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Forum
on line: l'incerto futuro dell'e-Democracy Ne
parliamo con
Arturo
di Corinto -
direttore Il Secolo Della Rete |
| Quali
sono le logiche e le ragioni che spingono una PA verso l'implementazione di questi
strumenti e la creazione di comunità o gruppi di opinioni? E viceversa,
quali ragioni e logiche per il cittadino che li utilizza? | |
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| Il
motivo per cui la PA cerca di utilizzare al meglio gli strumenti della comunicazione
elettronica sono, fondamentalmente, due. Il primo riguarda il voler comunicare
in maniera efficace con i cittadini, mentre l'altro riguarda il voler creare un
contesto adeguato di crescita per i propri dipendenti ed impiegati. Il problema,
però, è che questi sistemi non sempre sono utili alla comunicazione
con i cittadini data la loro forma, troppo spesso, monodirezionale: la PA comunica
al cittadino, ma questo non può rispondere. Perché ci sia reale
efficacia di questi strumenti di comunicazione elettronica è, allora, necessario
che i cittadini possano collaborare alla loro progettazione. E' necessario che
questi strumenti siano "democratici", cioè facilmente accessibili
senza creare gap culturali e tecnologici. E' necessario che siano effettivamente
pubblici e non nascosti ed infine è necessario che diano la possibilità
di esprimersi su argomenti di varia natura, in maniera diversa e articolata e
che non siano decisi in maniera verticale e calati dall'alto. Un forum cioè
non può avere la stessa logica di quello che è ad esempio è
il referendum elettronico cioè non si può pensare di creare un forum
partecipativo lasciando ai cittadini solo la possibilità di rispondere
ad argomenti decisi in maniera verticale e calati dall'alto. |
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Considera Internet uno strumento democratico, capace di rafforzare i processi
partecipativi, o i forum, le comunità ecc. sono solo strumenti che aumentano
il contatto? | |
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| Sicuramente
Internet è uno strumento democratico capace di rafforzare i processi partecipativi,
ma da solo non basta. Sono importanti anche i contenuti che vengono sviluppati
e, soprattutto, è fondamentale la presenza di qualcuno che abbia un ruolo
di facilitatore/abilitatore di questi contenuti nei confronti dell'amministrazione.
Qualcuno cioè che sia in grado di sintetizzare lo sviluppo del discorso
e trasformarlo in output positivo e produttivo. A livello europeo mi viene in
mente l'esperienza di Amsterdam e della sua Città Digitale. Sono stati
previsti al suo interno una serie di forum tematici gestiti da giornalisti professionisti
che avevano proprio il compito di sintetizzare i contenuti delle "piazze
elettroniche" invitando, poi, il politico di turno, o comunque un referente
dell'amministrazione, a confrontarsi sulle tematiche sviluppate. Ciò che
mi sembra importante sottolineare, cioè è che in questa esperienza
veniva chiesta un'opinione o una presa di posizione su quello che i cittadini
avevano discusso, trasformando il dibattito, in una proposta vera e propria. Questa
non è una cosa che succede nel nostro Paese. Il rischio che si corre a
questo punto è che il rapporto dei cittadini all'interno di un forum messo
a disposizione dall'amministrazione all'opinione pubblica sia semplicemente uno
strumento in più per parlarsi addosso, dove ognuno può tirar fuori
solo le proprie insoddisfazioni e i propri malumori. |
| I
forum concettualmente dovrebbero essere nuovi spazi pubblici che assicurano la
democrazia, ribaltando le gerarchie. I rapporti infatti, passano da una struttura
verticale ad una orizzontale. Esistono dei casi in cui questo avviane concretamente? | |
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| Alla
base delle esperienze di democrazia elettronica c'è un problema serio di
architettura informativa: se l'architettura presuppone veramente un dialogo multidirezionale
tra gli stakeholder di un processo, allora forse può venir fuori qualcosa
di buono. Però una comunità che è non-permanente, non strutturata
come quella che tipicamente si trova nei forum o nelle chat room, non è
in grado di andare verso una direzione condivisa e non è in grado di farlo
in maniera pragmatica. Molto spesso all'interno di questi gruppi si scatenano
conflitti di leadership perché, laddove non esiste il contatto face to
face, è facile cadere in cattive interpretazioni della comunicazione altrui
generando guerre inutili che, pian piano, dissanguano lo stesso luogo di discussione.
Se, invece, si sviluppa un'architettura informativa adeguata, dove tutti quanti
hanno diritto di parola, gli utenti possono essere portati per mano a sviluppare
un discorso comune, dove si stabiliscono codici e regole condivise per arrivare
a dei risultati pratici, dove magari si ha un obiettivo concreto, non fosse altro
quello di stilare un documento da presentare a un politico piuttosto che a un
decisore pubblico. In questo caso il risultato sarebbe sicuramente più
concreto. Il problema, quindi, da un lato è nell'architettura dell'informazione
e dall'altro nella cultura delle persone che vivono questi luoghi di confronto
e condivisione. Proprio su questo aspetto bisogna lavorare ancora molto. La parola
chiave è condivisione: se le cose sono condivise anche se non soddisfano
tutti completamente, possono essere effettivamente implementate senza contraccolpi
negativi. Se, viceversa, le cose non sono condivise ci sarà, invece, un
alto indice di conflittualità sia nel processo di costruzione della proposta,
sia rispetto alla produzione di un eventuale output. La PA sta sviluppando con
molta fatica un approccio di questo tipo e cerca di pensare nuovi spazi pubblici
che possano assicurare la democrazia. |
| Dunque,
è possibile o no ribaltare le gerarchie? | |
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| Il
problema serio è che se il cittadino non è più percepito
come un suddito, come accadeva molti anni fa e come molti cittadini continuano
a percepirsi, ma è invogliato a essere parte attiva di un processo decisionale,
ovvero gli viene riconosciuta la competenza di attore per quanto riguarda le questioni
che immediatamente e direttamente lo interessano, allora io cittadino sono invogliato
ad essere propositivo, a confrontarmi con altri sul tema in questione e proporre
soluzioni concrete. Una volta individuate le soluzioni però, viene riconosciuta
al cittadino la competenza di poter pensare e proporre delle soluzioni, degli
interventi? Questo di solito non succede, ed è questa la cosa grave! |
| Secondo
alcuni stiamo passando da un'opinione pubblica "avvertita" ad un'opinione
pubblica "partecipe e consapevole". È davvero così? | |
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| Il
problema vero è capire se questi strumenti di condivisione i cittadini
vogliono usarli. Il cittadino che per un periodo di tempo si è impegnato
a partecipare a discussioni on line su un determinato tema, si aspetta un feed
back da parte dell'amministrazione. Se quello che ha fatto e detto non è
preso in considerazione, probabilmente non si impegnerà un'altra volta.
Partecipare, infatti, significa non solo un certo grado culturale e una disponibilità
nei confronti degli altri, ma anche un impegno e dispiego di tempo non indifferente.
Inoltre c'è anche il problema della distinzione tra cittadini di serie
a e cittadini di serie b, dove questi ultimi sono quelli che non sono a conoscenza
dell'esistenza di strumenti per esprimere la loro opinione o che magari non li
sanno usare. C'è dunque, un gap tecnologico e culturale generale che si
declina in un digital divide basato sul sesso, l'età, la formazione scolastica
e così via. C'è, poi, il cittadino di serie a che ha gli strumenti
per intervenire in maniera competente nei forum, ma deve essere convinto che il
suo intervento non sia sprecato altrimenti il rischio è che si impegnerà
più nel processo. |
| Quanto
è importante informare e formare i cittadini all'uso di strumenti di condivisione
come i forum on line? | |
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| Far
sapere che è possibile fare certe cose attraverso la rete significa impegnarsi
in una campagna di comunicazione intelligente che dovrebbe considerare tutta una
serie di strumenti, molti dei quali, però, non vengono usati. Proprio questo
è un punto. Al di là del fatto che attraverso la televisione, la
cartellonistica o qualsiasi altro canale di comunicazione sia possibile far sapere
che esiste un forum, la migliore comunicazione è rendere visibile l'esistenza
di questa opportunità tecnologica sul territorio. Un esempio: in Brasile,
paese considerato ancora in via di sviluppo pur essendo la decima economia nel
mondo, hanno creato i cosiddetti Pontos de Cultura. Si tratta di pos da dove è
possibile accede a internet per sbrigare le proprie faccende. In Italia tempo
fa sono stati proposti dei laboratori di quartiere dove, grazie ad un team di
volontari preparati, si poteva seguire il cittadino che usava il pc ed internet
per scopi personali o per scopi di carattere pubblico o collettivo. Solo che non
si è mai vista traccia di queste cose. Oggi ci sono due progetti, quello
della Rete Telematica Regionale della Toscana e quello della Basilicata che si
avvicinano a questa esperienza. Il primo, quello toscano, porta un computer in
ogni sede Arci per educare i cittadini all'e-Government, mentre l'altro, quello
della Basilicata, istituisce gli Internet Social Point, postazioni internet presso
le parrocchie, i centri culturali ecc. Questi sono segnali importanti perché
le persone sono seguite e invogliate ad usare le tecnologie quando gli sono veramente
utili e non solo per motivi ludici. Dalla fase ludica si esce presto. |
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Esistono dei casi in Italia in cui i forum o altri strumenti di democrazia elettronica
sono concretamente utilizzati? | |
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| Diciamo
che già le reti civiche funzionano in questa direzione anche se con gran
fatica: hanno i loro forum e a volte ospitano anche l'opinione degli amministratori
pubblici. Ad esempio c'è il forum della Rete Civica di Milano, uno dei
primi esempi in questa direzione. Ma in generale, l'amministrazione pubblica italiana
è arrivata con forte ritardo a utilizzare le tecnologie per comunicare
con i cittadini. Cronologicamente possiamo ricostruire il percorso partendo dalla
Legge 241 sulla trasparenza,
seguono gli URP, le reti civiche e poi l'e-Government. Un forte impulso c'è
stato proprio con i programmi di e-government che consiste nell'erogazione erogazione
per via telematica di servizi amministrativi. Il cammino verso l'innovazione ha,
inoltre, implicato la reingegnerizzazione dei processi di back office. In assenza
di questo parlare di utilità di certi luoghi di confronto è difficile.
Certo adesso siamo arrivati all'idea che i cittadini e le amministrazioni si possono
parlare attraverso internet, ma il cammino è ancora lungo. Questa comunicazione
è ancora troppo monodirezionale, di tipo vetrina, mentre sarebbe sicuramente
più logico seguire le tendenze: i blog, i videoblog e anche i groupware,
tutti strumenti di progettazione condivisa che la maggior parte della popolazione
conosce ed utilizza abbastanza frequentemente. Oppure. perché non immaginare
l'uso di strumenti come il wiki, software che permette la scrittura real time.
Insomma bisogna pensare a modalità innovative per far partecipare le persone,
non pretendendo che usino strumenti che non conoscono o non sanno usare e soprattutto
assicurando una partecipazione dal basso. |
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