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ne parliamo con

Sensibilizzare alla sicurezza? Meglio formare e inforformare

Ne parliamo con

Manlio Cammarata - direttore di InterLex e consulente in diritto e comunicazione

del 16/02/2006

Nel nostro Paese il tema sicurezza è un argomento da addetti ai lavori. Non le pare sia arrivato il momento di sensibilizzare anche vertici politici e top management?
 
     
     

Quella che io chiamo "cultura della sicurezza" ha due aspetti: uno riguarda appunto gli addetti ai lavori, cioè gli esperti della materia, l'altro la collettività nel suo insieme. E della collettività fanno parte anche i politici e i responsabili delle grandi strutture pubbliche e private. Sensibilizzare non è la parola giusta, la vera sensibilizzazione è quella che si verifica automaticamente dopo i grandi incidenti, mentre si dovrebbe puntare soprattutto all'informazione e alla formazione.

Esistono differenze tra il settore pubblico e quello privato rispetto al tema sicurezza?
 
     
     

È un problema di responsabilità. Nella struttura pubblica sono in gioco soprattutto l'efficienza dei processi amministrativi e la continuità dell'erogazione dei servizi ai cittadini, la sicurezza sociale. Nel privato sono in gioco soprattutto gli aspetti economici. Comune ai due settori è la protezione dei dati personali.

In tema di sicurezza, la prevenzione ha un ruolo predominante, ma non è il caso di evitare gli allarmismi?
 
     
     
La preparazione alla gestione delle emergenze deve essere continua e costante. Chi ha qualche responsabilità nel campo della sicurezza deve sempre considerare l'eventualità di un incidente (non necessariamente un attacco) come sempre imminente, anche se la protezione non deve diventare una nevrosi. È bene tenere presente che chiunque utilizza un sistema informatico, anche ai livelli più bassi, ha qualche responsabilità per quanto riguarda la sicurezza. Una semplice password mal custodita può costituire un rischio per un'intera rete di computer.
Quanto i cittadini italiani sono sensibili a temi come protezione dei dati, sicurezza, privacy?
 
     
     
Difficile rispondere "a naso". Certamente negli ultimi anni si è diffusa una maggiore attenzione ai problemi della privacy, ma dire che gli italiani sono sensibili ai problemi della sicurezza mi sembra fuori luogo. Quanti sono quelli che impostano la password all'accensione del telefonino, o che hanno nel PC un antivirus aggiornato, o che si preoccupano dei cookie o dello spyware? Pochissimi, direi.
Negli Stati Uniti il diritto del cittadino alla privacy fa registrare notevoli difficoltà per la diffusione della carta d'identità elettronica. Da noi la CIE c'è e addirittura si parla già di passaporto biometrico. Ma siamo davvero così bravi a tutelare la privacy dei cittadini?
 
     
     
Il problema è complesso. Anche se molti non lo sanno, da noi non è obbligatorio (almeno per ora) avere una carta d'identità, anche se è sempre consigliabile di essere in grado attestare le proprie generalità. Comunque siamo abituati ad andare in giro con qualche documento, da tempi lontani: esattamente dal 1929, quando fu varato il primo Testo unico delle norme di pubblica sicurezza. Negli USA, ma anche in Gran Bretagna, sembra che i cittadini antepongano la difesa della propria vita privata alla sicurezza collettiva. È un fatto di cultura.
Quanto alla carta d'identità elettronica, è un progetto che rischia di non decollare mai, a causa dei costi altissimi derivanti dalla scelta di una tecnologia obsoleta. Ci sarebbero soluzioni più economiche e altrettanto sicure, come appunto quella adottata per il passaporto che incorpora un chip che contiene anche qualche dato biometrico. Va ricordato che lo standard del passaporto cosiddetto "biometrico" è stato deciso a livello internazionale, con forti pressioni degli Stati Uniti e siamo obbligati ad adottarlo entro quest'anno.
Quali sono i principali problemi da affrontare subito in tema di sicurezza?
 
     
     
È necessario un approccio di sistema, con una visione a lungo termine. Il che comporta la creazione di strutture come quella tedesca, con un grande numero di specialisti e la capacità di fare prevenzione su vasta scala e di operare interventi massicci in caso di emergenza. I numeri citati alla conferenza CNIPA nell'intervento di Udo Helmbrecht devono far riflettere: l'Ufficio federale per la sicurezza informatica è nato nel lontano 1991, ha oltre 450 dipendenti e un bilancio di quasi 52 milioni di euro. Questa, euro più, euro meno, è la dimensione nella quale va affrontato il problema.
 
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