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Alessi
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L'inclusione
dei piccoli comuni, nei progetti di E-Government
Ne parliamo con
Nicola Melideo
esperto ANCI per i piccoli comuni
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Quali
sono le difficoltà cui vanno incontro i piccoli Comuni nel
tentativo di divenire attivi realizzatori e promotori della Società
dell'Informazione?
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problema dei piccoli Comuni non è quello di diventare "attivi
realizzatori e promotori della Società dell'Informazione",
ma quello di
non scomparire. Il rischio che su di essi incombe,
infatti, è quello dello spopolamento, della crescente marginalizzazione,
dell'invecchiamento della popolazione. Le difficoltà dei piccoli
Comuni sono proprio queste: pochi ritengono che valga la pena investire
su di essi. Il diventare protagonista della società dell'informazione,
di norma, non viene avvertito come il problema n° 1 da chi abita
e governa un piccolo Comune. Se accade che il Sindaco di un piccolo
Comune sia consapevole della necessità di colmare il ritardo
nei confronti della società dell'informazione, la metà
dei problemi di quel piccolo Comune è già risolta.
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Cosa
si aspetta l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani dal secondo
Bando e-Government, che sembra puntare molto sull'inclusione delle
piccole realtà che partono svantaggiante nella corsa all'innovazione?
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L'obiettivo dell'ANCI
è quello di restituire protagonismo, politico, economico
e culturale ai governi locali delle piccole comunità, ai
piccoli Comuni. E' quello di riaffermare la piena cittadinanza istituzionale
degli oltre 5800 Comuni con meno di 5000 abitanti. Il secondo bando
e-government è uno strumento che può rivelarsi di
grande utilità per questo fine.
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Sappiamo
che è stato realizzato un monitoraggio sul livello di partecipazione
dei piccoli comuni al primo avviso per i progetti di e-Gov. Sa darci
qualche dato di riscontro?
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Il numero dei piccoli
Comuni che stanno partecipando è molto elevato: si stima
che siano circa 3500 i Comuni di piccole dimensioni che hanno partecipato
al 1° bando (si parla di stime perché molti Comuni partecipano
a più progetti). In linea di massima, tuttavia, bisogna dire
che si tratta di una partecipazione non da protagonisti e senza
una chiara strategia finalizzata al mondo dei piccoli Comuni, anche
se non di rado sorretta da molta buona volontà.
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Da
quanto si è potuto verificare in questi anni, la propensione
all'associazionismo e alla cooperazione si manifesta in maniera
diseguale nelle diverse Regioni. A suo parere quali sono gli elementi
che maggiormente influiscono su questa diversificazione? Quale potrebbe
essere la strategia di contrasto a questa tendenza?
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Una
cosa è certa: i piccoli Comuni non sono spinti alla cooperazione
con altri Comuni da una tendenza naturale, spontanea. L'Associazionismo
intercomunale è una risposta razionale, non istintiva, ai problemi
di crescente difficoltà ad andare avanti da soli che nei piccoli
Comuni si riscontra. Ma le risposte in termini di comportamenti coerenti
non sono sempre adeguate: in molti casi a buoni propositi iniziali
fa seguito un insieme di difficoltà che finiscono con il paralizzare
anche il più generoso progetto di cooperazione.
Certo, non dappertutto è così: sono le differenti tradizioni
politico-amministrative a determinare le difformità dei comportamenti
"associativi" dei piccoli Comuni nelle varie regioni d'Italia,
la diversa sensibilità media degli amministratori
Questo
è il primo dato: non è un mistero per nessuno il fatto
che le esperienze di associazionismo più valide sono quelle
che si sono realizzate e vengono gestite in Emilia Romagna.
Una strategia di contrasto efficace non può che essere adottata
a livello regionale, e non solo sulla base di meri incentivi finanziari,
che pure sono estremamente utili: servono concertazione tra i vari
livelli di governo, forti rappresentanze a livello politico-istituzionale
dei Comuni che siano in grado di interloquire con i governi regionali,
"metriche" efficaci per la misurazione degli effetti degli
interventi, capacità di animazione, etc.. Ma, soprattutto,
è necessario dimostrare a chi governa i piccoli Comuni e a
chi vi risiede, che cambiare si può, che servizi fino a ieri
impensabili se non in città, possono essere resi disponibili
anche nei centri più piccoli, che i giovani possono partire
e andare per il mondo, ma anche tornare e stare nei piccoli Comuni,
senza per questo che le potenzialità di lavoro e di costruzione
del loro futuro venga meno.. |
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Potrebbe
spiegarci quale è o quale sarà il ruolo dei Centri
di Servizio Territoriali (CST)? Come saranno distribuiti? Chi li
gestirà, e a che punto siamo?
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Il
CST - Centro Servizi Territoriale - è (sarà) una struttura
promossa, partecipata e controllata dai Comuni di piccola e media
dimensione, il cui compito è quello di garantire la maggiore
copertura territoriale della diffusione dei servizi in rete anche
al fine di eliminare il gap che divide le piccole realtà locali
dalle realtà urbane.
I CST saranno costituiti da forme aggregative autonome costituite
da Comuni che non abbiano, di norma, una popolazione superiore ai
20.000 abitanti, che condividono risorse umane, tecnologiche e finanziarie
al fine di avvalersi di servizi in forma associata, di conseguire
economie di scala necessarie, di disporre di formativi e culturali
adeguati per decidere, di erogare servizi validi a cittadini e a imprese,
assumendo che servire cittadini e imprese in un piccolo Comune è
cosa radicalmente diversa (anche se le parole usate per parlarne sono
le stesse) dall'erogare servizi a cittadini e imprese nelle realtà
urbane. |
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Proprio
a tal proposito, l'erogazione dei fondi messi a disposizione dal
bando avverrà attraverso due modalità, una per il
Mezzogiorno, che vedrà il coinvolgimento degli APQ regionali,
e una per il resto d'Italia, che invece prevede il cofinanziamento
per i progetti selezionati. Cosa comporterà in concreto questa
distinzione? È a suo parere questo uno dei modi corretti
per far penetrare l'innovazione nel Mezzogiorno del nostro Paese?
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La
distinzione è abbastanza netta: nel Mezzogiorno, nell'ambito
di Accordi di Programma Quadro tra Governo e Regioni, saranno finanziati
integralmente, con fondi CIPE, 19 CST, per complessivi 26 milioni
di Euro. Questa la distribuzione: Abruzzo 1; Molise 1; Campania 4;
Puglia 3; Basilicata 1; Calabria 3; Sicilia 4; Sardegna 2.
La popolazione coinvolta potrà oscillare dai 3,5 ai 5 milioni
di cittadini. Diverso è il destino delle altre risorse finanziarie,
15 milioni di Euro, derivanti dalla finanziaria 2003: esse saranno
impiegate per co-finanziare progetti anche parziali di CST (di avvicinamento,
o "propedeutici") in tutto il territorio nazionale. La differenziazione
degli interventi si impone perché ci troviamo a dover recuperare
una situazione di svantaggio generalizzata (la piccola dimensione
dei Comuni, con quello che, oggi, ne deriva) che, nel caso del Sud,
si cumula con lo svantaggio residuo della condizione delle zone obiettivo
1.
Lei mi chiede se quello dei CST rappresenti uno dei modi corretti
per far penetrare l'innovazione del Mezzogiorno del nostro Paese.
Certo è "uno" dei modi, ma bisogna mettersi d'accordo
su cosa si intenda per innovazione. Io sono portato a ritenere che
il problema dell'innovazione, nel Mezzogiorno, sia una variabile "dipendente"
e che le variabili sulle quali bisognerebbe incidere prima e di più
sono i comportamenti individuali e sociali e delle istituzioni, pubbliche
e private. Un'innovazione che parli solo il linguaggio della tecnologia
e dell'e-gov, senza passare attraverso il recupero (o l'acquisizione)
di una piena capacità di "governo locale" senza prefissi
di sorta, temo che passi senza lasciar traccia, come testimoniano
i costosissimi interventi in "innovazione" che dal 1986
(legge 64) in poi sono stati finanziati nel Mezzogiorno.
Bene: i CST sono un'occasione per innovare il governo locale (senza
prefissi) e per introdurre l'e-government nei piccoli Comuni. Quindi
potrebbe essere un intervento davvero innovativo. |
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Quale
sarà il ruolo delle Province nel processo di aggregazione
per facilitare l'inclusione delle piccole realtà? Potrebbero
vedere potenziato il loro ruolo di coordinamento e gestione del
territorio, riacquistando rilievo in uno scenario federale che le
vede sempre più compresse tra l'autonomia dei Comuni e il
Potere legislativo delle Regioni?
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Le
Province si trovano, in termini generali, in una condizione ideale:
possono liberamente determinare il loro ruolo e, se vogliono, occuparsi
di molte cose: affiancare sussidiariamente i piccoli Comuni, diventare
articolazioni funzionali del governo regionale, promuovere l'associazionismo,
lo sviluppo delle reti e dei servizi il linea; occupare i luoghi intermedi
tra le competenze delle varie istituzioni (si pensi al rapporto scuola-lavoro).
Ma quante di loro sono convinte di voler cogliere queste opportunità?
Le Province, più che concentrarsi ad individuare un "ubi
consistam" condiviso, sembrano prese dal bisogno di riaffermare
in continuazione la pari dignità istituzionale con Regioni
e Comuni, perdendo, così, per strada opportunità di
ruolo e di servizio al Paese (che poi potrebbero essere tradotti in
"politica").
Per venire a noi, non vi è dubbio che i CST siano per le Province
un possibile campo d'azione, ma quante sono le Province, oggi, davvero
capaci e desiderose di avviare politiche di servizio reale a favore
dei piccoli Comuni? Tenendo conto del fatto che la dimensione minima
che rende possibili economie di scala è quella di aggregazioni
di Comuni che abbiano una popolazione di riferimento di almeno 200.000
abitanti, non vi è dubbio che le aggregazioni vadano realizzate
preferibilmente su base provinciale.
Saranno capaci le Province di promuovere iniziative che non impediscano
il protagonismo dei Comuni? Intanto ora si andrà a votare:
si tratterà di vedere quale classe politica andrà a
governare le Province e in che misura il tema dei piccoli Comuni sarà
al centro dei programmi di governo dei singoli candidati.
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