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TMPL2
Cosa cambia veramente nella banche dati angrafiche?
Ne
parliamo con
Mauro
Parducci - Presidente DeA Demografici Associati
del
09/11/2006
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Potrebbe darci un inquadramento storico del cambiamento che sta
investendo le banche dati anagrafiche?
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L'innovazione
nelle PA nasce proprio nelle anagrafi circa trent'anni fa perché,
all'interno dei comuni, questi furono i primi uffici ad essere dotati
di quelli che a quel tempo prendevano il nome di calcolatori elettronici.
In questa fase durata molti anni, l'informatica è stata asservita
unicamente al rilascio dei certificati. Il punto di svolta normativo sono
state le riforme Bassanini del 1997 sulla semplificazione amministrativa
e soprattutto l'approvazione del primo piano di e-Gov. Ma qualcosa non
ha funzionato come ci si aspettava perché, paradossalmente, quando
si creano dei modelli teorici estremamente funzionali spesso ci si dimentica
della realtà con la conseguenza di bloccare tutti i processi di
innovazione. In questo senso trovo molto importante l'ultimo disegno di
legge del ministro Nicolais che ha previsto come, al di là delle
normative esistenti, sia necessario dare alle PA la possibilità
di sperimentare delle innovazioni.
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Sono
stati investiti molti fondi in funzione di progetti di e-Gov, ma
in concreto, per il cittadino, cosa è cambiato?
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In
realtà è cambiato molto poco perché, secondo il mio
parere, è mancata una regia in grado di porsi degli obiettivi.
Il primo e il più importante è la semplicità, concentrarsi
sui bisogni quotidiani del cittadino. Lasciar perdere i progetti faraonici,
e pensare in concreto a cosa significa avere un servizio di qualità,
poter evitare le code, avere delle indicazioni precise su come fare cosa...
Purtroppo non possiamo pensare ad un'Italia che improvvisamente si vesta
di tecnologia da capo a piedi, il sistema che abbiamo di fronte è
eterogeneo e viaggia a velocità diverse, per cui si deve tendere
allo sviluppo senza lasciare in coda le realtà che partono da situazioni
svantaggiate.
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Il fatto però di puntare da subito a risultati visibili non
penalizza poi i grandi obiettivi, come l'interscambio e l'interoperatività
dei dati?
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Questo
è sicuramente l'obiettivo a cui tendere, il traguardo finale ma
bisogna ponderare con attenzione i passi che si decide di intraprendere
per raggiungerlo.
Se pensiamo alla CIE per esempio, il Ministero ha giustamente preteso
che tutti i comuni si dotassero di un piano di sicurezza. Le linee guida
per la stesura di questo piano sono contenute in un pamphlet di circa
800 pagine. Nel comune X della provincia Y che fa poco meno di mille abitanti,
quel pamphlet di 800 pagine non è in grado di leggerlo neppure
il segretario comunale. Allora succede che si copiano i piani di sicurezza
fatti da altri comuni. Così per fare le cose troppo bene si rischia
di non farle o di farle male. Perciò è giusto tendere ad
obiettivi di eccellenza ma occorre realizzarli gradualmente.
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Quali sono gli aggiornamenti delle competenze e degli strumenti
necessari per supportare questo processo?
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La
tecnologia e l'innovazione che ci può dare la tecnologia è
reale solo se le persone che la utilizzano sono in grado di gestirla al
meglio. Da questo punto di vista c'è bisogno di un tipo di formazione
che agisca su due livelli. Il primo è quello delle competenze,
l'altro, forse il più importante e delicato, riguarda la motivazione
delle persone ad utilizzare le nuove tecnologie. Questo cambiamento si
realizza solo inducendo un graduale cambio della mentalità per
rendere tutti coscienti che un uso appropriato e condiviso della tecnologia
è in grado di migliorare la qualità della vita e del modo
di lavorare.
In tal senso un altro aspetto da considerare con attenzione è il
modo in cui si acquisiscono le competenze. La formazione, a mio parere,
deve essere mirata a fornire le conoscenze funzionali al corretto adempimento
dei ruoli e delle funzioni di ciascun dipendente della pubblica amministrazione.
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Quale è la situazione attuale delle anagrafi comunali dal
punto di vista dell'organizzazione e degli strumenti? Si può
parlare di un quadro omogeneo?
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Noi
come associazione ci occupiamo molto di formazione e ci rendiamo conto
che il nostro paese presenta situazioni molto diverse: c'è un'Italia
che deve prendere confidenza con il concetto di innovazione e le sue possibili
applicazioni, e c'è poi un'altra grande parte, costituita soprattutto
dai piccoli comuni, in cui al personale dobbiamo fornire indicazioni elementari
anche sotto il profilo dell'applicazione della normativa, perché
molto spesso, soprattutto in queste realtà molto piccole, il personale
viene trasferito senza che gli venga fornito il necessario bagaglio di
conoscenze perché sia in grado di svolgere correttamente il proprio
lavoro.
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In questo senso quale potrebbero essere le principali leve su cui
agire per favorire i processi di innovazione e aggiornamento delle
competenze?
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Innanzitutto
bisogna partire con maggiori investimenti nel campo della formazione.
Per legge i Comuni dovrebbero investire ogni anno l'1% del loro bilancio
annuale per la formazione. Già questa cifra non è in grado
di coprire il fabbisogno formativo di un ente se poi si pensa che, a causa
delle ristrettezze dei bilanci, questo dato già molto contenuto,
si riduce allo 0,1%, abbiamo una chiara indicazione di qual è la
tendenza con cui si affronta la questione della formazione. Questo dimostra
che non c'è una reale consapevolezza negli amministratori del fatto
che, spesso, investire in formazione, ha lo stesso valore, se non maggiore,
della realizzazione di un'opera pubblica.
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La CIE rappresenta un importante progetto, da continuare, (o da
avviare secondo alcuni). Quali sono, viste dall'interno, le proposte
in grado di risolvere la lunga fase di empasse che ha investito
questo tipo di processo?
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Abbiamo
presentato una serie di proposte scritte ai ministri Nicolais e Amato.
Noi muoviamo dalla considerazione che gli investimenti fatti in favore
della carta nazionale dei servizi e della carta sanitaria dovevano essere
convogliati sulla Carta d'Identità Elettronica per renderla lo
strumento principale attraverso cui il cittadino viene riconosciuto da
qualunque pubblica amministrazione e, di conseguenza, riceve dei servizi
in funzione della certezza dei dati in essa contenuti.
La Carta d'Identità Elettronica, per come è oggi concepita,
contiene una banda ottica che richiede degli strumenti specifici per effettuarne
la lettura. Ogni pubblica amministrazione dovrebbe dotarsi di questi costosi
strumenti per rendere fruibili tutte le potenzialità della carta
che oggi, proprio per questo motivo, rimangono inutilizzate. La nostra
proposta in questo senso è di dotarsi di tecnologie più
avanzate e meno costose, pensiamo alla tecnologia RFI (codice a barre
n.d.r.)
Un altro elemento che costituisce oggi il collo di bottiglia che rallenta
il processo di rilascio della CIE, riguarda tutti i passaggi che devono
intercorrere tra comuni e ministero per la verifica dei dati. Perché,
dunque, non può avvenire per la CIE lo stesso processo che caratterizza
il rilascio della carta d'identità cartacea? Ci sembra molto più
sensato prevedere il rilascio immediato della carta al cittadino e poi
procedere, in un secondo momento, alla verifica delle informazioni raccolte.
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Lei riscontra quindi un senso di timore o di diffidenza nei confronti
della tecnologia?
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Direi
che l'espressione da lei usata è evidentemente molto appropriata
a fotografare la situazione attuale. Le nostre esperienze vengono da persone
che ogni giorni si relazionano, nel front office, ai cittadini per cui
abbiamo il polso di quelli che sono attualmente i problemi che riguardano
i rapporti tra pubbliche amministrazioni e utenti. Bisogna dunque partire
dai problemi per individuare soluzioni semplici e realizzabili. Un esempio
per tutti: non posso pensare di utilizzare uno strumento tecnologico come
la CIE e poi registrare tempi di attesa per il suo rilascio di gran lunga
superiori ad uno strumento cartaceo come la tradizionale carta d'identità.
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