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L'e-Procurement, passaggio obbligato per la PA


Paolo Catti - Project Manager dell'Osservatorio per l'e-Procurement nella PA della School of Management del Politecnico di Milano

del 23/11/2006

Il Rapporto evidenza un trend di crescita continuo negli ultimi 5 anni, ma in termini assoluti a che livello di penetrazione e qualità è l'e-Procurement nel nostro Paese?
Il fenomeno dell'e-Procurement nella PA italiana ha un'incidenza molto bassa ed arriva appena allo 0,25% sulla spesa pubblica corrente complessiva. Una goccia nel mare. Tuttavia si tratta di un fenomeno in crescita che lascia ben sperare per il futuro. Oltretutto è un fenomeno caratterizzato da un insieme di variabili non semplici da "orientare" in modo coordinato. Da un lato elementi specifici delle singole PA come la "cultura" di chi si occupa degli acquisti all'interno di un Ente: spesso, adottando lo strumento innovativo, i funzionari sono costretti a cambiare il loro modo di fare acquisti e questo comporta - come sempre - resistenze e vincoli da gestire e superare. Dall'altro lato elementi esterni strettamente correlati alle attività delle PA, come ad esempio il quadro normativo di riferimento o il ruolo svolto dagli operatori B2b rivolti alla PA: tutti fattori, questi, potenzialmente in grado di contribuire ad accelerare le dinamiche di adozione, ma che rischiano anche di rappresentare una fonte di inerzie se non sono in grado di comunicare segnali chiari ed inequivocabili.
Di conseguenza, anche le pratiche da mettere in atto per gestire queste due dimensioni del fenomeno possono essere molto diverse.
Per affrontare il problema dell'attitudine del singolo occorrono, ad esempio interventi di change management seri, guidati da un forte commitment (amministrativo o politico che sia) e molta chiarezza negli obiettivi che si vogliono perseguire. Per gestire gli elementi esterni, invece, occorre supportare un sistema di condivisione delle best practices, sviluppare meccanismi incentivanti e, a livello normativo, evitare evidentemente di introdurre complessità o contraddizioni che rischiano solo di generare un effetto "freno" sulle dinamiche di sviluppo.
Come mai il marketplace (nonostante CONSIP) non ha raggiunto i risultati delle altre applicazioni dell'e-Procurement?
Si potrebbe rispondere che, in generale, l'e-Marketplace (inteso come strumento ICT a supporto degli acquisti) non ha avuto difficoltà solo nell'ambito della PA. Anche nel privato, infatti, molti e-Marketplace hanno avuto problemi e numerosi hanno addirittura dovuto cessare l'attività. Il concetto ortodosso di e-Marketplace, ovvero di "piazza virtuale" basata sulle tecnologie Web, che favorisce l'incontro tra schiere di fornitori e acquirenti in qualsiasi settore merceologico e stadio della filiera, sembrava già nel 2002 un modello in seria difficoltà, almeno in questa sua accezione originaria. La storia seppur breve degli e-Marketplace ha, infatti, evidenziato che non basta portare online le imprese di una filiera per creare realmente valore nelle loro relazioni commerciali: una qualsiasi relazione B2b ha una complessità intrinseca tale da richiedere strumenti specifici per essere realmente supportata.
Ciò non toglie, però, che in un contesto come quello della PA, opportunamente supportato da un quadro normativo coerente, uno strumento come l'e-Marketplace possa comunque contribuire a generare dei benefici, ad esempio di semplificazione nei processi e di riduzione dei tempi, come alcuni degli utilizzatori che abbiamo sentito ci hanno testimoniato. Occorre però che, oltre a tali benefici visibili esclusivamente agli utilizzatori, esistano anche stimoli e motivazioni, sia per l'acquisitore, affinché decida di adottare il nuovo strumento, sia per i fornitori, perché decidano di investire e di proporsi alla PA attraverso questi strumenti. Inoltre, sotto opportuni vincoli, un eMarketplace potrebbe anche puntare a svolgere il ruolo di "catalogo di fornitori abilitati" per la PA.
Uno tra i difetti attribuiti all'eProcurement è quello di diffondere la cultura del "prezzo più basso" che troppo spesso si accompagna a quella della scarsa attenzione alla qualità. È una paura solo italiana?
È una paura concreta che però, molto spesso, pone le proprie basi in quelli che noi definiamo i"falsi miti". Il trade-off costi-qualità è da sempre un problema per chiunque si occupi di acquisti. Un problema che in molti casi è stato affrontato e brillantemente superato attraverso diverse modalità: ad esempio controllando dei campioni di prodotti prima di procedere con l'aggiudicazione della fornitura, attraverso la stesura di capitolati e contratti molto precisi, oppure coinvolgendo gli utenti finali e/o gli esperti tecnici nelle fasi che precedono la negoziazione vera e propria e così via.
Adottando l'e-Procurement occorre solo individuare la via migliore per ricorrere ancora a questi metodi. Ad esempio si possono anticipare alcuni controlli sulla fornitura, si può decidere di impiegare il tempo degli acquisitori in attività a maggiore valore aggiunto volte a conoscere meglio i mercati di fornitura o a dialogare con gli esperti, piuttosto che utilizzarli nella gestione della documentazione o nella negoziazione (che rappresentano le fasi più "operative" e procedurali, già perfettamente supportate dalle tecnologie ICT e alle quali si può pensare di dedicare un numero sempre meno significativo di risorse).
È curioso notare il peso dell'approccio "per gioco", evidenziato dal rapporto. Dobbiamo preoccuparci o è una normale fase di un percorso di transizione?
In verità l'approccio "per gioco" può - inizialmente - anche essere adottato da chi sperimenta, da chi affronta l'introduzione delle tecnologie con la circospezione di chi deve ancora capirle senza però mostrare troppa convinzione. È quindi possibile che, ad oggi, possano essere numerosi gli Enti che rientrano in questo cluster. L'importante è che non vi rimangano, che comincino a cogliere le reali opportunità che si celano dietro alle tecnologie di e-Procurement nonostante la poca convinzione iniziale e si muovano, quindi, sia verso un livello di convinzione maggiore, sia verso obiettivi sempre più strategici, come ad esempio l'automazione delle attività di routine più operative per liberare tempo (e risorse) per attività a maggiore valore aggiunto, la generazione di reportistiche sempre più complete ed efficaci, l'introduzione di piani per la razionalizzazione della spesa, ecc.
La sezione forse più stimolante del Rapporto è quella sui "falsi miti", come è stata realizzata?
L'indagine è stata condotta prendendo in esame alcuni Enti che non hanno ancora adottato l'e-Procurement, oppure che hanno effettuato alcune sperimentazioni, ma non hanno proseguito. È lo stesso approccio che abbiamo già seguito nell'ambito dell'Osservatorio B2b 2005, che ha analizzato anche numerosi casi di imprese private. Le cosiddette "valide motivazioni" con cui spesso si pretende di giustificare l'inopportunità o, comunque la non necessità di ricorrere all'e-Procurement, vengono spesso confutate da chi, operando in un'organizzazione con caratteristiche simili a quella intervistata, ha invece scelto di usare l'e-Procurement e, con estrema soddisfazione, ne valuta, a distanza, i benefici. Il punto è: esistono delle vere barriere all'adozione dell'e-Procurement oppure si tratta soprattutto di "falsi miti", cioè comportamenti inerziali che rallentano l'introduzione dell'innovazione? Spesso, purtroppo, si tendono a trovare motivazioni semplici per evitare di effettuare dei passi verso l'innovazione: motivazioni che, altrettanto spesso, possono rivelarsi come dei deboli alibi.
Quali sono le valutazioni dell'Osservatorio riguardo alle prospettive future?
A nostro modo di vedere, questo non è un percorso opzionale, che si può scegliere di intraprendere oppure no. L'e-Procurement è "lo strumento giusto", l'unico ad oggi adatto a supportare gli acquisti e consentire dinamiche di efficienza, in termini di riduzione dei costi, di semplificazione dei processi, di riduzione dei tempi di comunicazione con i fornitori. È quindi un percorso obbligato, anche il tremine che preferisco è "necessario". A testimoniarlo si possono citare le esperienze di numerose imprese, anche nel nostro Paese ed anche alcuni casi di Enti della PA che abbiamo intervistato, come i Comuni di Genova, Livorno e Rimini, oppure la Provincia di Lodi, l'Università Cà Foscari, l'Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano, o anche il RETLA Piemonte (Reparto Tecnico Logistico Amministrativo) della Guardia di Finanza.
Avete già individuato delle evoluzioni per l'attività futura dell'Osservatorio sull'e-Procurement nella PA e per il prossimo Rapporto?
Per il prossimo anno abbiamo intenzione di approfondire alcuni temi e di analizzarne di nuovi. Ad esempio, andremo a sentire anche i fornitori della PA, per capire come si relazionano loro con i diversi operatori che offrono servizi di e-Procurement alla PA. Andremo anche a risentire più nel dettaglio e in modo ancora più ampio, gli Enti che non adottano eProcurement: occorre capire le motivazioni alla base di tali "inerzie", per poterle comprendere in profondità se si vuole provare ad affrontarle in modo efficace. Vorremmo anche cercare di contestualizzare il fenomeno dell'e-Procurement nella PA italiana nel più ampio scenario europeo.
Avremo poi anche il difficile compito di analizzare le nuove iniziative delle Centrali di Acquisto e le dinamiche di adattamento alle nuove normative in vigore, dal Codice degli Appalti e dei Contratti (D. Lgs.163/2006 "De Lise") fino alla nuova Finanziaria.
Insomma: oggi l'e-Procurement nella PA italiana risulta essere ancora un fenomeno di pochi, pionieristici "coraggiosi". Ma è anche un contesto in cui ci sembra di intravedere gradi opportunità e margini di crescita di assoluto interesse.
 
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