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ne parliamo con
 

Codice della PA Digitale: una scommessa culturale

Ne parliamo con

Enrico De Giovanni -
Capo ufficio legislativo del Ministro per l'Innovazione e le Tecnologie

Quali sono gli ostacoli principali nell'affermazione di una pubblica amministrazione digitale?
 
         
         
Parlare di una PA informatizzata o digitalizzata comporta di certo mettere in conto ostacoli di varia natura: giuridico - amministrativi, organizzativi, finanziari. Ma, il vero e grande ostacolo è quello culturale. Non si tratta di un sotto problema ma della conseguenza dell'essere figli della "cultura della carta". Vi riporto la mia esperienza personale: laureato in legge, da sempre lavoratore nella pubblica amministrazione, assolutamente avvezzo all'uso della carta. Oggi mi si chiede di produrre documenti informatici. Ebbene, il confronto con la nuova realtà dell'ICT mi ha messo di fronte ad una serie di interrogativi forti e primo fra tutti il cosa fare con queste macchine? Subirle o utilizzarle e disciplinarle? Sicuramente, una posizione ragionevole è quella di accettare l'idea che il mondo è cambiato quindi cambiano anche le abitudini; le routine amministrative vanno superate e il tradizionale rapporto con la carta e la penna si trasforma, trasformando anche il modo di comunicare con gli altri ed il modo di produrre. Non possiamo non confrontarci con questa nuova realtà! Certo, le ricadute, le conseguenze sulla quotidianità, sono tante e riguardano l'atteggiamento verso il lavoro, l'organizzazione dello stesso, i rapporti interni agli e tra gli uffici. È una rivoluzione culturale che bisogna avere il coraggio di affrontare superando la paura e la pigrizia. Forse il nostro lavoro all'inizio sembrerà più lento, meno efficiente, ma sono le prospettive a doverci stimolare: puntiamo a questo cambiamento convinti che stiamo investendo su un'efficienza strutturale, individuale e collettiva, infinitamente maggiore.
I rischi però sono tanti. Come si inserisce in questo contesto il Codice della PA Digitale?
 
         
         
Nel codice digitale sono confluite le esperienze e le normative che, nell'arco di circa sei anni, si sono sviluppate nell'approcciare a questo argomento. È necessario partire dal presupposto che il puntare verso una pubblica amministrazione digitale non è una convinzione che nasce dal nulla, ma piuttosto dalla considerazione delle oggettive possibilità di impiego delle nuove tecnologie. Allora veramente, i protagonisti di questo scenario troveranno il coraggio di cambiare: chi dovrà organizzare l'attività della PA o anche delle aziende private punterà a innovare, il legislatore introdurrà le discipline legislative ad hoc, il politico metterà a disposizione le risorse finanziare necessarie per sostenere l'innovazione nel Paese. Tutto questo non può che esser accompagnato, e di questo ce ne siamo resi conto anche durante la stesura del codice, da dubbi e interrogativi, ma occorre procedere oltre. Il codice fa delle affermazioni che costituiscono dei punti di partenza importanti tra cui l'uso dell'ICT come strumento ottimale per operare, come strumento capace di garantire la memoria storica come strumento di un rapporto diverso, di servizio, tra le amministrazioni. Tutti principi che devono farsi strada nella nostra azione e che diventano norma, ordinamento. Un punto di partenza da cui tutti impareremo a costruire in un modo nuovo.
Ma siamo sicuri che riusciremo a conservare tutta una serie di documenti ad oggi "affidati" alla carta, attraverso le nuove tecnologie?
 
         
         
Nessuno al mondo lo può dire con assoluta certezza. Solo il tempo potrà dire se gli strumenti tecnologici sono in grado di garantire la nostra memoria collettiva, la nostra identità culturale e storica. Del resto, questa è la sfida centrale che ci troviamo ad affrontare. Dall'altro lato poi, ci sono i tecnici, i professionisti di queste nuove tecnologie che cercano di rassicurare rispetto a questo problema, sostenendo che l'evoluzione tecnologica troverà sempre il modo per salvaguardare il documento inserendolo su diversi tipi di supporti nel tempo leggibili. Io sono un giurista è ho imparato a lavorare con i tecnici. Quello che abbiamo fatto in questi anni con il Ministro Stanca è infatti, frutto di una collaborazione reciproca. È chiaro quindi, che il codice è supportato da questa scommessa, che le nuove tecnologie garantiranno efficienza e memoria storica.
Quindi è possibile gestire una PA sulla base del documento informatico come originale? La carta non serve più?
 
         
         
Secondo il Codice il documento nasce in originale in modalità informatica. La carta è eventualmente una copia dell'originale, una copia momentanea da poter poi buttar via. L'originale resta il documento informatico, digitale che è replicabile, che viene trasmesso attraverso la posta elettronica ordinaria o certificata, che viene protocollato tramite protocollo elettronico, che viene conservato in fascicoli informatici. E i procedimenti vengono gestiti sulla base di questo insieme di strumenti. Quindi, la conservazione dei documenti che l'amministrazione ha posto in essere, compresi gli atti con riflessi immediati sulla sfera giuridica dei terzi sono e restano informatici. Questo è il quadro alla base del codice che naturalmente, si occupa poi di una serie di altri aspetti e problemi specifici.
C'è una parte specifica del Codice che si occupa proprio del tema della conservazione e della riproduzione dei documenti. Ce ne può parlare?
 
         
         
Quando parliamo di conservazione dei documenti va ricordato che, da un certo momento in poi, il documento nascerà informatico. Oggi però, abbiamo una massa sterminata di documenti cartacei che dovranno essere digitalizzati. Da qui una serie di problemi relativi all'attestazione della conformità dell'eventuale copia informatica rispetto all'originale cartaceo e una complessa serie di problemi giuridici che vanno necessariamente affrontati. Questa è l'ottica del codice: affermare con chiarezza che si può e si deve agire nell'ambito delle PA con questi nuovi strumenti che diventano il parametro per valutare il rispetto del principio costituzionale del buon andamento dell'azione amministrativa. Questo principio ha come corrispettivo anche una diversa posizione del cittadino/impresa che da amministrato, ovvero subordinato all'esercizio di un potere, diviene utente di servizi. Per tanto, il cittadino ha diritto a rapportarsi on line con la PA, non solo inviando ma anche ricevendo documenti; ha diritto a ricevere ed effettuare pagamenti, accedere a siti istituzionali che gli forniscano tutte le informazioni utili ecc. Dunque, un front office informatizzato a cui i cittadini hanno diritto non perché si tratta di una regola di organizzazione interna, ma che trova riscontro anche in posizioni giuridicamente rilevanti riconosciute a privati.
E il back office, l'organizzazione della struttura?
 
         
         
Ce ne siamo occupati proprio perché crediamo che non possa esserci front office se dietro lo sportello virtuale non c'è un'organizzazione sia organizzata e strutturata in base ai criteri che prima elencavo. Strumenti come i fascicoli virtuali ad esempio, non hanno senso se non si rivedono strutture e procedimenti, ovvero se non si avvia una reingegnerizzazione degli stessi.
Come spiegare le accuse di generalità e astrattezza attribuite al codice?
 
         
         
Un'accusa che è stata fatta da alcuni a questo codice, riguarda l'aver introdotto principi troppo generali e troppo astratti. Un chiarimento va fatto. Prima di tutto il codice è un decreto legislativo, cioè una norma primaria non a caso si chiama codice, perché fissa alcuni principi fondamentali, essenziali che devono reggere, dirigere e orientare l'azione della PA. Questo ovviamente, non va ad esaurire la regolazione che si dovrà sviluppare attraverso atti regolamentari, riguardanti regole organizzative e tecniche. L'aspetto tecnico, poi, troverà ulteriori esplicazioni in atti amministrativi di ordine generale, alcuni dei quali sono stati emanati in questi ultimi anni o già esistevano, come una serie di deliberazioni di ordine tecnico dell'allora Aipa, e una serie di direttive e linee guida dello stesso Ministro Stanca. Dunque, l'accusa di generalità e di astrattezza è sbagliata perché un codice non può che dettare regole astratte. Formare un ordinamento completo su questi temi richiede anni. Abbiamo iniziato a lavorare sul Codice sulla base dell'esperienza maturata nei primi anni della legislatura e dunque solo nel finire della stessa è stato possibile vararlo: inoltre esso entrerà in vigore all'inizio del prossimo anno. Quindi, questo codice non è un punto di arrivo ma di partenza.
E per quanto riguarda lo spazio dato nel codice al documento informatico?
 
         
         
Il codice ha adottato anche principi di diritto civile, che regolano i rapporti interprivati, quindi, se da un lato disciplina la digitalizzazione della PA dall'altro si fa carico di recuperare e rielaborare norme già esistenti nell'ordinamento che disciplinano l'aspetto privatistico del documento informatico e della firma digitale. Qui nasce un altro aspetto di riflessione complesso: come disciplinare questi nuovi fenomeni? Vanno riscritte interamente delle norme per disciplinare queste nuove realtà? O vogliamo riallacciarci alla nostra tradizione giuridica recuperando istituti come ad esempio, quello della scrittura privata della forma scritta? Per ora la nostra scelta è stata quella di inquadrare queste nuove realtà negli schemi culturali del nostro ordinamento. Anche qui il codice è un punto di partenza e anche qui dovremmo trovare, con il tempo, il coraggio di staccarci dalla mera riferibilità ad istituti giuridici già esistenti, per giungere a disciplinarle in modo autonomo, cosa che appunto con il documento informatico si potrebbe realizzare.
 
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