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TMPL2
Riuso
dei dati pubblici: strategie di impiego Ne
parliamo con
Giuliana
Bonello - Direzione Atenei, Cultura, Banche Dati e Sistemi Decisionali,
CSI Piemonte del
14/09/2006
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| Alcuni
elementi di partenza per contestualizzare il problema: i dati pubblici, cosa sono
e quanto sono consistenti? Allo stato attuale, chi li utilizza (operatori pubblici,
aziende di servizio, ecc.) e con quale intensità? | |
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È
indubbiamente una definizione piuttosto ampia: rispetto alla quale, però,
già il successivo art. 3 elenca una serie di tipologie di dati da escludere.
Sicuramente, comprende pienamente tutto il panorama dei dati disponibili a livello
delle amministrazioni locali oggi. Non rientra, invece, in quest'ambito di definizione
quel patrimonio informativo che l'OCSE distingue e indica come Public Sector Content.
A livello OCSE, infatti, si distinguono due tipologie di dati pubblici: le Public
Sector Information che sono quelle in formazioni direttamente generate dal settore
pubblico - quali possono essere le informazioni metereologiche o i dati di ordinaria
amministrazione; e i Public Sector Content, le informazioni che non sono generate
direttamente dal settore pubblico ma sono, comunque, relative a tutto un filone
- per esempio quello dei Beni Culturali - che, a mio parere, in Italia, è
altrettanto consistente, in virtù del massiccio patrimonio culturale di
cui disponiamo e potenzialmente interessante da rendere disponibile per un riuso
da parte di privati. Diciamo, quindi, che le disponibilità di dati di cui
parla la legge colpisce tutto il filone dei dati amministrativi generati dal settore
pubblico, ma non comprende tutto l'altro filone, a mio parere ugualmente consistente
e potenzialmente destinabile al riuso da parte di privati. |
| Per
quello che ha potuto verificare le Amministrazioni hanno preso seriamente l'opportunità
data dalla Direttiva Europea e ne hanno capito le potenzialità? | |
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|
Al
CSI sono giunte sollecitazioni da alcuni grandi enti, mentre non ne sono
giunte (aggiungerei ovviamente) da parte dei piccoli enti, cioè
di quelle realtà amministrative che hanno compiti prevalentemente
operativi, anche di sportello e che sono interessati, in modo quasi emergenziale,
da tutta una serie di altri problemi. Diverso è il discorso per
gli enti che hanno compiti un po' più ampi di programmazione o
per gli enti, come i comuni di grande dimensioni, che cominciano a percepire
queste opportunità.
A livello
di sistema Piemonte il problema del riutilizzo dei dati pubblici è
emerso ad un tavolo di discussione tra la Regione Piemonte, il Comune
e la Provincia di Torino: discutendo di interscambio di dati tra gli
enti pubblici si è cominciato a ragionare sulla grande opportunità
rappresentata dalla messa in disponibilità di questi dati anche
per usi privati. Il fatto significativo rappresentato da questo tavolo
di lavoro è che questo protocollo d'intesa per l'interscambio
tra gli enti e questo articolo specifico sul riuso di tali dati è
stato dichiarato di interesse nella Conferenza Regione-Enti Locali:
coloro che siedono ai tavoli di coordinamento hanno avuto la percezione
di questa opportunità. Sicuramente essa è legata ad una
sorta di catena del valore: se gli enti si mettono d'accordo per interscambiare
tra di loro i dati nel modo opportuno, sicuramente già creano
i presupposti per avere un dato offribile all'esterno. Occorre tenere
comunque presente che fornire dati ai privati pone qualche vincolo in
più: i primi contatti che come CSI abbiamo avuto con alcuni privati
interessati hanno evidenziato due punti essenziali, ovvero la garanzia
sulla costanza nel tempo della trasmissione e nella qualità del
dato: in altre parole, dati aggiornati e disponibili sempre.
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| A
titolo esemplificativo, può fare un esempio di categorie di dati che possono
essere utili in un'ottica di interscambio (altre amministrazioni pubbliche) ma
anche di riuso (privati)? | |
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In
questo periodo stiamo analizzando - insieme con la Regione - alcune categorie
di informazioni che possono essere utili, quali la presenza di strutture
ricettive nel nostro territorio, informazioni legate alla presenza di
eventi culturali piuttosto che la presenza di uffici legati alle prestazioni
sanitarie: ovvero informazioni sulle strutture presenti sul territorio
- caratteristiche, servizi offerti, orari di apertura al pubblico. Questa
può essere una tipologia di informazione particolarmente utile
al privato per interventi in ambito turistico o per intermediari di ogni
genere che offrono informazioni territorializzate.
Gli Enti
della Pubblica Amministrazione, al proprio interno, percepiscono queste
informazioni come elementi di pratiche amministrative di cui quotidianamente
si occupano: le informazioni, col decentramento amministrativo, viaggiano
da un ente all'altro ma sempre all'interno di un iter amministrativo.
Un ente come la Regione ha sicuramente bisogno di interscambiare questo
tipo di informazioni con le ATP, gli uffici del turismo, la Provincia
e così via. Quindi le informazioni che da un punto di vista degli
enti locali viaggiano all'interno di pratiche amministrative, all'esterno
vengono astratte da questo ambito e viste come valore aggiunto riutilizzabile.
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| In
che modalità un'amministrazione deve mettere a disposizioni i dati? Chi
decide quali dati rendere disponibili e la loro qualità? | |
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In
teoria la norma italiana e la Direttiva Europea, dicono che gli Enti dovrebbero
esporre al pubblico gli elenchi di dati disponibili (non rielaborati,
ma così come sono in possesso dell'ente) sui rispettivi siti Internet,
con l'indicazione anche del prezzo di esposizione. In realtà questi
elenchi, in Italia, non sono ancora molto diffusi. Mentre, per esempio,
in Gran Bretagna è da tempo che si lavora per un elenco unificato
a livello centrale e ci sono anche degli organismi appositi, nati per
favorire e facilitare la formulazione di questi elenchi: in Italia tutto
è - ma forse anche per il modo in cui è stato impostato
il Decreto di recepimento a livello nazionale - lasciato ai singoli Enti
che di propria iniziativa e con modalità che possono decidere autonomamente
devono redigere questi elenchi sulla base dei quali i privati possono
fare le richieste. Essendo questi elenchi assai poco diffusi, in realtà,
per ora arrivano agli enti pubblici richieste specifiche e puntuali da
parte dei privati: se gli elenchi ci fossero sarebbe sicuramente maggiore
il numero di richieste, ora come ora dipende tutto dal livello di necessità
e di singola iniziativa del privato. Sicuramente in questo senso gli enti
di programmazione (quali le regioni ed in parte anche le province) potrebbero
dare un grosso contributo ad una azione meno "dispersa"; tali
enti infatti, essendo meno "soffocati" da istanze, richieste
ed emergenze da parte del cittadino potrebbero operare per azioni di coordinamento.
Sarebbero auspicabili delle azioni di indirizzo a livello di ente intermedio,
regionale - anche se un indirizzo statale sarebbe auspicabile - che favoriscano
iniziative di questo genere. Immagino - solo per portare un esempio -
una politica di incentivo alle imprese che, in qualche modo sul territorio,
riutilizzano quelle informazioni. Sicuramente è necessaria una
spinta decisa a livello intermedio perché a livello territoriale
stretto i problemi da affrontare sono altri e con ben altra urgenza.
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| Da
un punto dei vista dei costi la messa in disponibilità dei dati comporterebbe
un onere per l'amministrazione pubblica? | |
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|
In
realtà potrebbero essere semplici costi di fornitura dei dati.
L'amministrazione non dovrebbe sostenere costi aggiuntivi di rielaborazione.
Sicuramente il problema è che se i dati si mettono a disposizione
in un formato che non comporta costi aggiuntivi per l'amministrazione
ma non è, poi, il formato con i livelli di aggiornamento che interessano
al pubblico e senza una qualità dei dati controllata, sicuramente
non saranno di grande interesse per i privati. Evidentemente valgono anche
in questo senso le leggi di mercato. Occorre però osservare che
se si pongono regole che obbligano a certi standard qualitativi le informazioni
nell'interscambio tra amministrazioni pubbliche, automaticamente si ha
una maggiore qualità anche dei dati esposti all'esterno.Viene quindi
creata una catena del valore che migliora la qualità (e quindi
anche l'"appetibilità") dei dati offerti ai privati.
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| Perché
un dato sia condivisibile ovunque è necessario che segua standard tipici:
considerata oggi la varietà di fonti, di sistemi applicativi, di modelli
organizzativi questo è un problema? | |
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Sicuramente
potrebbe essere utilizzata una struttura con degli standard ma che sia
possibilmente decentrata - rispetto ad una scelta alla main frame in cui
tutto viene collocato al centro il paradigma è, oggi, più
decentrato (paradigma Wiki vs paradigma Mainframe). Il punto è
che i dati dovrebbero essere generati con delle strutture di descrizione
(metadati) e secondo dei formati standardizzati e che queste descrizioni
vengano comunque centralizzate in un elenco facilmente accessibile. In
definitiva bisogna usare quella che viene definita comunemente la metadatazione,
cioè dei descrittori intermedi che descrivano le caratteristiche
sia in termini di formati di disponibilità sia in termini di tempi
di aggiornamento: devono essere standard che descrivono non solo i contenuti,
ma anche la qualità di questi contenuti. Per esempio, la frequenza
di aggiornamento di una certa informazione in funzione dell'uso può
essere importante perché il dato può essere utile se aggiornato
quotidianamente e può non esserlo se aggiornato mensilmente. È
importante che anche queste metainformazioni siano presenti negli elenchi
descrittivi. Il dato non ha un valore di qualità assoluto, ma in
funzione dell'uso che se ne deve fare. A questo proposito come CSI abbiamo
avviato uno studio sulla certificazione di qualità dei dati intesa
non come certificazione in assoluto - come quella per le aziende legate
all'ISO 9000 - ma sempre in funzione dell'utilizzo che se ne fa.
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| Dal
punto di vista di struttura e di processo, oggi le amministrazioni sono opportunamente
organizzate per essere dei "fornitori" di dati pubblici? | |
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A volte è
già difficile avere un catalogo unico delle informazioni di un
ente: ad esempio in un Comune come Torino gli uffici sono tanti, i dipendenti
tantissimi, i sistemi informativi sono complessi e non è facile
mantenere un elenco aggiornato. Tuttavia avere un elenco di questo genere
è utile innanzitutto perché aiuta a far circolare informazioni
all'interno dell'ente stesso, e questo è necessariamente il primo
passaggio per avere una mentalità diversa per offrire i dati pubblici
verso l'esterno. Quello che abbiamo notato è che questi cataloghi
sono utili ma per mantenerli aggiornati occorre definire opportuni processi
organizzativi e anche di comunicazione e di promozione interna. Anche
in termini di processi interni bisognerebbe fare alcuni passi di maturazione
di quello che è il livello attuale della Pubblica Amministrazione.
Per esempio, ragionare per "processi" all'interno dei sistemi
informativi della PA, anziché per isole applicative potrebbe dare
dei vantaggi alla qualità del patrimonio informativo pubblico:
perché garantirebbe l'unicità e la qualità delle
fonti dati (si identificherebbero gli uffici "certificanti"
dei dati), razionalizzerebbe la fornitura di questi dati ai diversi interessati
(in primis gli uffici pubblici "fruitori" delle informazioni
ed in seconda battuta anche al mondo esterno) e contribuirebbe anche a
evidenziare razionalizzazioni e semplificazioni dei processi.
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| A
livello Europeo ci sono Paesi ad uno stadio avanzato nella messa a disposizione
dei dati pubblici per finalità di riuso? | |
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Nel
maggio scorso un incontro di lavoro presso la sede dell'OCSE ha permesso
a tutti i Paesi europei - e a molti extra europei - di confrontarsi su
questo. Sicuramente Paesi come la Norvegia, la Finlandia, la Svezia o
il Regno Unito sono molto avanti; la cosa curiosa è che anche molti
Paesi non europei che si considerano non molto avanzati - per esempio
la Corea - stanno recuperando molto terreno, in quanto riescono a copiare
molto bene processi e sistemi dei Paesi europei più avanzati con
il risultato di un'accelerazione notevole dal punto di vista organizzativo.
Probabilmente anche in questo caso, come è avvenuto per molto altro,
un'operazione sistematica di benchmarking almeno a livello europeo sarebbe
utile.
Vorrei
fare un'ultima notazione che ritengo interessante. A mio parere i dati
pubblici potrebbero essere utili non solo per la Pubblica Amministrazione
e per i privati ma anche per il mondo della ricerca. Questo è
un punto sul quale ho avuto modo di riflettere molto, ragionando sulle
attività di ricerca degli Atenei. Spesso una quota parte della
ricerca è investita nel recuperare dati per capire un certo fenomeno.
Capita di sovente che questi dati sono già disponibili nella
Pubblica Amministrazione. Si potrebbero stornare i fondi della ricerca
utilizzati per la rilevazione dati e destinarli alle attività
di ricerca vera e propria. Questo è un terzo ambito sul quale,
a mio parere, varrebbe la pena ragionare.
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