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TMPL2
Creare
cultura open source per creare sviluppo
Ne
parliamo con
Giulio
Tatto - Responsabile
Sistemi Informativi del Comune di Feltre
del
26/10/2006
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Il
Comune di Feltre sembra aver fatto una scelta piuttosto schierata
in tema di open source. Quanto del software che utilizza la vostra
amministrazione è aperto?
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Tutti i sistemi centrali sono per la maggior parte in ambiente linux.
Inoltre utilizziamo software open source per la gestione della posta,
sia a livello server che per il servizio web-mail, e per altre piccole
applicazioni di office automation. In realtà, per quanto riguarda
questi ultimi, devo dire che si è trattato di un lavoro abbastanza
artigianale: siamo riusciti a mettere insieme programmi e parti di codice
gratuito senza prendere un pacchetto preconfezionato. Utilizziamo software
open source al nostro interno anche per la gestione delle immagini e per
altri piccoli applicativi. Tuttavia questo tipo di esperienze le si può
realizzare solo a livello di funzioni di sistema, mentre tutti gli applicativi
gestionali veri e propri, quelli fondamentali per le esigenze istituzionali
di una amministrazione, dal protocollo alla gestionale contabile, almeno
al momento restano in ambiente proprietario, anche se stiamo lavorando
ad alcune ipotesi di apertura verso l'open source. Al convegno del 15
settembre, ad esempio, sono state presentate alcune esperienze che vanno
in questa direzione, come quella per il protocollo elettronico presentata
dal Comune di Padova a cui noi, come Comune di Feltre collaboreremo.
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Quando
è iniziata questa attenzione e quali sono i risultati amministrativi,
economici e di efficienza che siete riusciti a "portare a casa"?
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Questo
tipo di approccio non è stato casuale, ma il frutto di una scelta
che possiamo far risalire a circa due anni fa con la Delibera
comunale del 27/4/2004. Si è trattato di una vera e propria
decisione politica volta, in primo luogo, a coinvolgere il territorio.
Ovviamente prima della Delibera c'è stata una sperimentazione all'interno
della struttura del Sistema Informativo anche perché la proposta
fatta alla Giunta doveva essere corroborata da dati che confermassero
l'efficienza e la convenienza di tecnologia open source, ma si è
trattato di un'esperienza da "informatici".
Per quanto riguarda i risultati, ovviamente si tratta di un processo a
lungo termine, di cui non si possono intravedere i benefici in un paio
di anni, però qualche cosa la si può già intravedere,
specie per quanto riguarda la cultura.
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Coinvolgere
un territorio, quindi è sostanzialmente un problema di cultura?
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È
in primo luogo un problema di cultura. Si tratta di creare le condizioni
tali per cui il mondo dell'impresa intraveda nell'open source un mercato
nel quale specializzarsi e lavorare. E creare queste condizioni vuol dire
creare cultura all'interno della pubblica amministrazione, ma anche tra
la popolazione e, di riflesso, tra le aziende.
Un ottimo esempio di questa azione mi sembra sia rappresentato da una
nostra iniziativa che ha incoraggiato le scuole a formare i ragazzi non
solo in ambiente Microsoft, ma anche in ambiente Linux o Open Office.
L'obiettivo è quello di creare cultura dal basso, in maniera tale
che nel futuro le aziende riescano a reperire con facilità personale
con questo tipo di professionalità. Bene, oggi in quasi tutte le
scuole superiori del Feltrino lavorano con un doppio corso o addirittura
soltanto in ambiente open source, un fatto di cui andiamo molto fieri.
Un'altra attività interessante che abbiamo avviato è stata
quella di coinvolgere le stesse aziende che vendono computer, distribuendo
loro il famoso Open CD
realizzato dal Politecnico di Torino. Cerare una cultura anche tra i fornitori
è una missione importante per una amministrazione che vuole creare
da zero una filiera produttiva in un territorio.
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Tra
un pacchetto proprietario ed uno open source, però, c'è
una differenza notevole. Quale è stata la vostra esperienza
in questo senso?
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C'è
una grande differenza, soprattutto in termini di competenze e di investimenti.
Ad esempio avviare questo tipo di progetto per il Comune di Feltre ha
voluto dire avviare un percorso formativo intenso che, in primis, ha riguardato
la Struttura Sistemi Informativi e che, successivamente, dovrà
coinvolgere tutto il personale. Noi siamo riusciti a fare qualcosa perché
siamo un comune di dimensioni medie, con una struttura organizzativa adeguata
e, soprattutto, perché abbiamo avuto la fortuna di poter collaborare
con la Regione Veneto che ha stanziato fondi cospicui.
Senza dubbio la situazione è complessa, ma rispetto a quattro o
cinque anni fa abbiamo fatto passi da gigante. Mi rendo conto che ci vorrà
ancora tanto tempo, specie in realtà come le nostre, anche se in
altri territori con una spiccata vocazione all'informatica, come la provincia
pisana, la situazione è molto più vivace. Da sottolineare,
comunque che anche lì, però, le aziende che si sono mosse
lo hanno fatto perché pungolate dalla PA.
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Quindi
l'open source non può essere considerato come una risorsa
per i piccoli comuni?
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Attualmente
io non me la sentirei di affermare che l'open source sia una risorsa per
i piccoli enti, con pochi soldi e poche competenze. Anzi. Il Comune di
Feltre ha potuto imboccare questa direzione perché aveva risorse
interne, ma un piccolo comune che non ha personale formato su queste tematiche
ha bisogno di appoggiarsi alle imprese e se le imprese fanno altro, non
le si può costringere a votarsi all'open source. Un altro esempio
di queste difficoltà lo si può trovare nella nostra esperienza.
Quando abbiamo scelto di passare ad Open office siamo stati costretti
a riscrivere da capo una serie di "macro" dei nostri software
gestionali programmate per interagire con i prodotti microsoft. Cioè
abbiamo dovuto investire tempo e competenza, elementi che un piccolo comune
non è in grado di sostenere. Con questo voglio dire che il piccolo
comune fa molta fatica ad avvicinarsi a tematiche di questo genere, almeno
finché non cresce la competenza nell'offerta ed, ovviamente, questa
competenza non cresce se non c'è domanda o addirittura se le poche
competenze che ci sono non riescono a portare produttività.
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Come
si può dare il via a questo circolo che sia autoalimenta?
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L'elemento
imprescindibile per questo tipo di discorsi è la massa critica.
Uno degli obiettivi del convegno dello scorso 15 settembre era proprio
quello di riuscire a stendere un programma scadenzato che, a partire dalle
realtà più avanzate, ci potesse permettere di raggiungere
massa critica consentendo anche alle realtà più piccole
di beneficiare di questo tipo di tecnologia.
Al momento sul nostro territorio ci sono tre aziende che conoscono questo
tipo di prodotti su una quindicina di aziende informatiche e se vogliamo
invertire questa tendenza e creare veramente le condizioni di uno sviluppo
economico in questo settore dell'informatica dobbiamo metterci in testa
che o riusciamo a coinvolgere un numero elevatissimo di comuni (che nel
bellunese a parte Feltre sono tutti sotto i 15.000 abitanti, dei quali
la maggior parte non arriva ai 5000) oppure non si potrà mai pensare
di chiedere alle aziende di abbandonare l'ambiente proprietario.
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Il
sistema dei servizi che tanto si auspicava è ancora lontano
dunque?
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Se
non creiamo le condizioni che le ho appena citato, vincolare la produzione
di software a quello open source rischia di essere un' azione deleteria
che non favorisce l'apertura del mercato, ma anzi la chiusura, lasciandolo
un' area riservata alla grande impresa che riesce a lavorare su progetti
a commissione. L'idea di poter operare sui servizi è ancora una
pia illusione e nonostante io creda moltissimo in questa possibilità
non possiamo nasconderci il fatto che basta guardare i fatturati delle
aziende per capire che siamo ancora troppo distanti.
Da questo punto di vista vado, forse, un po' in controtendenza, ma non
possiamo lavorare sulle utopie. Gli investimenti iniziali necessari per
lavorare in ambito open source sono notevoli e non possiamo pensare che
le aziende li sostengano sperando di guadagnare con i servizi, perché,
al momento i servizi non sono un mercato. Occorre crearlo questo mercato,
ma certamente non può crearlo il piccolo Comune del bellunese né
il Comune di Feltre. C'è bisogno di un incentivo e di una inversione
di tendenza che coinvolga tutto il modo di fare business.
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Tra
le difficoltà di questo cambiamento del business di solito
si elenca anche quella di scrivere un bando per l'open source. È
d'accordo?
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Sinceramente
questo tipo di difficoltà non la vedo. Non perché non esista
in assoluto, ma perché è una difficoltà che incontra
quella amministrazione che ha budget miliardari con cui fare affidamenti
e gare. Un piccolo comune non si troverà mai a fare richiesta di
software open source perché non ne ha la possibilità. Il
piccolo comune, e per la verità anche la maggior parte di quelli
medi, acquista licenze con codice. Quando invece nelle disposizioni di
Stanca si parla di capitolati ci si riferisce a gare per la creazione
di software su commissione che generalmente richiede investimenti per
centinaia di migliaia di euro. Personalmente in tutta la mia carriera
amministrativa mi è capitato solo una volta di chiedere ad un'azienda
di programmare un software il cui codice rimanesse di proprietà
dell'amministrazione. Se vogliamo iniziare questo percorso di cambiamento,
dunque, il problema non è tanto il capitolato, ma il modo con cui
si va sul mercato. Come dicevamo la parola d'ordine è creare aggregazione,
creare massa, una cosa che ancora non si riesce a fare per i motivi più
disparati.
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L'open
source è anche sinonimo di dialogo, di scambio di conoscenze,
in una parola di "rete". Vi sentite parte di questa rete?
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Io
credo che la rete sia l'unica strada. Dobbiamo uscire dalla fase della
best practice isolata e cominciare a condividere, altrimenti creiamo una
dispersione di risorse.
Nel nostro piccolo abbiamo cominciato a lavorare in questa direzione,
sia con le amministrazioni che a livello imprenditoriale e, ad esempio,
siamo riusciti ad impegnare il nostro fornitore a dotarsi di competenze
specifiche in ambito open source. Una scelta nata quattro anni fa e fin
da subito rivelatasi problematica, ma che ora sta dando i suoi frutti,
dato che già in altri comuni si stanno cominciando a considerare
questo tipo di competenze fondamentali per l'affidamento dei servizi,
il che sta facilitando la nascita di un mercato, seppure di dimensioni
ridotte.
Puntualizzo, però, che ci riferiamo sempre e comunque ad aziende
che offrono servizi e non a produttori di software. Lì il discorso
resta estremamente complicato e si sente l'esigenza di avere risorse per
favorire i nuovi progetti. Non può essere l'azienda che si assume
l'onere di questo cambiamento, deve essere la PA a dimostrarsi capace
di imboccare questa porta aperta per il sistema territorio.
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