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Le
brave bambine usano le nuove tecnologie. Quelle cattive... anche!
Ne
parliamo con
Francesca
Zajczyk - Professore Ordinario di Sociologia Urbana presso l'Università
di Milano Bicocca
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Le
tecnologie hanno oggi un ruolo primario e possono diventare, soprattutto
per le donne, un fattore di empowerment importante. A suo avviso,
come si sta movendo la società per rimuovere gli ostacoli
che possono frenare o rallentare l'accesso delle donne alle tecnologie?
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Il
segnale che la discussione su questi temi si sia approfondita lo si può
ricavare dal fatto che oggi si parla di "gender divide", cosa
che prima non avveviva assolutamente. L'Europa stessa, ad esempio, negli
ultimi anni ha messo in campo risorse e direttive per agevolare l'accesso
delle donne alle tecnologie, ma si tratta comunque di un tema molto recente.
E' quindi difficile operare una valutazione concreta sugli effetti, visto
che sono ancora in via di definizione le azioni risolutive e di intervento
sul problema. Ancora oggi, infatti, ci troviamo in una fase in cui si
stanno individuando i problemi e le tipologie di ostacoli per un'effettiva
parità di accesso alle forme di lavoro legate alle nuove tecnologie.
Recenti studi ad esempio, evidenziano come persistano ancora notevoli
limiti culturali legati a stereotipi di genere manifesti sin dalla scuola
elementare. Ancora oggi è diffusa l'associazione di particolari
capacità, qualità o propensioni al solo fatto di essere
bambino o bambina, ragazzo o ragazza, uomo o donna.
Su un piano invece di accesso lavorativo, credo si debba analizzare la
questione non tanto in relazione all'utilizzo delle tecnologie, quantoma
piuttosto relativamente a quella che è l'attuale standard di organizzazione
aziendale. La vera difficoltà della donna sta infatti, nell'inserirsi
negli odierni percorsi lavorativi e soprattutto di carriera. Non c'è
dubbio che ci siano alcuni tipi di attività professionali per le
quali viene richiesta una continuità di presenza, di attenzione
e di impegno che esclude o comunque penalizza di più le ragazze
rispetto ai ragazzi.
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Si
parla tanto di gender divide: uomini e donne hanno una forma mentis
che diversifica l'approccio nei confronti della realtà, dal
lavoro allo studio, dalle relazioni sociali alle emozioni?
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La
forma mentis non è altro che il risultato di condizionamenti culturali
e sociali profondamente connaturati, ancora oggi, nella nostra società.
La cosa grave è che questi condizionamenti sono molto lenti a maturare
e ad essere superati. Nel nostro caso ad esempio, sin da bambini si impara
a relazionarsi con tipi di giochi ben distinti: giochi per le "femminucce"
e giochi per "maschietti". Lo stereotipo per il quale
ci sono cose che le bambine possono fare e altre no, continua a persistere,
poi, dall'asilo fino alla scuola superiore. Per questo, quindi, molte
ragazze iscritte alla scuola secondaria hanno un'immagine "negativa"
della scienza, che, nella maggior parte dei casi, viene vista come un
argomento distante, arido, rigido e addirittura freddo. Questo immaginario
cambia però, dopo gli studi universitari in particolare per quelle
ragazze che decidono di intraprendere un percorso non umanistico. Questo
dimostra, allora, che si tratta di una costruzione mentale in qualche
modo indotta da qualcosa.
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Oggi però le tecnologie hanno una forte diffusione, in tutti
i ceti sociali e per tutte le età. Si può constatare
quindi una variazione in questo stereotipo oppure la situazione
è invariata?
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I
dati più recenti ci dimostrano che le giovani generazioni fanno
un utilizzo sostanzialmente paritario del computer. Tuttavia mentre per
le ragazze il rapporto è meramente strumentale, per i ragazzi è
sicuramente più coinvolgente. Questo spiega perché per i
ragazzi si manifesta una sorta di transfert più totale, che riesce
a trasformare più semplicemnte la tecnologia nel modello di un'attività
professionale. Questo aspetto è confermato da una ricerca condotta
sugli studenti delle diverse facoltà dell'Università di
Milano Bicocca. Lo studio aveva l'obiettivo di comprendere le diverse
motivazioni nella scelta delle facoltà e dei percorsi didattici
degli studenti. In conseguenza di questo studio abbiamo però potuto
trarre anche interessanti conslusioni sul rapporto tra gli studenti e
le tecnologie: nella facoltà di informatica la presenza maschile
è nettamente superiore e nei casi di scelta della facoltà
di informatica da parte di ragazze, quasi sempre si evidenzia questa forte
strumentalità con il mezzo. Il riflesso sulle prospettive e aspirazioni
lavorative è scontato.
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Alcuni dei progetti che sono arrivati per l'iniziativa Donne
e Tecnologie raccontano la realizzazione di portali e di siti
web dedicati allo scambio di informazioni da donne per le donne.
Quale è il suo giudizio rispetto a questo tipo di iniziative?
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Nella
situazione in cui siamo tutto può rendere più friendly il
rapporto con le tecnologie. Ho la sensazione però, che ci siano
alcuni problemi alla base, soprattutto di tipo sociale, per i quali intranet
non è uno strumento sufficiente. Basta esaminare le caratteristiche
delle utilizzatrici di questi portali: si tratta per lo più di
un target medio-alto quindi già avvezzo all'uso del computer e
incuriosito dalla possibilità di valorizzarlo. Interessante invece
sottolineare il fatto che nonostanteuna parità di utilizzo del
computer tra le giovani generazioni, il gap si fa ampio non tanto nella
differenza di sesso, quanto nelle diverse disponibilità economiche
delle famiglie e nel diverso capitale culturale. Possiamo quindi dire
che nelle nuove generazioni il gender divide assume più
l'aspetto di un social divide, anche se oggi non si parla più
di classi sociali.
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Quali sono quindi, a suo giudizio le leve da utilizzare?
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Un
aspetto positivo su cui vale la pena lavorare riguarda il superamento
di quella che è definita segregazione orizzontale e che si concretizza
in una netta separazione tra i percorsi formativi seguiti prevalentamente
da ragazze rispetto ad altri prevalentemente seguiti da maschi. Nonostante
ci siano tendenze che lasciano ben sperare per il superamento di questo
stereotipo, il gap di partenza è, infatti, talmente forte che prima
che si possa raggiungere un parità di presenza ci vorrà
ancora tempo. I motivi sono diversi e riguardano soprattutto la conciliazione:
la maggior parte delle ragazze ad esempio continua a scegliere facoltà
umanistiche credendo che questa scelta possa favorire la ricerca di un
lavoro più congruo a strategie di conciliazione tra tempi di vita
e tempi di lavoro. Si tratta di dati interessanti, rilevati da ricerche
eseguite in un'area ricca e ad alta occupazione femminile come quella
milanese. È necessario, dunque, valorizzare al massimo tutte quelle
professioni e quelle figure professionali che nascono dal modo umanistico,
ma che si sviluppano fortemente verso l'uso della tecnologia. Nel rapporto
curato da Microsoft ad esempio si ragiona sul tema "la tecnologia
umanistica nuove opportunità per le donne". Bisognerebbe,
in sostanza, lavorare sull'idea che l'informatica è e potrebbe
diventare per le donne uno strumento sociale, educativo, artistico e culturale
da riutilizzare in qualunque contesto lavorativo, anche quelli più
tecnici. È arrivato il momento che questi aggettivi, con connotazione
tipicamente al femminile e spesso però collocati in modo negativo,
vangano rivalutati non solo per spingere le ragazze a frequentare percorsi
formativi tecnici o scientifici, ma anche per dar loro degli strumenti
di comprensione sul come avvicinarsi e acquisire capacità tecniche,
con l'obiettivo di valorizzare al massimo quelle propensioni acquisite
e sviluppate in un percorso umanistico.
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Il telelavoro sembra prospettare un futuro interessante al lavoro
e alla vita quotidiana delle donne. E' realmente così?
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Il
telelavoro è un argomento delicato. In Italia ha decisamente stentato
a prendere piega e non solo per le donne. La criticità maggiore
sta proprio nella carenza di dotazione tecnologica e nel timore della
segregazione. Ad oggi però siamo di fronte a una svolta perchè
si inizia a parlare sempre meno di telelavoro e sempre più di e-work.
Per e-work si intende un'accezione di lavoro a distanza più legata
a professionalità alte, figure con funzioni manageriali e progettuali,
mentre il telelavoro è entrato nelle organizzazioni delle aziende
più in termini di lavoro ripetitivo o comunque di basso profilo
professionale. Per le donne questo potrebbe essere un grande vantaggio,
soprattutto rispetto al tema della conciliazione: non c'è dubbio
che la rigidità dell'organizzazione aziendale che esige una presenza
fisica (aspetto che riguarda molto le aziende italiane piuttosto che quelle
estere), potrà essere superata favorendo così le ragazze.
Si tratta comunque, di cambiamenti lenti.
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