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Il dato pubblico patrimonio inespresso

del 14/09/2006

Lo scorso 4 luglio si è svolto a Torino un interessante convegno dal titolo: "L'informazione pubblica è un bene comune?". Posta in questo modo ovviamente la domanda suona come retorica, ma all'analisi dei fatti le cose sembrano molto più difficili di quanto non si creda. Nonostante la Direttiva Europea del 2004 già recepita dal nostro Paese, di cui ci siamo già occupati qualche mese fa, poche sono le amministrazioni che si sono impegnate per valorizzare il patrimonio costituito dalle informazioni pubbliche. Un vero peccato, anzi, quasi uno spreco.

Dove sta l'informazione

L'informazione del settore pubblico costituisce un patrimonio enorme, in ogni settore - dalla cartografia alla normativa alla statistica - ed oggi con l'aiuto delle tecnologie ICT potrebbe, senza uno sforzo eccessivo, contribuire in maniera determinante sia al progresso economico che, più in generale, allo sviluppo della società della conoscenza.
Il punto, e forse anche lo scoglio da superare, come ci ha spiegato Giuliana Bonello del CSI Piemonte, è che la maggior parte delle amministrazioni "percepiscono queste informazioni come componenti di pratiche amministrative di cui quotidianamente si occupano e non come dati puri e come tali utilizzabili a sé".

La Direttiva Europea 2003/98/CE sul riutilizzo dell'informazione nel settore pubblico (recepita in Italia col decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36) ha costituito un passaggio importante nella direzione della valorizzazione dell'informazione pubblica, dal momento che essa impone alle amministrazioni di incoraggiare il riuso delle proprie informazioni, tramite l'adozione di formati digitali facilmente accessibili, licenze d'uso standard, condizioni eque tra i diversi operatori. Ciononostante la messa a disposizione del patrimonio delle informazioni pubbliche non sembra entrata a far parte delle proprità delle nostre amministrazioni.

Un'informazione di qualità

Come dicevamo i costi della messa a disposizione di questo tesoro sottovalutato è praticamente zero. Tuttavia affinché i dati siano realmente un tesoro è necessario che siano non solo accessibili, ma soprattutto utilizzabili, leggibili, chiari, in una parola usabili. È a questo livello del problema che entra in gioco la qualità del dato e la necessità di creare standard condivisi da tutte le amministrazioni. Necessità, per altro, con cui le amministrazioni avrebbero già da tempo dovuto imparare a fare i conti essendo strettamente legata all'interoperabilità, come prescritto chiaramente dalla normativa italiana. "In questo senso - spiega Giuliana Bonello - potremmo individuare una sorta di catena del valore: se gli enti si mettono d'accordo per interscambiare tra di loro i dati nel modo opportuno, creano i presupposti per avere un dato offribile all'esterno favorendo nel contempo l'innovazione interna ed il mercato". In questo senso elementi di qualità del dato potrebbero essere individuati ne:
La correttezza - la corrispondenza alle caratteristiche osservate dal fenomeno di interesse;
La completezza - la copertura che il dato offre sul fenomeno osservato;
La consistenza - il rispetto dei vincoli di significato che legano logicamente l'insieme dei dati;
La tempestività - legata ai tempi di aggiornamento del dato rispetto alla sua utilizzazione.
Per poter garantire questi elementi di qualità è necessario definire metriche di misurazione, identificare un responsabile della pubblicazione e della qualità di questi dati e modificare adeguatamente le procedure amministrative per il trattamento delle informazioni, o crearne di nuove.

Un nuovo approccio

È ovvio che tutto ciò non può essere lasciato alla sola iniziativa dei singoli Enti, sia per la disparità di compiti di cui le amministrazioni dei differenti livelli istituzionali devono farsi carico, sia perché la condivisione, come dicevamo, è il primo e fondamentale gradino di questo percorso. È necessario, dunque, un nuovo approccio, più organico di quanto sia stato fatto fino ad ora. In altri paesi esiste, ad esempio, già da tempo una legislazione apposita, come il "Freedom of Information Act" degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che disciplina in maniera puntuale i doveri delle amministrazioni nel mettere a disposizione il proprio patrimonio e stabilisce le caratteristiche formali del dato ed i livelli di qualità.
La legislazione da sola, però, non è sufficiente ed occorre agire su più fronti da quello organizzativo a quello tecnologico oltre che, ovviamente, sull'usabilità. Lavorare sui processi, costruire architetture tecnologiche di cooperazione, facilitare la circolazione interna dei dati in modalità telematica a dispetto di quella cartacea, individuare dei metadati da applicare agli elenchi, cioè delle informazioni sul contenuto, porre attenzione al linguaggio utilizzato, alla disposizione delle informazioni e così via, fino alla creazione di un organismo centrale indipendente per il controllo della trasparenza della effettiva conoscibilità dei dati pubblici, sono tutte strategie già sperimentate in altri Paesi e facilmente ripetibili in Italia. In questo modo si potrebbe uscire dalla fase attuale, in cui l'offerta è sostanzialmente guidata dalla domanda dei privati, ed imboccare una strada di piena valorizzazione del patrimonio pubblico della conoscenza.

I limiti della Direttiva UE

In occasione del convegno del luglio scorso l'associazione Il Secolo della Rete, pur lodando la Direttiva Europea del 2004 come primo passo fondamentale verso la diffusione di una cultura della libera informazione, ha espresso alcune perplessità riassumibili in due punti centrali:
1 - La Direttiva esclude esplicitamente settori altamente significativi come le informazioni detenute da emittenti del servizio pubblico, gli istituti di istruzione e ricerca, i musei, le biblioteche, gli archivi e gli enti culturali.
2 - La Direttiva fa riferimento ai soli usi commerciali delle informazioni pubbliche. Ciò si traduce in un'automatica imposizione di regole restrittive alla "cultura non commerciale", ovvero a tutti gli usi che i cittadini, le realtà organizzate della società civile e il mondo dell'istruzione potrebbero fare delle informazioni pubbliche per fini non di lucro.
Per superare queste due difficoltà l'associazione ha proposto l'utilizzo di licenze di tipo "Creative Commons", che garantendo alcuni diritti riservati, costituiscono una via di mezzo tra la proprietà esclusiva del copyright e l'appropriazione indebita.
"Le licenze "Creative Commons" - si legge nel comunicato di sisntesi del convegno - ideate negli Stati Uniti, sono già operanti in 31 diversi Paesi, tra cui l'Italia, ed offrono un set di licenze d'uso fondate su quattro clausole base (Attribuzione, Non commerciale, Non opere derivate, Condividi allo stesso modo). Tali licenze sono adatte alla stragrande maggioranza delle informazioni pubbliche e sono pienamente compatibili anche con gli usi commerciali".

Approfondimenti

" Riuso dei dati pubblici: strategie di impiego", un'intervista con Giuliana Bonello della Direzione Atenei, Cultura, Banche Dati e Sistemi Decisionali del CSI Piemonte

"Riuso dei dati pubblici, le PA devono facilitare la trasparenza", un dossier Altra pa del 02/03/2006

La Direttiva europea 2003/98/CE sul riutilizzo dell'informazione nel settore pubblico

Gli atti del convegno "L'informazione pubblica è un bene comune?" Torino, 4 luglio 2006

 
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