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ne parliamo con

DTT: in attesa dello switch-off

Ne parliamo con

Giandomenico Celata - docente di Economia della Comunicazione e dell'Informazione Facoltà di Scienze della Comunicazione dell´Università di Roma "La Sapienza"

del 08/06/2006

Dai risultati del Rapporto commissionato dal Cnipa all'Istituto Piepoli sembra che l'informazione e l'intrattenimento abbiamo la meglio sui servizi via DTT. Qual è la sua opinione?
 
     
     

Si può commentare poco visto che il digitale ancora non esiste. MI spiego meglio: non esiste in termini di contenuti. Ad oggi, infatti, è gestito dalle televisioni analogiche dominanti, Rai e Mediaset. Siamo dunque in attesa dello switch-off, ovvero il passaggio completo di tutto il broadcasting dall'analogico al digitale, ma potremmo anche dire che attendiamo con ansia lo switch-over del digitale terrestre. Finché questo non avverrà non saremo in grado di capire come effettivamente si declini, in termini di contenuti, il digitale terrestre e sarà, quindi, difficile commentare dati come questi.

Eppure sia le televisioni che le Pubbliche Amministrazioni si sono mosse?
 
     
     

Oggi siamo in presenza di sperimentazioni. La ripetizione di canali analogici, la pay tv, ed anche i canali assolutamente sperimentali come quelli della RAI fanno tutti parte di questo momento di transizione e sperimentazione. La ricerca certamente li avrà considerati, ma i risultati non hanno significato ai dell'interpretazione di ciò che ci riserverà il futuro, perché, ribadisco, ancora non è avvenuto il completo passaggio dall'analogico al digitale.

Quali sono i motivi di questo ritardo?
 
     
     
I canali del digitale terrestre sono molti di più rispetto a quelli esistenti e quindi hanno costi di gestione molto più alti. Per avere un vero sviluppo di questa tecnologia i Broadcaster dominanti dovrebbero spostare ingenti risorse dall'analogico, sottraendole a qualla che fino ad oggi è stata la loro maggiore fonte di intrioiti, per riversarli in qualcosa che è ancora una scommessa. Ad esempio, Mediaset si è limitata a proporre sul digitalegli stessi programmi che vanno già sull'analogico e ha attivato una pay tv, cioè qualcosa che riesce a coprire immediatamente gli investimenti. La Rai invece si è mossa su canali a basso costo come Rai Futura.
Passando al digitale terrestre e pubblica amministrazione, crede che sia una tappa obbligata perchéla costruzione della Società dell'Informazione?
 
     
     
È una tappa obbligata nella misura in cui c'è interattività altrimenti si tratterebbe semplicemente di canali di prossimità della pa locale o centrale, visto che il DTT permette anche la distinzione delle frequenze per territori. Ha un senso per la pubblica amministrazione se non è semplicemente informazione o vetrina ma uno strumento di comunicazione interattiva quindi di rapporto forte con il cittadino, partendo prima di tutto dai servizi a lui necessari.
In ogni casa è presente almeno un televisore. È possibile considerare il digitale terrestre come strumento utili a ridurre il digital divide?
 
     
     
Certamente. Questa è una questione che sembra sempre che abbia tratti di novità, ma se ne parla già da anni. La differenza dipenderà dal tipo di tecnologia che vincerà nel futuro: televisione, internet o telefonia mobile. Probabilmente tutte conviveranno ed ognuna per la sua parte, contribuirà a ridurre digital divide. Certo è che, per quanto riguarda la televisione un grosso limite è rappresentato dall'usabilità dei telecomandi. Bisognerebbe togliere i telecomandi dalle mani degli ingegneri e darli agli psicologi. Nelle case non solo ci sono troppi telecomandi, ma ciascuno è un sudoko.
Pensa che uno strumento come il DTT sia più utile per "un uso interno" (di crescita, di formazione ecc) all'amministrazione piuttosto che per una comunicazione verso l'utente?
 
     
     
Credo che il problema sia semplicemente di costi. Sia per il caso di un "uso interno" sia per dare servizi ai cittadini, ci sono alternative a costi più bassi rispetto al digitale. Il web, ad esempio è una di queste. Ci sono già numerose aziende ed amministrazioni pubbliche che formano i propri dipendenti attraverso un certo tipo di tv che passa via internet. Il digitale terrestre, essendo una tv di flusso, con orari definiti, forse è più adatta ad un uso verso l'esterno, verso i cittadini/utenti. Il web invece permette una maggiore discrezionalità da parte dell'utente. In fondo è un problema di opportunità, di scelta del tipo di comunicazione che si vuole fare in base ai propri obiettivi. Il vero aspetto critico allo stato attuale resta quello dei costi e le frequenze del digitale costano care.
Come sta rispondendo la pubblica amministrazione a queste spinte innovative e tecnologiche. Comunicare attraverso tecnologie come la televisione, anche digitale, richiede forme di linguaggi e competenze specifiche?
 
     
     
La pubblica amministrazione mi pare reagisca bene all'innovazione tecnologica dimostrando di avere desiderio di utilizzarla. In generale l'avvicinamento e l'esperienza concreta della pa in comunicazione, è stata positiva, come nel caso dei primi Uffici Relazioni con il Pubblico (URP). Uno sforzo convinto ha dimostrato che se la pa punta ad un risultato concreto, investendo risorse, riesce ad ottenerlo: con l'URP c'è ben riuscita, altrettanto non si può dire per l'esperienza dello sportello unico per le imprese. E non si tratta solo di un problema di costi, ma soprattutto di volontà. Riguardo ai linguaggi o strutture specifiche come potrebbero essere le redazioni per i canali digitali, non credo che possano esistere problemi di competenze. quelle ci sono già, e dove mancano possono essere acquisite con relativa facilità. Resta, invece, il problema del costo.
 
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