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ne parliamo con
Un No secco al In House "ideologico"

Ne parliamo con

Luigi Fiorentino - Capo di Gabinetto dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

del 22/06/2006

Quale è il parere dell'Autorità rispetto al tem adelle società ICT in house?
 
     
     
L'Autorità guarda con estrema preoccupazione il diffondersi di modelli organizzativi basati sull'utilizzo dell'in house e questa opinione deriva dal fatto che ci troviamo di fronte a qualcosa di anomalo, un proliferare non motivato che potrebbe portare alla riduzione dei mercati e, ancor più grave, alla riduzione della concorrenza sui mercati. Il parere dell'autorità e del Presidente, per altro esplicitato più volte anche durante il corso dell'ultimo FORUM PA, deriva dal fatto che questo fenomeno, ove non governato, può produrre effetti devastanti e non mi riferisco solo all'informatica. L'IT, infatti, è solo la punta di un fenomeno molto più vasto, che trova omologhi in moltissimi altri settori economici. Si corre il rischio, in sostanza, di trasformare le amministrazioni in vere e proprie holding di partecipazioni societarie, con un ruolo diretto nel mercato e nell'economia. Non è questo il ruolo né l'obiettivo di un'amministrazione moderna, efficiente e che punta all'ottimizzazione delle risorse. Oggi le amministrazioni devono, piuttosto, consentire la competizione e la concorrenza e permettere alle imprese di esprimersi nel mercato.
Esistono dati utili per farsi un'idea di quale sia l'ordine di grandezza del fenomeno?
 
     
     
Se vogliamo restare nel settore dell'informatica basti pensare che secondo dati delle organizzazioni di categoria ben 9 amministrazioni regionali hanno società totalmente in house per la gestione dei servizi informativi, senza contare ovviamente quelle a partecipazione mista, e di livello provinciale o comunale. È un fenomeno vastissimo, popolato da una casistica molto eterogenea, praticamente in tutti i settori della vita economica. Un esempio eclatante, per dimensioni e per ricadute, è quello che riguarda il settore dei rifiuti, a tutti il livelli istituzionali. Analizzandolo ci si rende conto del caos e delle complesse dinamiche che questo modo di gestire i servizi porta sul mercato.
Intendiamoci, il punto non risiede tanto nella costituzione della società in quanto tale, ma nell'affidamento del servizio. È a questo livello che si incontrano le situazioni più gravi, a cominciare dalla durata, che per la maggior parte dei casi è illimitata, mentre secondo la giurisprudenza comunitaria la temporaneità dell'affidamento del servizio è uno dei profili che dovrebbe essere garantito sempre e comunque.
Quali sono i motivi che spingono un'amministrazione ad orinetarsi verso la scelta di questo modello?
 
     
     
Le società in house, nascono per svariati motivi. Sicuramente alcuni settori sono gestiti meglio ed in maniera più efficiente attraverso un modello societario, non possiamo negarlo, ma il grosso problema è che in molti casi si creano società per motivi elusivi. Si usano, cioè, imprese a capitale pubblico o a capitale misto per aggirare l'applicazione di norme in cui dovrebbe ricadere la totalità delle amministrazioni pubbliche. Gli esempi di tali norme sono facilmente intuibili e vanno da quelle che riguardano il blocco delle assunzioni, a quelle riguardanti il contenimento della spesa per l'acquisto di beni e servizi. Sotto questo profilo, quindi, il modello in house, o meglio l'utilizzo che pericolosamente si sta facendo di questo modello nel nostro Paese, è qualcosa di elusivo rispetto all'applicazione di norme cogenti e di leggi.
Non sono quindi norme che riguardano il mercato? Gli appalti e gli affidementi per le società in house sono ben regolati?
 
     
     
Per quanto riguarda questo aspetto la normativa c'è ed è anche ricca. So tratta in particolare della normativa e della giurisprudenza comunitaria, che però resta chiara solo fino a quando la società è in house al 100%, cioè fino a quando non accoglie la partecipazione di un privato. Ecco un altro grande problema, diverso da quelli che citavamo prima, naturalmente, ma comunque da nono sottovalutare. Nel momento in cui l'azienda assume carattere di società mista pubblico/privata, la sua regolamentazione si perde in una nuvola elusiva piuttosto vasta determinata da un crinale interpretativo incerto, che non può non condizionare in maniera negativa il mercato.
Oltre a esempi di turbativa del mercato però se ne possono citare molti altri di aziende pubbliche che hanno favorito lo sviluppo di un mercato locale e portato benefici alla propria amministrazione.
 
     
     
Ovviamente non vogliamo fare di tutta l'erba un fascio. È logico che come in ogni contesto anche qui ci siano punte di eccellenza che vanno salvaguardate e prese ad esempio. Per citarne una su tutte potremmo fare il nome del CSI Piemonte, ma a fronte di una o due punte di eccellenza su cento, vi sono sicuramente altri 98 soggetti che restringono il mercato.
Una tra le giustificazioni che si sentono più spesso è quella che le società in house sono un utile strumento di intermediazione fra l'amministrazione ed il mercato, ma credo che anche qui si possa parlare di qualcosa di non troppo trasparente, quando non del tutto fittizio. Se veramente fosse questo lo scopo, ossia quello di andare a scegliere sul mercato le soluzioni ottimali, guidando la domanda e facendo massa critica, l'utilizzo dello strumento societario non sarebbe assolutamente fondamentale e potrebbe essere sostituito perfettamente da altre strutture interne all'amministrazione. Mi sembra un'impostazione non difendibile da un punto di vista di semplicità e di efficienza organizzativa. Altro elemento da non tralasciare è il fatto che, al contrario di quanto si possa credere, attraverso la costituzione di società in house la politica non la diminuisce la propria influenza e la propria ingerenza sull'attività amministrativa e sul mercato, ma la aumenta. Cariche e vertici di queste società sono, infatti, molto più influenzabili e sostituibili, rispetto a quello che accade nelle amministrazioni tradizionali, nonostante lo spoyl system.
Quindi la posizione del garante non è contraria la principio, ma all'applicazione scorretta che se ne fa?
 
     
     
Il punto sul quale è fondamentale soffermarci, quando parliamo di fenomeni così complessi e di argomenti così intricati come il mercato, la concorrenza o l'efficienza pubblica, è quello di valutare la situazione secondo criteri oggettivi. La costituzione di società pubbliche o miste che offrano servizi ad una particolare amministrazione o ad un insieme di amministrazioni di un determinato territorio, può essere anche presa in considerazione, nessuno lo vieta, ed anzi la normativa lo consente. Quando, però, ci troviamo di fronte ad un'estensione senza limiti di questo modello, non possiamo non accorgerci del fatto che si è passati dall'analisi reale ad una semplice moda ed è qui il pericolo. Se, ad esempio, dietro ad ogni società in house ci fosse un'analisi organizzativa, dalla quale emergesse che lo strumento societario risponde ad una logica di beneficio per quel particolare territorio e per quella particolare condizione economica, in riferimento a quei particolari obiettivi strategici, allora non ci sarebbe nessun problema da sollevare, ma quello che stiamo vivendo non è assolutamente questo.
Quale è l'assetto organizzativo migliore per tutelare l'interesse pubblico?
 
     
     
Quando si affrontano queste tematiche non bisogna affrontarle in modo ideologico. Non si utilizza il modello societario perché l'impresa è meglio della pubblica amministrazione. La scelta del percorso da intraprendere va fatta in base ad una scelta chiara in relazione da un obiettivo ben preciso e a seguito di un'attenta analisi costi/benefici. Tali logiche posso essere certamente applicate basta che le si utilizzi rispetto a singole operazioni e in modo ragionato.
Il mondo dell'industria critica l'in house anche per il giustificativo ideologico del "prezzo più basso". Sulla base dell quale, però, è nata anche la CONSIP, da lei difesa in più occasioni.
 
     
     
La CONSIP è l'esempio concerto di quello che dicevamo prima. La sua istituzione è stata preceduta, infatti, da un'analisi precisa di come si sarebbe potuto superare un modello organizzativo, ormai saturo, come quello della gestione dei beni e servizi attraverso il provveditorato dello Stato, che non rispondeva più alle esigenze per cui era stato pensato. Oltre a questo, ma non credo ce ne sia bisogno, si potrebbe aggiungere che pur essendo una società in house, la CONSIP opera come soggetto di intermediazione tra il mercato e le PA, cioè produce gare operando all'interno di un mercato che non esisteva prima della sua nascita. Come vede gli obiettivi sono ben distinti da quelli di una società di fornitura di servizi. Tant'è che il problema non sussiste nemmeno per le varie centrali di acquisto a livello regionale che sono nate parallelamente a CONSIP.
 
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