e quindi originali anche le soluzioni che stiamo cercando. L'organizzazione italiana è ritenuta, a livello internazionale, una delle migliori per la gestione del patrimonio culturale. Non esistono graduatorie di merito, ma conferme date dalle scelte fatte sia dagli organismi internazionali (UNESCO fra tutti) sia dagli stati nazionali nel sollecitare cooperazione culturale dal nostro Paese, cooperazione bilaterale o di area, che include sempre trasferimento di conoscenze non più soltanto nel campo del restauro, ma anche nell'organizzazione (corpus normativo e modelli di gestione). Anche nel campo specifico - far emergere e strutturare la filiera produttiva del patrimonio culturale - si tratterà, quindi, di un modello tutto italiano.
Nel 7° Programma Quadro la cultura ha un ruolo di primo piano, forse ancor più che in quelli passati. Sarebbe il caso di sfruttare maggiormente queste opportunità dato che storicamente l'Italia è agli ultimi posti in quanto ad utilizzo dei fondi per la ricerca?
Stiamo presidiando tutte le call del VII programma quadro e siamo già molto attivi. In particolare, con riferimento all'argomento del Convegno, il MiBAC ha ottenuto da 14 Paesi dell'Unione il ruolo di coordinare la realizzazione della call for proposal per il progetto ERA.net, sviluppo della rete informativa dei programmi di ricerca nazionali in ambito di protezione, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale tangibile. Lo scopo del progetto è quello di apportare valore aggiunto alle attività previste dai programmi nazionali di ricerca e di costituire una struttura a complemento di altre attività di coordinamento già esistenti in ambito di patrimonio intangibile e digitale. È una bella soddisfazione per il MiBAC, ma anche una grande responsabilità. Il nostro contributo, infatti, prevederà anzitutto la costituzione della rete nazionale.
Nel suo intervento citava il portale della cultura. Di cosa si tratta?
Si tratta di un complesso programma che vede coinvolti non solo tutti i settori e istituti del Ministero (centrali ma soprattutto territoriali), ma anche le Regioni e le Università, nonché i più importanti enti di ricerca e detentori di banche dati di qualità sul patrimonio culturale. A regime anche il nostro Paese disporrà di un servizio informativo di accesso on line alle risorse culturali, detenute dai soggetti più diversi. In primis si tratta naturalmente delle risorse del MiBAC e dei suoi istituti (musei, archivi, biblioteche): sono collezioni catalografiche e collezioni digitali, sistemi informativi e banche dati, alcune in corso di recupero. Ma vengono pubblicate anche le risorse digitali degli altri soggetti istituzionali e privati che hanno aderito e aderiscono al progetto. Contestualmente si sta avviando un riposizionamento dei siti web del MiBAC, in particolare del sito istituzionale, da sito-vetrina a sito di servizio, secondo le linee di priorità indicate dal Ministero delle Riforme e dell'innovazione. Il primo obiettivo è stato l'accessibilità, il secondo sarà la pubblicazione dei procedimenti, quindi i servizi on line.
 
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