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Piccoli comuni: inclusi o esclusi dall'innovazione?
ne
parliamo con
Guido Pera -
Area Sviluppo e-government Regioni ed Enti Locali - MIT
La realizzazione degli obiettivi di e-government è affidata
in larga misura ai comuni che sono il front-end naturale della pubblica
amministrazione per il cittadino. In Italia oltre il 70% dei comuni
è al di sotto di 5000 abitanti. Queste realtà non rischiano
di essere escluse dall'innovazione?
Il
rischio c'è ed è veramente concreto. Se vogliamo utilizzare
un indicatore, da questo punto di vista è abbastanza interessante
considerare come tra i comuni al di sotto dei 5000 abitanti soltanto
il 14% ha un proprio sito, rispetto ad una media tra i comuni al di
sopra dei 5000 abitanti che è del 58%, quindi quasi un rapporto
di 1 a 4. Mi piacerebbe, però, allargare questo discorso perché
la soglia dei 5000 abitanti è una soglia convenzionale che
deriva da un tecnicismo elettorale e non da una analisi della situazione
reale. Grandi difficoltà e, quindi, possibilità di trovarsi
a rischio di digital divide le hanno anche i comuni con popolazione
tra 5mila e 20mila abitanti, i cosiddetti comuni medio-piccoli, in
cui l'indicatore relativo alla presenza sul web con un proprio sito
istituzionale arriva intorno al 40-45%. Sopra i 20mila abitanti l'indicatore
sale all'80%, con un scarto elevatissimo.
Quali
sono le principali criticità per i comuni e gli enti di minori
dimensioni nell'affrontare la sfida dell'e-Gov? Sono organizzative,
finanziarie o di altra natura?
Direi
che i principali elementi di criticità riguardano la loro organizzazione.
Si tratta di organizzazioni molto piccole e poco strutturate, con
un livello di formazione dei funzionari abbastanza bassa e indirizzata
prevalentemente a tematiche giuridico-amministrative, e poco o per
nulla a tematiche tecnologiche. Questo comporta che anche le poche
risorse finanziarie disponibili finiscono per defluire nelle tasche
di fornitori i quali giocano su questa difficoltà di indirizzare
la domanda da parte di amministrazioni poco competenti. Abbiamo situazioni,
per esempio nella provincia di Brescia che abbiamo monitorato, in
cui nei comuni al di sotto dei 5.000 abitanti, i costi medi per l'e-Government
e per la gestione dei sistemi informativi in generale superano i 6
euro per abitante, e questo nonostante Brescia sia una provincia con
una discreta cultura tecnologica. Quando passiamo invece a contesti
con oltre 15.000 abitanti il dato di spesa è inferiore ai 4
euro per abitante. Un costo più o meno standard per tutti viene,
in questo caso, ripartito su una fascia maggiore di utenza.
C'è poi un discorso di marginalità dei piccoli comuni,
cioè il fatto che manca una vera ed importante richiesta da
parte dei cittadini di servizi e-government resi dal comune, mentre
rimane alta la richiesta di servizi forniti dall'amministrazione centrale:
basti pensare all'INPS, alle Finanze e ad enti di questo genere. Questo
logicamente non dispensa i comuni dal dovere erogare servizi, ma richiede
un maggiore coordinamento tra piccoli comuni e realtà aggregatrici,
come province e aree metropolitane. Una maggiore sottolineatura, quindi,
sulle esigenze di back-office da parte dei comuni più che sulle
esigenze di front-office da parte dei loro cittadini.
La parola chiave per il futuro dei piccoli comuni, per venire incontro
alle difficoltà economiche nella gestione dei sistemi informativi
è aggregarsi. Abbiamo delle esperienze pilota molto interessanti:
ad esempio in Emilia Romagna è stata fatta una legge, la n.
3 del 1999 riguardante il decentramento, e quindi la creazione di
associazioni intercomunali, che sono poi effettivamente nate; da queste
associazioni sono stati sviluppati, poi, una serie di portali, che
offrono una vasta gamma di servizi
Sono
stati predisposti dei supporti specifici per i piccoli comuni, sia
in termini di risorse finanziarie a disposizione, sia in termini di
assistenza tecnica e organizzativa da parte del centro o delle agenzie
centrali?
Ci
sono delle iniziative di finanziamento già descritte in finanziaria
specificatamente per i comuni al di sotto dei 5000 abitanti. Stiamo
cercando di organizzare un'iniziativa nuova, cioè il tentativo
di devolvere una serie di fondi CIPE per la creazione di Centri di
Servizio Territoriale che aggreghino non solo i comuni fino a 5000
abitanti ma anche quelli fino a 20.000, e questo in special modo nelle
regioni del sud, quelle che una volta si chiamavano regioni di obiettivo
uno. L'iniziativa comporta la creazione di Centri di Servizio Territoriali
che aggreghino un quantitativo di comuni tale da realizzare una condizione
di break even - ovvero un'aggregazione di almeno 50/60comuni per una
popolazione complessiva di almeno 200/250.000 abitanti. Questo, secondo
i nostri conti, comporta la possibilità di ottimizzazione e
quindi anche il ritorno degli investimenti.
Nel fare questo, però, non vorremo concentrarci solo sul territorio
provinciale e siamo aperti a soluzioni territoriali diverse. Quando
prima mi riferivo al successo delle associazioni territoriali in Emilia
Romagna, bisogna tenere presente che quel successo è dovuto
soprattutto a caratteristiche omogenee del territorio, che, quindi,
hanno portato possibilità di innovazione nel discorso totale
della società dell'informazione, e quindi oltre il sub-insieme
territoriale.
Si potrebbe anche pensare a situazioni che potrebbero trovare realtà
omogenee nelle zone di confine: penso, ad esempio, alle regioni appenniniche
che sono di confine addirittura tra le regioni.
Quali
sono questi servizi specifici per i piccoli comuni?
Sono
servizi che intanto seguono la strada già percorsa dagli altri
comuni rispetto alle strategie di e-government: servizi informativi
di primo, secondo e terzo livello, quindi anche pagamenti on line.
Poi c'è tutto un altro settore molto interessante in cui l'interazione
tra piccole realtà situate in un territorio omogeneo dà
la possibilità di creare servizi on line, ad esempio di marketing
territoriale e di aggregazione di servizi turistici, in grado di rilanciare
l'economia della territorio. In questi casi si passa dall'e-government
alla società dell'informazione.
Ci
sono delle esperienze pilota?
Certo,
abbiamo già citato l'Emilia Romagna, ma ciò che è
interessante è notare come queste iniziative si vadano diffondendo
in territori in cui l'attività economica è già
discretamente florida, o certamente non seconda a nessuno. Una situazione
di questo tipo si ritrova, per l'appunto, in Emilia Romagna, ma anche
in Lombardia, in Piemonte, dove mi pare ci sia il consorzio del Canavese,
e ancora in Toscana con il consorzio dell'Empolese. Se ne vede invece
una deficienza nel centro sud. La forbice nord-sud è presente,
insomma, anche dal punto di vista delle iniziative: un digital divide
che rischia di passare da oggettivo (relativo, cioè, a problemi
strutturali dei piccoli comuni) a culturale (un divario nord-sud).
Quale
è stata la partecipazione dei piccoli comuni al bando per i
progetti di e-government, e quali sono le attese?
Abbiamo
avuto un grande successo per quanto riguarda i piccoli comuni. Tuttavia
questo successo viene ridimensionato dai progetti proposti: i piccoli
comuni sono inseriti per la maggior parte in un'attività tipicamente
di "riuso", mentre sono altri quelli che offrono servizi.
Questo può, tuttavia, essere visto come un dato positivo da
sfruttare: uno degli indirizzi e delle metodologie che, a nostro parere,
devono darsi i CST è quello di veicolare progetti o realizzazioni
(in una parola le best practices) verso i piccoli comuni, caso mai
personalizzandole in base alle specifiche esigenze. Oltretutto questo
può far anche nascere un mercato nuovo, tipico delle amministrazioni,
cioè quello delle soluzioni riutilizzabili e personalizzabili
per le piccole realtà.
Parlando di nuovo di metodologia, una ulteriore soluzione è
quella di utilizzare tecnologie di Application Service Provisioning
(ASP).
Tutto questo non è frutto del nostro pensiero, ma è
ciò che abbiamo desunto dall'analisi dei progetti che si sono
presentati. Abbiamo tantissime realtà all'interno dei progetti
che hanno scelto metodologie di ASP, che stanno pensando di organizzarsi
in aggregazioni e che creano Centri per i Servizi Territoriali. Non
stiamo, quindi, tentando di calare soluzioni dall'alto, ma stiamo
cercando di analizzare e sistematizzare il meglio di quello che hanno
prodotto i progetti.
Quali
sono a suo avviso le tre cose assolutamente imprescindibili per la
diffusione dell'e-government e delle sue opportunità ai piccoli
comuni ed ai cittadini dei comuni minori?
Anzitutto
serve l'incentivo finanziario, poi un'adeguata formazione. Ma soprattutto
è necessario, a mio parere, condurli a questo attraverso degli
indirizzi, ad esempio attraverso la programmazione negoziata. Non
solo, quindi, il finanziamento brutale di progetti e di iniziative,
ma un finanziamento coordinato all'interno di un progetto di respiro
più ampio, come una programmazione negoziata di tipo regionale,
concertata con le province della stessa regione.
Tutto questo è un qualcosa che sta nascendo adesso e, quindi,
è ancora abbastanza farraginoso e dovremo superare sicuramente
diversi momenti di criticità, però ci rendiamo conto
che solo in questa maniera possiamo aspettarci un ritorno. La cosa
più importante è che nasca questo tipo di cultura perché
altrimenti si rischia di fare dei finanziamenti che finiscono per
creare dei CST fantasma. Non bisogna fare l'errore di creare delle
situazioni in cui alla fine la cosa più importante è
il "mattone" e non il valore aggiunto che il mattone dovrebbe
veicolare.
I
Centri Regionali di Competenza che stanno nascendo e sono già
operativi in alcune Regioni del mezzogiorno potrebbero essere uno
strumento di supporto in questa strategia complessiva?
Non
solo, ritengo, anzi, che debbano diventare i veri protagonisti di
questo tipo di cambiamento della politica strategica all'interno delle
regioni, con l'obiettivo di creare la società dell'informazione
negli enti locali.
Noi crediamo molto nei CRC e ci stiamo investendo molto anche avendo
in mente questo tipo di obiettivo.
Unioni e forme associative: la gestione associata dei servizi può
essere una strada percorribile, ma in questo caso, la gestione dei
servizi informatici non comporta dei problemi particolari? Penso ad
esempio al monitoraggio sulla qualità del servizio e all'assicurazione
degli standard.
Quando
parliamo di cultura a noi interessa che, anzitutto, il politico sappia
che il monitoraggio serve. Il monitoraggio non è un qualcosa
di troppo che sottrae risorse finanziarie. Questo è quello
che ci interessa.
Chi, poi, faccia realmente il monitoraggio, se una struttura interna
al CST, perché si sono trovate al suo interno le capacità
professionali necessarie, o una realtà esterna commissionata
dal CST, non è importante. Noi crediamo che i CST, da soli
o con il supporto di altri, debbano seguire una serie di attività,
tra cui anche il monitoraggio. Naturalmente ci sono una serie di suggerimenti
e parametri che possiamo anche veicolare dal centro. In fin dei conti
l'attività della prossima agenzia, così come lo è
stata quella dell'AIPA per le amministrazioni centrali, ha anche questo
obiettivo da darsi. Mi vengono in mente, ad esempio, tutta una serie
di studi realizzati all'AIPA su come affrontare gli appalti. Anzi
sono convinto che questo tipo di attività fino a oggi sia stato
forse veicolato troppo poco verso le realtà locali. Altrimenti
non sarebbero sorte delle situazioni di soggiacenza, come dicevamo
prima da parte dei comuni nei confronti dei fornitori.
Come
devono essere strutturati i Centri Servizi Territoriali?
I
Centri Servizi Territoriali offrono ai propri associati servizi di
back office, ma anche servizi di front-end, quindi realizzano portali.
In più sono associati anche ai fini di un supporto formativo,
vista la difficoltà iniziale di formazione dei funzionari;
per sostenere la ricerca, con l'obbiettivo di rendere autonomi a livello
di conoscenza sia i funzionari che la stessa classe politica dei piccoli
comuni.
Quindi il loro obiettivo è quello di sensibilizzare sulle opportunità
offerte dall'e-government e dall'ICT in generale e di fornire le competenze,
stando però molto attenti a non esautorare i comuni dalla gestione
della strategia. I CST non devono abituare i piccoli comuni a demandare
a qualcun altro la definizione delle politiche strategiche sul loro
territorio, ma abituarli ad una cultura di incontro e di concertazione
per allargare il territorio, sempre mantenendo le specificità
del proprio territorio ed elevando le loro capacità di indirizzo
strategico, piuttosto che fargliele demandare ad un'altra struttura.
Il decalogo per passare all'e-Government. Alcuni passaggi guida che
non si possono dimenticare, sempre riferendosi ai piccoli comuni
Mi
ripeto in quello che ho detto fin'ora, innanzitutto l'aggregazione.
La cultura aggregativi, secondo me, è estremamente importante;
in secondo luogo la formazione, cioè aumentare la conoscenza
di chi gestisce gli enti locali; e poi, trasversalmente, le risorse
finanziarie.
Per il resto, a mio parere, si deve dare il giusto valore alla concertazione.
Queste iniziative, cioè, non devono creare delle guerre di
religione tra i diversi soggetti.
Si dovrebbe poi cercare di coinvolgere i fornitori locali, cioè
è auspicabile un coinvolgimento degli operatori privati come
occasione di sviluppo per accrescere il capitale sociale del territorio
attraverso l'acquisizione di nuove competenze.
In sostanza concertazione e attivazione di imprenditoria locale, insieme,
dovrebbero riuscire a far muovere una sorta di volano che potrebbe
portare uno sviluppo maggiore e più esteso del territorio,
soprattutto del territorio del mezzogiorno
Mi
sembra, però, che questi ultimi tre passaggi chiamino in causa
più che gli enti locali il centro. Se parliamo di incentivazione
dell'aggregazione, di risorse che devono essere messe a disposizione
e di formazione, mi sembra che il centro sia coinvolto in prima persona.
Di
sicuro ci sentiamo investiti della responsabilità delle iniziative
che vogliamo portare avanti, però riteniamo che il successo
dipenda dal coinvolgimento di tutte le realtà locali. Questo,
e solo questo, è, secondo noi, l'unica garanzia di successo
che possiamo avere.
Indicazioni conclusive?
Sì,
dimenticavo l'ultimo aspetto del decalogo che mi aveva chiesto: l'infrastruttura.
Queste iniziative devono andare di pari passo con lo sviluppo delle
infrastrutture nel Paese. Penso, in questo caso, alla larga banda:
non bisogna lasciare isolati i piccoli comuni, occorre coinvolgerli
in questa estrema pervasività che caratterizza la larga banda
trovando, caso mai, delle soluzioni alternative a quelle classiche
utilizzate dai fornitori. Se sarà il wi-fi piuttosto che la
larga banda satellitare, questo lo deciderà l'evoluzione della
tecnologia, ma non possiamo creare i CST e poi lasciare i piccoli
comuni senza connettività.
Certamente però la localizzazione dei CST potrebbe essere interessante
perché potrebbe creare un mappa per piccole dorsali, perché
noi pensiamo ai CST come strutture federate.
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