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Senza servizi nè ascolto non è CRM


Sebastiano Bagnara
- Politecnico di Milano

del 25/01/2006

Prima Torino, poi Roma e Firenze, da ultime Milano e Napoli. Le grandi città hanno compreso l'importanza di una comunicazione corretta con il cittadino?

Senza dubbio possiamo dire che tutti casi da lei citati si siano mossi in questa direzione. In testa a tutte Torino, Roma e Firenze, che sono partire diversi anni fa tracciando la strada, ma anche altre realtà si stanno muovendo grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Tuttavia se dovessimo dare un giudizio obiettivo bisognerebbe notare che l'integrazione è veramente scarsa. Una comunicazione multicanale, infatti, non vuol dire solo moltiplicare le informazioni, ma soprattutto proporre e mettere a disposizione un'offerta informativa integrata. Purtroppo, invece, anche nelle realtà più avanzate, se è vero che è aumentata l'offerta di informazione, è anche vero che i servizi sono rimasti pochissimi e, soprattutto, che non si vede nemmeno l'ombra dell'elemento fondamentale nella relazione col cittadino: l'ascolto.

Sistemi di comunicazione col cittadino troppo simili a di grandi centralini e ancora troppo distanti dal vero contact center quindi?

Centralini efficientissimi! Ci tengo a sottolinearlo. Questo giudizio non va inteso in senso dispregiativo, tuttavia non possiamo non mettere in evidenza i reali limiti di questo sistema. Le tre componenti fondamentali del corretto contatto con il cittadino/cliente, nella pa del nostro Paese, viaggiano completamente disgiunte e a velocità differenti. Comunicazione, servizi ed ascolto sono viste come tre compiti e come tre funzionalità disgiunte. Il nodo fondamentale da sciogliere è il collegamento tra gli strumenti e le metodologie classiche della comunicazione e quelli propri dell'e-Government. Affinché possa raggiungere i propri obiettivi ed essere veramente utile, un sistema di contact center deve essere in grado di modificare il rapporto dei cittadini con la Pubblica Amministrazione, ma per fare questo occorre modificare le procedure le prassi utilizzate dalla PA stessa. Forse non si è ancora capito che quando si mette in moto un progetto di comunicazione-ascolto e di offerta di servizi a distanza, c'è veramente bisogno di un'azione organizzativa molto forte.

Dove bisognerebbe lavorare per migliorare?
Nella Pubblica Amministrazione si è iniziato a ragionare su questi temi relativamente in ritardo, ma di passi in avanti ce ne sono stati diversi. Basti pensare a quanto fosse difficile dieci anni fa farsi passare un ufficio comunale, o anche solo reperire un numero di telefono o un'e-mail e invece oggi questo è diventata una prassi consolidata. Non possiamo che essere soddisfatti ed apprezzare gli sforzi fatti, ma non possiamo tralasciare la necessità di ricercare un miglioramento continuo, e spingersi oltre diviene sempre più difficile. D'altro canto nemmeno il settore privato, a parte rari casi, è riuscito ad introdurre grandi modifiche nella propria organizzazione a seguito dell'introduzione di strategie di CRM.
Quindi il CRM è forse sopravvalutato rispetto alla sua reale attuabilità?

Al contrario, credo che si siano totalmente sottovalutate le potenzialità di questo approccio. D'altra parte se non fossi fortemente convito di questo smetterei di occuparmene a livello accademico e professionale.
Questa sottovalutazione comporta il fatto che non si portano a compimento le azione necessarie affinché il CRM sia veramente efficace. Il problema è di cambiamento di mentalità. Non basta comunicare, per migliorarsi ed aumentare la propria competitività un'impresa deve orientare tutta la propria organizzazione al cliente, perché è il cliente che paga. Questo però non succede quasi mai qui nel nostro Paese. La maggior parte delle imprese italiane è centrata sul mercato captive, in cui il cliente non viene visto come qualcuno da soddisfare, ma da sfruttare. In questa mentalità tutte le strategie di comunicazione non sono orientate a migliorare le performance, ma ad "abbellire l'azienda. Non sono strategie di impresa.
Il pericolo è che le amministrazioni pubbliche mutuino questa mentalità. Inoltre la PA ha un'ulteriore difficoltà non potendo, a differenza del settore privato, adottare la caratteristica principale del CRM d'impresa, ossia la segmentazione del cliente. Differenziare i target, infatti, permette di creare servizi migliori per offrirli a chi può permetterseli e abbandonare chi invece questi servizi non li può o non li vuole pagare. La PA non può comportarsi nello stesso modo. Non ci sono cittadini che valgono e cittadini che non valgono. Tutti hanno diritto agli stessi servizi e l'efficienza pura, in questo senso non potrà mai realizzarsi. Bisogna cambiare rotta.

Cioè?

Orientarsi al cittadino deve essere innanzitutto il frutto di una scelta politica, ma tale scelta deve essere in grado di coinvolgere l'organizzazione concretizzandosi in una strategia. Non faccio il call center perché così il cittadino è più contento e trova qualcuno che lo sta a sentire, ma perché il call center è la punta dell'iceberg di una amministrazione costruita sul cittadino, il che, concretamente significa centrata sui suoi diritti. Non sto dicendo nulla di nuovo, sono dieci anni e più che si ripetono le stesse cose. Quello che però è cambiato è la consapevolezza che questo passaggio è possibile, seppure non in tempi brevi e soprattutto non con soluzioni semplicistiche.

Non con le leggi o le tecnologie quindi?
Non solo con le leggi e non solo con le tecnologie.
La maggior parte dei problemi della PA non è risolvibile con le leggi. Noi abbiamo un codice molto ben fatto, spesso invidiato all'estero, ma le leggi da sole non portano frutto, perché il rischio è sempre quello di ridurre il cambiamento a mero adempimento amministrativo. Quello di cui c'è necessità è, invece, individuare meccanismi incentivanti che spingano alla competizione, al benchmarking, alla misurazione. Il fatto che Torino o Roma abbiano iniziato ad incamminarsi verso questo percorso di comunicazione-ascolto, ha spinto gli altri a strutturare piani di comunicazione che, con alterne fortune, hanno cercato di ricalcare le loro orme. Non sono le leggi a dover cambiare, ma la testa della gente.
Un sistema organizzativo che ha funzionato immutabile ed identico a se stesso, in maniera autoreferenziale per quaranta anni ha strutturato anche un proprio sistema di valori e di riconoscimento. Quello che voglio dire è che, indubbiamente, a qualcuno giova che le cose siano così.
Da moltissimi anni si parla del CRM nella Pubblica Amministrazione come lo strumento per migliorare i servizi a cittadini ed imprese. In questi anni i servizi sono evoluti, ma del CRM nemmeno l'ombra. Dove è l'errore?

Bisogna vedere il CRM, o più in concreto il contact center che è qualcosa più tangibile e più vicino ad una PA, come un'opportunità di ripensamento e non come un orpello. È una chiave per fare cambiamento complessivo, per questo l'integrazione è importante non solo perché il cittadino può usufruire di un'informazione in maniera più rapida, ma soprattutto perché così i benefici derivanti dall'ascolto delle esigenze del pubblico si possono ripercuotere su tutta la Pubblica Amministrazione e su tutta l'organizzazione. A comprendere questo cambiamento deve essere innanzitutto la direzione politica che deve usare le proprie leve incentivanti sul management. Se il CRM è una strategia allora deve essere portata avanti da chi individua e decide le strategie, e non dall'URP isolato e abbandonato a se stesso.

In un suo intervento di qualche anno fa individuava due criticità nello lo sviluppo del call center nella PA: l'evoluzione verso sovrastrutture scollegate dal resto dell'organizzazione e l'assenza di un'analisi qualitativa dei dati. Due criticità che non si è riusciti ad affrontare?
Il CRM non è ancora una strategia completa della Pubblica Amministrazione. Come dicevo qualche anno fa la tendenza è stata quella di ghettizzare, attraverso l'isolamento, le strutture di comunicazione, lasciandole in qualche modo autonome, ma nello stesso tempo scollegate dal resto dell'amministrazione, in modo che potessero intromettersi il meno possibile. È logico che in questo modo anche il miglior servizio di ascolto non può diventare una strategia di tutta l'amministrazione nonostante gli sforzi di chi ci lavora e ci crede.
Ma se è così difficile, perché continuare ad investire e a utilizzare risorse pubbliche che poi risultano inevitabilmente sprecate?
Perché di leve per migliorare la PA non ce ne sono mica tante altre. Fra tutti i processi di change management sono pochissimi quelli che hanno un impatto così forte come quello di un CRM strategico che agisca contemporaneamente sui tre pilastri del cambiamento: quello tecnologico, quello organizzativo e quello che coinvolge direttamente le persone. Stiamo parlando di cambiamenti strategici. Quando si sceglie strategicamente di attivare il CRM, anche se si sceglie di attivarne solo alcune linee, ci si rende immediatamente conto che se questi tre elementi non vengono adeguatamente supportati, il progetto rischia di fallire. Quindi se un livello politico fa di questa scelta un punto del proprio programma di governo dovrà per forza imporre una svolta a tutti e tre questi ambiti.
 
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